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Vi siete mai resi conto che quando in tema di pari opportunità sul lavoro si dice che bisogna parificare i diritti delle donne a quelli degli uomini probabilmente si pone il problema nella maniera peggiore possibile? Altolà. Prima che comincino i borbottii chiediamo alle femministe dell’ultim’ora solo qualche riga per spiegare. Lo sforzo delle aziende più illuminate, negli ultimi anni, è stato quello di assicurare alle donne lo stesso trattamento in termini retributivi, di orario di lavoro e di benefit che è stato riservato agli uomini. Giustissimo. Però non ci si è mai voluti arrendere all’evidenza che la fisiologia, l’approccio al lavoro, il ruolo sociale e, perché no, anche le aspettative della donna sono e saranno sempre diverse da quelle dell’uomo. E viceversa, naturalmente. Allora cosa significa dare pari opportunità all’uomo e alla donna sul posto di lavoro? Forse nulla. Forse sarebbe meglio perseguire l’obiettivo delle pari responsabilità. Ma attenzione: pari responsabilità in ufficio come in famiglia. E questo va ben oltre il welfare aziendale. Implica un salto nella normativa, ma soprattutto una trasformazione culturale. E un ribaltamento del modello che finora è andato per la maggiore: ovvero non conviene forse, a questo punto, parificare i diritti e le funzioni degli uomini a quelli delle donne?

OBBLIGO DI FARE IL PAPÀ
Il termine pari responsabilità è stato utilizzato anche da Barbara Saltamartini, parlamentare e relatrice per il Pdl di una proposta di legge bipartisan (risalente ormai al 2010 e attualmente allo studio in Commissione lavoro) che ha l’obiettivo di rendere obbligatorio per gli uomini un congedo di quattro giorni in occasione della nascita di un figlio. «Non bisogna pensare solo alla tutela delle donne, ma a un sistema che consenta alla famiglia di organizzarsi», aveva spiegato la deputata Pdl. La proposta di legge, firmata da 36 onorevoli è stata presentata subito dopo quella della Pd Alessia Mosca, sottoscritta da 25 colleghi, e cerca di recepire l’orientamento dell’Unione europea sulla questione. Orientamento che in molti Paesi vicini è già legge. Un padre svedese, per esempio, deve trascorrere 30 giorni a casa col neonato, uno francese 12 giorni, e lo stesso, in misura diversa, avviene in Spagna, Gran Bretagna, Germania, e Portogallo. In Italia naturalmente esiste già il congedo parentale facoltativo, ma a richiederlo è meno del 10% per cento dei padri. E poco importa che una recente sentenza del tribunale di Firenze abbia stabilito, creando un precedente di enorme rilevanza, che un neo-papà ha diritto a prendersi cinque mesi di congedo, retribuiti con l’80% dello stipendio, anziché i tre previsti normalmente dalla legge: gli uomini non hanno alcuna intenzione di rimanere a casa a cambiare i pannolini. Secondo l’Inps, nel 2010 sono state circa 300 mila, in crescita del 3% sul 2009, le richieste di congedo parentale, e di queste solo 27 mila erano da parte di uomini.
«Questo nel nostro Paese è “il” problema», dice Monica Pesce, presidente a Milano di Pwa (Professional woman association), un network internazionale di professioniste che ha l’obiettivo di sostenere lo sviluppo personale e professionale delle lavoratrici. «Al di là della maternità, certe pressioni di gestione familiare sono state attribuite solo alle donne», continua Pesce. «Finché non cambiamo questa percezione sociale sarà difficile fare progressi. Capita spesso di vedere che, a fronte dell’opportunità offerta dalla legge, la cultura aziendale fa sì che non sia utilizzabile: chi chiede il congedo parentale viene incasellato nella categoria di quelli che non mettono il lavoro tra le proprie priorità, e non hanno interesse alla carriera. In una parola, l’uomo che vuole occuparsi della famiglia viene penalizzato esattamente come la donna». Tanto è vero che in Piemonte si è avvertita la necessità di incentivare l’assenza dal lavoro: un protocollo d’intesa tra Regione e l’Inps mette a disposizione 400 euro ai papà che scelgono il congedo parentale entro il primo anno di vita del proprio figlio.

