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Qualche settimana fa anche Jean-Michel Six, capo economista per l’area Emea (Europa, Medio Oriente e Africa) dell’agenzia statunitense Standard & Poor’s, ha dato un bel colpo alle speranze di una ripresa sostenuta della nostra economia. «L’Italia è l’unico Paese europeo che non ha registrato incrementi di produttività dal 2000 a oggi», ha detto Six, il quale ritiene che il pil tricolore potrà tornare sopra i livelli pre-crisi soltanto nel 2025, cioè fra circa otto anni. Che sia giusta o sbagliata questa previsione, una cosa è certa: l’analisi dell’economista di S&P sulla scarsa produttività della Penisola è difficilmente contestabile. Anzi, a ben guardare Six non ha fatto altro che ripetere ciò che i dati dell’Istat hanno certificato nero su bianco circa un paio di mesi fa. Nel ventennio compreso tra il 1995 e il 2015, secondo l’Istituto nazionale di statistica, l’Italia è il Paese europeo in cui c’è stata la minor crescita di questo indicatore (che viene misurato dagli economisti calcolando la quantità di valore aggiunto di un prodotto o di un servizio generata in ogni ora lavorata).

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TRA LE CAUSE DELLE NOSTRE DIFFICOLTÀ

C’È LA SCARSA SPESA PER L’ISTRUZIONE:

SIAMO ULTIMI PER NUMERO

DI LAUREATI TRA I 30 E I 34 ANNI

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Negli ultimi 20 anni, la produttività del lavoro in Italia è salita mediamente dello 0,3% ogni 12 mesi, la metà che in Spagna (+0,6%) e circa un quinto rispetto a Germania, Francia e Gran Bretagna (+1,5- 1,6% ogni 12 mesi). Si tratta di cifre che si commentano da sole e che fanno il paio con altre statistiche ben poco confortanti. Sempre prendendo in esame il ventennio compreso tra il 1995 e il 2015, si scopre che l’Italia è l’economia che è cresciuta meno in assoluto tra quelle industrializzate. Nell’arco di ben quattro lustri, il pil ha registrato un incremento complessivo pari a un misero 1,9%, quasi un settimo rispetto alla pur inguaiatissima Grecia che, nello stesso periodo, è cresciuta invece del 13,5%. Per non parlare poi del prodotto interno lordo di altre nazioni del Vecchio Continente, come l’Irlanda (+86% in 20 anni), il Regno Unito (+33,8%), la Germania (+28,7%) o la Spagna (+20,7%). Come ci sono riusciti? E perché l’Italia va così al rallentatore? È un interrogativo quanto mai attuale visto che anche l’ex governo Renzi, mettendo mano alla manovra di bilancio, si era posto l’obiettivo non troppo ambizioso di raggiungere una crescita economica attorno all’1% nel 2017, contro una media europea di circa l’1,8%. Difficile dare risposte, visto che gli economisti non sono tutti concordi nell’individuare le cause degli affanni del sistema Italia.

CREDITO A SINGHIOZZO
C’è chi, come Francesco Daveri, docente di Politica economica alla Cattolica ed editorialista del sito Lavoce.info , mette l’accento sulle difficoltà del sistema bancario italiano (vedi intervista ) che oggi è zavorrato da una montagna di crediti sofferenti. Mentre altri Paesi come la Spagna, l’Irlanda e il Portogallo hanno affrontato e risolto questo problema negli anni passati, facendo spesso leva sugli aiuti europei, i governi di Roma (soprattutto chi ha preceduto Renzi) lo hanno per lungo tempo negato, sostenendo che i maggiori istituti di credito nazionali erano in buona salute e non avevano bisogno di grandi sostegni. E invece, oggi si scopre che la realtà è peggiore di come è stata dipinta fino a un paio di anni or sono. Le banche italiane hanno, infatti, i bilanci in rosso e non fanno ripartire il mercato del credito. Con questo scenario di fondo, non si rimette in moto neppure l’economia, nonostante le iniezioni di liquidità effettuate dalla Banca Centrale Europea con il suo quantitative easing, il programma di acquisto di titoli obbligazionari dell’Eurozona. I problemi appena evidenziati, però, sono legati soprattutto a uno scenario di breve periodo, successivo alla crisi europea del 2012. La scarsa crescita dell’economia italiana ha, invece, radici assai lontane che risalgono agli anni ‘90, come dimostrano i dati esposti in precedenza. Ecco allora che, in un’ottica di lungo termine, il tema centrale su cui dibattono gli economisti nel tentativo di dare spiegazioni alla bassa performance del pil italiano torna a essere quello di partenza: la scarsa produttività. Perché, dunque, gli italiani sono così poco produttivi? Anche su questo punto, le opinioni non sono unanimi. C’è chi pone l’accento sugli scarsi investimenti che la Penisola ha destinato all’istruzione, soprattutto a quella di più alto livello. A sud delle Alpi, la spesa per l’università ammonta ad appena lo 0,9% del pil, contro l’1,2% della Spagna e della Germania, l’1,4% della Francia, l’1,9% della Gran Bretagna e il 2,8% degli Stati Uniti. Il nostro Paese è anche l’ultimo della classe per la quota di laureati nella fascia di popolazione compresa tra i 30 e i 34 anni: in totale sono appena il 22% circa (dati aggiornati al 2013), contro il 33% della Germania e l’oltre 40% che si registra in Spagna, Francia e Gran Bretagna.

