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“La maggior parte delle imprese in Italia chiude perché ha preso delle fregature. Sembra banale, ma le cose stanno proprio così”. Dino Soldini, mentre lo dice, è amareggiato. Guida un’impresa meccanica della Toscana e accetta di spiegare come gli effetti della crisi degli ordini alle grandi imprese si riflette a cascata sui fornitori delle megaindustrie. Con effetti devastanti. Anche sulle aziende che lavorano con le imprese che sono finite in amministrazione straordinaria che si trovano di fronte a un dilemma: continuare a lavorare per l’impresa commissariato oppure no?
Soldini ha ben presente i drammi dei fornitori. Oltre che imprenditore è anche il presidente della Cna di Massa Carrara, associazione che raggruppa centinaia di piccole e medie imprese del territorio, e ogni giorno viene a sapere di commesse dimezzate, ordini fatti e mai confermati, materiale ritirato e mai pagato. Proprio in questo periodo sulla testa delle “sue” imprese è caduta la tegola del buco da 30 milioni di euro nelle casse dell’Ausl di Carrara. Di quei 30 milioni il 60% sono soldi che spettano ai fornitori, tanto per intenderci. Chissà se li vedranno mai. «Quando si tratta di pubbliche amministrazioni, di solito si sta tranquilli perché si sa che prima o poi i soldi arrivano. Peccato però che i tempi siano biblici, per usare un eufemismo». La soluzione che propone Soldini a chi si trova in questa situazione è la più ragionevole che esista: «quando la piccole impresa resta senza ossigeno perché il grosso cliente è in difficoltà e non paga, bisogna che l’azienda sia messa in condizione di cedere il credito alle banche. L’impresa va in banca alla quale cede il credito che vanta nei confronti dell’Ausl, la banca me lo acquista, e a quel punto sono tagliato fuori, nel senso che rimane un problema tra l’istituto bancario e la grande azienda insolvente. Solo così il piccolo fornitore ottiene la liquidità per riprendere a lavorare. O così o si blocca tutto». Al limite, dice, i fornitori sarebbero disposti addirittura a sobbarcarsi gli interessi che la banca potrebbe chiedere, «pur di riprendere a lavorare incassando qualcosa». Peccato però che il grande committente non ne voglia sapere. Che sia privato o pubblico, di avere a che fare con le banche non se ne parla nemmeno, meglio tenersi stretto il proprio fornitore da non pagare, quasi fosse un ostaggio. «Praticamente non c’è un modo in Italia per tutelare le imprese che hanno lavorato per un grande cliente e non vengono pagate». E racconta: «In provincia di Massa Carrara qualche anno fa una grande impresa del settore del marmo chiuse i battenti senza saldare i conti con i suoi fornitori, molti dei quali sono stati costretti a chiudere a loro volta. Ma è mai possibile? Solo in Italia un’azienda chiude perché nessuno la paga senza che si faccia nulla». Da qui l’amara sentenza: chi chiude è perché ha preso delle “fregature”, cioè dei clienti poco solidi che non pagano. «La politica non parla mai di questi problemi, ma è una questione di vita o di morte per le imprese”, costrette a fare della “beneficenza forzata”, cioè a lavorare senza vedere un euro».

Un modo per ripartire
Se ci si sposta a Imola la musica non cambia. La Confartigianato-Assimprese raggruppa oltre 1.700 aziende per un totale di 8 mila addetti. Qui a finire in ginocchio negli ultimi due anni sono stati i grandi colossi della cooperazione industriale del comparto meccanico, e l’indotto, che storicamente ci ruota attorno, è andato in tilt. Amilcare Renzi, il segretario dell’associazione, una soluzione per i suoi associati l’ha trovata: «Negli anni abbiamo cercato di diffondere una cultura tra le nostre aziende, quella cioè di frazionare il più possibile la committenza». Nel territorio imolese si consiglia a un artigiano di “non lavorare più del 30% per un’unica azienda, altrimenti si genera un grande rischio, e lo abbiamo già visto decenni fa con la crisi di grandi industrie locali come la Cognetex o l’ex Benati». Ci sono poi altri due fattori secondo Renzi che potrebbero aiutare se non altro a evitare qualche trappola per i “poveri” fornitori. Primo: «Mettere le piccole medie imprese in grado di fronteggiare e anticipare la crisi dei clienti con politiche per l’accesso al credito che è il principale problema contro il quale ci troviamo a combattere». Secondo: «Lavorare sull’etica dei comportamenti, anche se può sembrare banale. È un valore che va riaffermato nelle relazioni cliente-fornitori».
E, infatti, non ci sono solo esempi negativi di rapporti tra grandi aziende e piccoli fornitori. Basta spostarsi di una trentina di chilometri a andare nel Comune di Castel Guelfo: un’immensa distesa di industrie a perdita d’occhio. Qui la Techne Technipack Engineering si è vista quasi dimezzare le vendite tra il 2008 e il 2009 in seguito allo scoppio della bolla finanziaria d’oltre oceano. E oggi l’azienda, per tutelare i propri fornitori, ha sospeso la costruzione di nuove macchine (la richiesta praticamente non c’è più) e ha deciso di garantire ai propri clienti (circa 250) servizi di assistenza e la vendita di pezzi di ricambio, in attesa di trovare un grosso investitore che inietti capitali freschi. Così, intanto, il fornitore continua a lavorare sui ricambi e ad essere pagato.

E il commissariamento?
