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Gusto

Marche: una regione, mille vini

Dai grandi bianchi e rossi, agli spumanti, passando per i passiti. Enologicamente parlando le Marche hanno un’offerta impareggiabile

Le Marche si distinguono per la diversità di vitigni, microclimi e opportunità di viticoltura. Dalle bollicine ai rossi corposi, passando per i grandi bianchi d’Italia, nettari freschi e beverini e passiti non le manca davvero nulla.Il primo vino che viene in mente, quando si parla di questa regione, è il Verdicchio. Ma è anche lui “plurale”, con i Castelli di Jesi da una parte e il Matelica dall’altra. Due gemelli diversi che spingono entrambi su acidità, sontuosità nello sviluppo nel tempo e un gusto asciutto e avvolgente. Citiamo tra i più celebri il Misco di Tenuta di Tavignano, che unisce sorso dal piglio fresco e struttura sapida, quello di Umani Ronchi Vecchie Vigne, con note di gelsomino, iodio, zenzero, tiglio, e canfora, il Ghiffa Colognola di Tenuta Musone con note tipiche di suolo calcareo, tropicali e di pesca gialla matura.Se Jesi è più corposo e strutturato, con sfumature iodate e marine, Matelica in genere propone vini più profumati e sapidi, come dimostrano Casa Lucciola, naso finissimo tra agrumi, gesso e una punta di erbaceo, Colpaola con naso arioso e dal tocco floreale, poi erbe aromatiche e un finale infinitamente lungo, e Belisario, dall’olfattiva semplice e fruttata, discreta sapidità e struttura. Entrambe le Docg Verdicchio hanno poi versioni Riserva semplicemente spettacolari e dal rapporto qualità prezzo commovente. A Jesi provate Pievalta Riserva “San Paolo”, il celeberrimo Villa Bucci, Santa Barbara con il Tardivo ma non tardo e La Staffa con il Rincrocca. A Matelica i riferimenti invece sono La Monacesca, con il Mirum da suoli argillosi con uve in leggera surmaturazione, e Montecappone con la Riserva.

Nelle Marche trova spazio anche un bianco molto meno conosciuto, la Ribona dei Colli Maceratesi: il vitigno è stato per anni utilizzato in interpretazioni leggere, mentre oggi molti produttori si cimentano in versioni più intense e complesse, con risultati più che lusinghieri come dimostrano le versioni di Boccadigabbia, di Fontezoppa Altabella e il Paucis di Cantina Sant’Isidoro.

Versante rosso, la più nota delle Doc è il Rosso Conero, nato nel 1967 per valorizzare l’autoctono Montepulciano, in un periodo nel quale il Sangiovese era il vitigno su cui puntare. Oggi sebbene il disciplinare permetta di utilizzare il 15% di altri vitigni a bacca nera, la tendenza è quella di vinificare Montepulciano in purezza, come confermano Moroder, Fattoria Le Terrazze e La Calcinara con Il cacciatore di sogni, azienda giovane che lavora in regime biodinamico. Tra le versioni Riserva il Nerone di Moncaro è un esempio fulgido di cosa si possa raggiungere in termini di longevità e ricchezza speziata.Meno conosciuto, ma antichissimo è il Lacrima di Morro d’Alba, aromatico e floreale, con una storia che affonda le radici ai tempi di Federico Barbarossa, nel 1167. Segnaliamo il capostipite di qualità moderna, ovvero Stefano Mancinelli, il cui “superiore” è violaceo, intenso e profumatissimo di rosa, viola e frutti di bosco, ma anche il Lutho di Badiali e Candelaresi, e l’Orgiolo di Marotti Campi.

In questa regione sorprendono anche le bollicine, sia che vengano da uve internazionali Pinot nero e Chardonnay, come quello di Roberto Lucarelli, sia da Verdicchio – come Garofoli e il suo Pas Dosé – o da Maceratino- Ribona come quello di Fontezoppa.Infine, impossibile trascurare le Doc più piccole come il Bianchello del Metauro (da cercare Terracruda “Campodarchi” da uve parzialmente appassite), i Colli Pesaresi, Esino, i Terreni di Sanseverino, Pergola, San Ginesio, e ovviamente Serrapetrona con la sua Vernaccia famosa per la tripla fermentazione, che regala versioni spumante sontuose come quelle di Quacquarini e versioni ferme, rare ma imperdibili, come quelle di Terre di Serrapetrona “Collequanto”.