Serve una ragione valida per lavorare. Soprattutto se sei cresciuto in una favela brasiliana tra droga, degrado e violenza, ci vuole coraggio e tenacia per mettersi a studiare, impegnarsi, ottenere un impiego e tenerselo. Bisogna compiere un percorso che ha radici nella riscoperta della propria dignità e snoda i rami nei diversi ambiti dell’esistenza, la famiglia, la scuola e il lavoro, come un albero. Arvore da vida (Albero della vita) è il progetto portato avanti da Fiat e Avsi in Brasile nella baraccopoli di Terezopolis a Belo Horizonte. Dimostra che la favela non è sempre una condanna ed è diventato un modello per come le aziende, le amministrazioni locali e il terzo settore possono lavorare insieme allo sviluppo umano di una comunità.

Arvore da vida
A Belo Horizonte Fiat dà lavoro, direttamente e attraverso il suo indotto, a più di 20 mila persone e quasi 45 mila sono accorse a vivere nelle baracche inseguendo il sogno del benessere economico. È venuto a crearsi uno spazio suburbano poverissimo e violento, segnato dalla droga e dalla disoccupazione. Fiat, la fondazione Avsi, il ministero degli Esteri italiano e il Governo brasiliano, vi lavorano insieme per migliorare la qualità della vita della comunità.
Fino al 2004, Fiat, pur destinando importanti investimenti in politiche di responsabilità sociale nel Paese, vedeva la realtà intorno allo stabilimento peggiorare. Le organizzazioni non profit che operavano sul territorio non avevano risorse sufficienti a fare la differenza. Lo Stato offriva servizi sociali standardizzati, lontani dal soddisfare le esigenze particolari della favela. Poi le tre realtà hanno unito le forze.
Nel 2004 Fiat ha deciso di concentrare le sue azioni di responsabilità sociale nella comunità di Terezopolis e ha chiesto all’Ambasciata italiana il contatto con un’organizzazione in grado di gestire i progetti sul territorio. Così ha iniziato a lavorare con Avsi che, forte di un’esperienza di 25 anni nella regione, ha coinvolto 35 istituzioni locali e il Governo italiano. Il Governo brasiliano è intervenuto aprendo una terza linea di finanziamento.
Dopo una fase di studio, si è iniziato a lavorare con i giovani. Come spiega Alberto Piatti, segretario generale di Avsi: «Si trattava di incanalare l’energia sprigionata dalla speranza di un maggiore benessere in una forma educativa ampia, per permettere alle persone di prendere coscienza della propria dignità, prima, e di mettersi a studiare e seguire corsi professionali, poi. Infatti a chi è cresciuto tra droga e violenza spesso non basta imparare un lavoro, deve trovare anche una ragione per lavorare».

La chiave è l’intersettorialità
I ragazzi sono seguiti dall’età di 12 anni con attività ricreative ed educative, i più grandi hanno accesso a formazione professionale e stage a cui, nel 70% dei casi, seguono posti di lavoro stabili. Le famiglie a rischio sono assistite da personale qualificato, gli educatori delle scuole hanno accesso a corsi di aggiornamento e gli adulti analfabeti a lezioni di lettura e scrittura. La forza dell’intersettorialità è che ogni attore - impresa, Stato e terzo settore - apporta al progetto le sue competenze. Le diverse caratteristiche si integrano tra loro e funzionano come un acceleratore: si coniuga così l’efficienza e la capacità finanziaria di Fiat, alla conoscenza della comunità e all’esperienza di sviluppo umano di Avsi e alla globalità di intervento e alla forza organizzativa dello Stato. Con le parole di Gianfranco Commodaro, responsabile di Avsi a Belo Horizonte: «Fiat mette a disposizione dei ragazzi della favela il suo centro di formazione e i suoi migliori docenti. Dopo un anno di lezioni, i ragazzi diventano buoni meccanici, ma senza il lavoro di Avsi per insegnare loro qualcosa al di là della realtà della favela, non sono in grado di tenere il lavoro perché incapaci di relazionarsi con i propri colleghi e con i superiori». Anche lo Stato fa la sua parte aprendo un centro di collocamento per trovare lavoro ai ragazzi che non vengono assorbiti dalle imprese locali dopo il corso di formazione.
A cinque anni dall’avvio, Arvore da vida ha seguito l’educazione di 5.200 adolescenti ed è stato indicato dal Programma per lo sviluppo delle Nazioni Unite (Undp) tra le migliori pratiche di partnership per gli Obiettivi del millennio in Brasile. Ora il progetto è pronto per andare avanti da solo. Marco Antonio Lage, direttore della comunicazione di Fiat Brasile racconta che «fin dall’inizio l’Albero della vita è stato studiato per essere sostenibile e poter essere portato avanti dalla comunità anche indipendentemente da Fiat, si evita così il rischio del paternalismo. Dal 2007 abbiamo iniziato a ridurre gli investimenti, man mano che prendevano parte al progetto tante realtà locali. Recentemente abbiamo festeggiato l’adesione di Petrobras, l’altra grande azienda che opera su questo territorio».

I FINANZIAMENTI
Le aziende Fiat ha stanziato in Arvore da vida una quantità di fondi crescenti dai 300 mila real (circa 100 mila euro) del 2004 ai 2 milioni di real del 2007. Altre 29 imprese sono state coinvolte
Lo stato italiano circa 600 mila euro l’anno
Lo stato brasiliano soprattutto attraverso imposte non percepite da Fiat Brasile. In questo modo è stato coperto il 70% dell’investimento complessivo. Infatti una disciplina fiscale all’avanguardia permette alle società di dedurre il 100% degli investimenti nel sociale sul reddito dovuto fino al 6% delle imposte totali: il 4% per progetti culturali e l’1% sia per fondi a favore di bambini e adolescenti, sia per la promozione dello sport (Fonte: Ice )