QUEGLI SCATTI DI TROPPO
Tra gli economisti, però, c’è chi dà anche un’altra spiegazione alla mancata crescita della produttività, imputandola a una struttura dei salari troppo rigida. È il caso dell’Ufficio Studi di Confindustria che, in un’analisi dell’ottobre scorso, ha messo in evidenza come il potere di acquisto delle retribuzioni italiane, tra il 2000 e il 2014, sia cresciuto in termini reali dello 0,5% all’anno, molto di più rispetto agli incrementi di produttività registrati. In altre parole, nel nostro Paese gli stipendi si muovono con molti automatismi (per esempio, a seconda degli scatti di anzianità) e hanno un andamento troppo spesso slegato dalle performance realizzate dai lavoratori e dalle loro aziende. È una tesi, quella di Confindustria, su cui non concorda però la Fondazione Di Vittorio che fa capo alla Cgil. Quasi in contemporanea con l’analisi confindustriale, ha realizzato uno studio in cui viene messo in evidenza come le retribuzioni italiane, dal 2007 in poi, siano cresciute in termini reali molto meno rispetto ai vicini europei. La colpa del declino della produttività sarebbe, perciò, da attribuire al drastico calo degli investimenti nel nostro Paese, che hanno fatto crollare la produttività del capitale industriale e di tutti gli altri i fattori produttivi (-5,4%). La produttività del lavoro – a detta dello studio – in Italia ha avuto invece una dinamica un po’ più complessa: è scesa significativamente durante la crisi del 2007/08, ma ha mostrato segni di ripresa negli anni successivi. Per gli economisti della Cgil, insomma, è bene che il governo italiano non si impunti ancora in una politica economica liberista, basata sulla svalutazione dei salari e del lavoro – come sta facendo la Spagna –, ma scelga invece di far ripartire gli investimenti produttivi, che nell’ultimo decennio sono letteralmente crollati.
Dunque, per curare il male della bassa crescita italiana, spesso vengono indicate dagli studiosi di opposti orientamenti ricette molto diverse tra loro. Ma c’è anche chi, piuttosto che concentrarsi sui temi della produttività, invita a considerare ben altri aspetti che considera assai più importanti. Andrea Terzi, professore di Economia alla Franklin University Switzerland e ricercatore associato del Levy Economics Institute, pone l’accento sugli squilibri che oggi esistono all’interno dell’area Euro. «L’Italia, mettiamocelo in testa, è una regione dell’Eurozona e i nostri destini dipendono in primo luogo dalla performance europea», dice Terzi, secondo il quale è assolutamente fuorviante il voler cercare per forza una spiegazione tutta italiana alla bassa crescita del nostro Paese. Il docente dell’ateneo elvetico sottolinea come, prima della crisi, Italia e Germania crescessero praticamente di pari passo. Le differenze nell’incremento del pil si sono acuite soltanto dal 2007 in poi, con l’arrivo della grande recessione. «Ma è ben noto», sostiene ancora Terzi, «che quando un’economia nel suo insieme rallenta, i divari al suo interno sono destinati inevitabilmente ad accentuarsi. Dunque, la soluzione comincia da una politica europea della domanda e della crescita». Tra il 2008 e il 2015, infatti, anche il pil dell’Eurozona è cresciuto poco, di appena il 2,5% in sette anni. «In questo quadro desolante», sottolinea Terzi, «l’economia italiana si è certo dimostrata più vulnerabile di quella teutonica, ma la differenza è dovuta soprattutto alla capacità della Germania di vendere all’estero». Di conseguenza, sostiene l’economista della Franklin University, «se limitiamo il nostro obiettivo a guadagnare un po’ di competitività rispetto ai tedeschi per esportare di più, perdiamo ancora una volta di vista il quadro d’insieme. Anche se qualche impresa italiana riuscisse a portare via un po’ di export a qualche concorrente teutonico, avremmo soltanto redistribuito e non creato ricchezza».
Per questo, dovremmo smetterla di pensare alla politica economica dell’Italia come il nodo da risolvere, poiché il problema da affrontare è europeo. Bisogna cioè mettere in piedi una politica coordinata a livello continentale, che possa creare lavoro e crescita solo allentando i vincoli al disavanzo. Occorre, insomma, farla finita con l’austerity Ue, che in primo luogo danneggia i Paesi più vulnerabili del Vecchio Continente ma, alla fine, rischia di dare un colpo mortale all’intera Eurozona.