Ma che succede quando il cliente è un’azienda di grandissime dimensioni che invece di fallire finisce in amministrazione straordinaria, cioè in un vortice di procedure burocratiche nel quale si rischia di rimanere inghiottiti? Qui la questione diventa, se possibile, ancora più complicata. Perché nella maggior parte dei casi il fornitore è quasi “costretto” a continuare a lavorare per l’azienda commissariata. Anche se non lo ha pagato per i lavori già fatti. Anche se rischia di fallire. Anche se chissà quando pagherà i debiti. Ed è quasi “costretto” perché, se decidesse di interrompere ogni rapporto e semplicemente iscrivere i propri debiti al passivo presso il tribunale, dovrebbe trovarsi un altro cliente per continuare a lavorare. E, in ogni caso, i suoi soldi, quelli relativi ai lavori già svolti, li rivedrebbe solo alla fine della procedura. Una scelta drammatica.Franco Paparella, vicecommissario straordinario di Alitalia con un lungo curriculum di commissariamenti, è forse la persona più esperta in Italia su questo argomento anche perché di fornitori, nella sua carriera, ne ha incontrati a migliaia. E spiega: «Il fornitore dovrebbe innanzitutto incontrare il commissario straordinario e cercare di capire il tipo di procedura che intende adottare, la situazione dei livelli occupazionali, la finanza di cui dispone e come intende gestire la platea dei creditori». Dopodiché, secondo Paparella la scelta più razionale è quella di continuare a lavorare per l’azienda commissariata, perché «il mancato pagamento dei crediti pregressi può essere compensato dalla prosecuzione delle forniture, posto che i debiti contratti dal commissario nel corso della sua gestione sono onorati nella quasi totalità dei casi», ovvero i lavori svolti a favore della grande impresa durante il periodo di commissariamento non rischiano, in genere, di non venire pagati. Tanto più che i crediti sorti dopo l’ammissione alla procedura sono considerati pre-deducibili. Lo spiega la dottoressa Giulia Pusterla, delegata alla crisi e al risanamento dell’impresa per il Consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili. «Questo significa», spiega, «che, in linea generale, la procedura potrà pagarli integralmente e alle scadenze che verranno concordate. Viceversa, i crediti del periodo precedente, se chirografari (senza cause di prelazione, ndr), verranno molto probabilmente pagati in percentuale alla fine della procedura». Pertanto il consiglio alle piccole e medie imprese è quello di «continuare le forniture dopo il commissariamento perché per il fornitore, da un lato è un modo per rientrare in qualche misura anche delle perdite che si subiranno sul credito precedente, e dall’altro è l’unica strada per consentire la riuscita del tentativo di risanamento».
Le leggi che regolano queste procedura, la Prodibis e la Marzano (approvata sull’onda del crack Parmalat) non presentano particolari svantaggi per i piccoli fornitori. «La fase dell’accertamento del passivo non cambia», aggiunge la dottoressa Pusterla, «e se un creditore può far valere il privilegio artigiano, lo può chiedere in entrambe le procedure. Al contrario, l’amministrazione straordinaria dovrebbe offrire speranze di miglior soddisfazione per i creditori chirografari, se riesce nel suo intento risanatorio. Si pensi per esempio a Parmalat: che cosa avrebbero ricevuto i chirografari se anziché l’amministrazione straordinaria ci fosse stato il fallimento dell’azienda di Parma?». Poco. Probabilmente niente.
Per questo, dice ancora Paparella, «al netto di particolari situazioni dovute al tipo di prestazione fornita, visto che il creditore può essere messo in crisi dall’improvviso mancato pagamento dei propri crediti, la sua valutazione se continuare a lavorare per il cliente o meno deve essere ispirata dalla valutazione sulla possibilità di continuare a reperire finanza tramite il pagamento dei nuovi debiti contratti dal Commissario. Considerando, naturalmente, anche i tempi di pagamento che intenderà adottare il Commissario». Un modo elegante per dire che il fornitore deve capire se l’azienda dalla quale vanta crediti è o no in grado di pagare i lavori che gli chiede.
«In ogni caso ciò non toglie che quando una grande impresa entra in crisi tutto il suo indotto ne risente», riprende la Pusterla, «e si sa che l’insolvenza è una malattia estremamente contagiosa in Italia, per cui i piccoli fornitori, con crediti incagliati e senza più lavoro, rischiano di fallire, perché le loro dimensioni non consentono il ricorso all’amministrazione straordinaria». Per questo, conclude la commercialista, «durante un’audizione alla Camera dei deputati sul disegno di legge per la riforma dell’amministrazione straordinaria, ho chiesto che la nuova legge si occupi specificamente del problema dell’indotto perché non basta occuparsi della grande impresa in crisi e del suo gruppo di società controllate, ma bisogna anche occuparsi dei fornitori e dei dipendenti di queste piccole imprese spesso, prima dei meccanismi in deroga, addirittura privi di ammortizzatori sociali». Ma c’è una frase che potrebbe far balzare sulla sedia. Quando la dottoressa Pusterla dice che i crediti pregressi verranno pagati «molto probabilmente» alla fine della procedura. Cosa significa quel “molto probabilmente”? Significa che non è detto. Significa che se il tentativo di rimettere in carreggiata la grande società fallisce quei soldi sono persi (in tutto o in parte) per sempre. Significa, per dirla con Dino Soldini, che il fornitore “ha preso una fregatura” che potrebbe anche essere mortale.