COS’È. In Francia il tema è molto dibattuto, e gli stessi “esperti” stentano ad accordarsi sulla definizione precisa: per Philippe Zawieja, ad esempio, Burnuot sarebbe traducibile come «sfinimento emotivo e psichico, perdita del senso di realizzazione personale e disumanizzazione della relazione lavorativa». Non una bella roba, insomma. Oltralpe si stimano oltre 3 milioni di persone a rischio Burnout , e tuttavia nel 2013 sono stati solo 239 dipendenti a vederselo riconosciuto, perché con l’attuale normativa va provato il «legame essenziale e diretto» tra lavoro e malessere, e l’invalidità deve essere superiore al 25%. Requisiti molto restrittivi, e proprio per questo Hamon chiede una modifica dei criteri e l’ingresso del Burnout tra le malattie professionali.

LA FLESSIBILITÀ FA MALE. Per molti versi, la situazione occupazionale in Francia è simile a quella italiana ed europea: 3,5 milioni di disoccupati, l’imperativo è essere flessibili, abbandonare i privilegi, essere sempre connessi anche al di fuori dell’orario d’ufficio, perdere molte tutele. C’è chi ce la fa, ma anche chi crolla. Certo, la questione normativa è delicata, perché fatta la legge c’è il rischio che una schiera di opportunisti se ne approfitti. Ma «la lotta contro il burnout fa parte della grande storia delle conquiste sociali, dal divieto del lavoro infantile alla riduzione del tempo di lavoro», come ha recentemente dichiarato Hamon, forte del sostegno dei sindacati e avverso invece agli imprenditori. Per certe cose, tutto il mondo è Paese.