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Manca la visione della politica

Quattro domande a Marco Lombardo, ideatore della Carta dei diritti fondamentali del lavoro digitale

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L’intervista a Marco Lombardo è parte dell’articolo
Si è sgonfiata la Gig Economy

In quell’anno, era il 2018, aveva già intuito dove occorresse mettere le mani per arginare l’anarchia delle piattaforme tra rider e Gig Economy. Lui è Marco Lombardo, Senatore dal 2022, ma a quel tempo assessore al Lavoro per il Comune di Bologna. Un esperto di politica e di diritto, una laurea in giurisprudenza, una raffinata sensibilità sulle trasformazioni delle imprese e del mercato del lavoro.

Cosa le aveva fatto intuire l’urgenza di una Carta che non riguardasse solo il mondo dei rider?
La Carta dei diritti fondamentali del lavoro digitale è stata adottata nel 2018. La sua funzione era duplice: da un lato, squarciare il velo di ignoranza sui meccanismi di funzionamento degli algoritmi delle piattaforme digitali, introducendo standard minimi di tutela per i lavoratori di quelle piattaforme, evitando che anche su di loro si verificasse il fenomeno della cosiddetta «fuga dalla subordinazione» inseguendo la chimera della (finta) autonomia. Dall’altro, quello di comprendere come le trasformazioni così rapide e profonde della transizione digitale potessero aprire la strada alla contrattazione di secondo livello, da fare nelle città e nelle aree metropolitane, per aggiornare le mappe di un sistema ormai datato di contrattazione collettiva centralizzata al livello nazionale.

Sono passati cinque anni, si possono tirare le prime somme…
Purtroppo, bisogna ammettere che molte delle aspettative che avevamo avviato con quell’esperienza sono andate deluse. Certo, oggi la consapevolezza sui rischi di sfruttamento di talune categorie di lavoratori digitali (basti pensare all’indagine sul caporalato dei rider) sono note all’opinione pubblica; c’è una nuova normativa europea sui lavoratori delle piattaforme digitali che dovrà essere trasposta negli ordinamenti giuridici nazionali; ci sono state diverse pronunce giurisprudenziali sulle discriminazioni degli algoritmi (ad esempio, il tribunale di Bologna che ha giudicato discriminatorio l’algoritmo di Frank usato da una delle più rinomate piattaforme di food delivery), ma quello che è mancato davvero è la visione della politica nell’affrontare la transizione digitale come nuova politica industriale e del lavoro, per sfruttarne le enormi potenzialità e ridurne i rischi rispetto alla creazione di vecchie e nuove diseguaglianze.

Parliamo sempre di ritardo della politica, ma meno delle ragioni.
La politica arriva in ritardo nella regolamentazione di questi fenomeni perché manca di antenne sulle strade capaci di intercettare i nuovi bisogni dei lavoratori. Tutto ciò non è solo dovuto alla crisi della rappresentanza politica: è un fenomeno più profondo e pervasivo che riguarda anche la crisi della rappresentanza dei lavoratori e delle imprese. La trasformazione digitale disintermedia e reintermedia di continuo i rapporti di lavoro, sfuggendo ai tradizionali strumenti di rappresentanza. È ciò che sta avvenendo con la crescita esponenziale delle applicazioni di AI generativa. Con una differenza importante rispetto al passato: la precedente trasformazione digitale tendeva a sostituire lavori ad alta intensità di manodopera e a basso contenuto cognitivo.

Dopo il ritardo sulle logiche della Gig Economy, come evitare altri errori?
Oggi le applicazioni di AI generativa portano la transizione digitale su una nuova frontiera che trasformerà il modo di operare dei lavori a bassa intensità di manodopera e ad alto contenuto cognitivo. Di fronte a tutto ciò se smettessimo di parlare di Pnrr solo in termini di capacità di spesa e di messa a terra dei progetti di transizione digitale, e invece cominciassimo a studiare come le analisi predittive possono modificare la struttura della nostra società, forse avremmo una comprensione diversa di come le risorse del piano Next Generation Eu servano a disegnare il futuro del mercato del lavoro. La politica, i sindacati e le imprese hanno bisogno di conoscere le trasformazioni dell’AI generativa nel mondo del lavoro per coglierne a pieno le enormi potenzialità di sviluppo in termini di produttività del lavoro, ma anche di essere consapevoli dei rischi rispetto a un (ab)uso distorto. Conoscere prima di voler regolamentare rimane sempre una via saggia da seguire per il legislatore.