 

IN PROSPETTIVA
Per Monica Pesce quindi la facoltà di avvalersi o meno del congedo è per gli uomini una finta opportunità. «Serve l’obbligo di legge, in modo che non siano possibili discriminazioni. E allora, forse, ci renderemo conto che se un uomo non è presente in ufficio otto ore al giorno tutti i giorni, non vengono meno la sua devozione, la sua produttività, il suo contributo alla vita aziendale. In questo momento storico c’è una fortissima competizione tra famiglia, tempo libero e lavoro. La vita però non è tutta bianca o tutta nera». Ma i tempi – anche fuori dall’Italia – sembrano tutt’altro che maturi, se fa ancora notizia il caso dell’operatore di Tlc francese Sfr, che ha deciso di concedere 11 giorni di congedo paternità ai dipendenti omosessuali il cui partner ha avuto un figlio. Mentre in Svizzera, a 20 anni dalla costituzione del primo ufficio per la Parità tra uomo e donna, a partire da luglio dovrebbe essere operativo un nuovo servizio che avrà il compito di aiutare i giovani uomini a conciliare attività lavorativa e presenza in famiglia. Per dirigere il neonato dipartimento è stato scelto Markus Theunert, psicologo e sociologo, dal 2005 presidente dell’associazione Maenner, specializzato proprio sui congedi parentali maschili. Ed è un’iniziativa della svizzera Nestlè il primo caso di congedo parentale obbligatorio per gli uomini. Il colosso elvetico del food ha appena annunciato che i suoi dipendenti neopapà dovranno rimanere a casa coi loro bambini per 14 giorni. Di acqua sotto i ponti, però, ne deve passare ancora parecchia perché diventi la consuetudine. Anche per Enrico Finzi, sociologo e fondatore di Astra. «Più che miope, quella della nostra società è una visione un po’ presbite. Il problema è culturale più che normativo: oggigiorno, se un uomo prende il congedo per stare col proprio bambino, o ha il figlio gravemente handicappato oppure viene trattato come un mollaccione. Bisogna cominciare a dire per legge che i padri devono contribuire alla vita familiare. Serve un’omologazione verso l’alto, anche in azienda, e anche se questo comporta dei costi. È il prezzo della civiltà, che al momento stiamo scontando nella competizione globale con i Paesi che ancora non hanno deciso di pagarlo. Certo, non tutto sarà garantito a tutti, alcuni vantaggi verranno marginalmente persi. E donne e uomini non potranno mai avere entrambi il 100% di quel che vogliono. Però in questa prospettiva anche la donna ne guadagnerebbe molto, perché riceverebbe la collaborazione del partner».

Ma un ragionamento del genere è giustificabile sul piano economico per un imprenditore? «Qui tocchiamo il tema del monte ore di lavoro, un concetto che sta dimostrando sempre di più la sua pochezza», spiega Andrea Bianchi, consulente aziendale, coach e formatore che ha appena pubblicato per Gruppo 24 Ore Uomini che lavorano con le donne , un saggio dedicato ai rapporti tra i due (o i tre) sessi all’interno delle imprese. «Nel momento in cui una persona svolge bene il proprio compito», dice Bianchi, «il monte ore rivela il suo limite. Oggi per fortuna è più “figo” chi alle 18 ha finito tutto il lavoro che aveva da fare e se ne va, a casa dai figli o a giocare a golf: tutto dipende da quello che ha saputo realizzare durante le sue ore di lavoro. La flessibilità e il risultato del lavoro dovrebbero essere il drive per capire se la popolazione aziendale usa bene questo schema». Ma queste, rileva Bianchi, sono cose che non si riescono a quantificare in un contratto. E soprattutto in Italia, guai a toccare i contratti!

IDENTITÀ A RISCHIO?
C’è poco da fare, se vogliamo guardare al futuro con un po’ di speranza, è verso l’estero, magari verso Nord, che dobbiamo rivolgere lo sguardo. «Chi di noi ha lavorato all’estero ha visto che fuori dall’Italia chi passa troppe ore in ufficio viene guardato con sospetto, e additato come una persona che non sa organizzarsi, che non riesce a essere produttiva. Rinunciare al monte ore sarebbe già un enorme passo avanti», commenta Pesce. «E poi sul piano culturale-sociale c’è il tema di cosa stanno diventando i figli nella famiglia di oggi. In altri Paesi (fermo restando che tra asili e scuole materne sono dal punto di vista infrastrutturale molto meglio dotati di noi) si è già capito che i bambini sopravvivono senza i genitori. E senza la presenza costante della madre, che qui in Italia è totalmente responsabilizzata e di conseguenza colpevolizzata rispetto alla cura della prole, i figli riescono a staccarsi nella giusta misura dal nucleo familiare raggiungendo prima l’autonomia. Un aspetto che nel mondo globale iper-competitivo di oggi è un fattore critico di successo».
Non tutti, però, la pensano in questo modo. L’Italia, si può obiettare, non è, e probabilmente non sarà mai, la Svezia, e certi traguardi non sono raggiungibili. Anzi, per Andrea Bianchi non sono proprio traguardi. «No, non li vedo come tali: nei Paesi scandinavi ci sono abitudini e culture diverse rispetto alla nostra, a partire dal valore della famiglia. In Svezia, a 17-18 anni un ragazzo va via di casa, vive la sua vita ed è già tanto se chiama a casa per Natale o Pasqua. Io non voglio assolutamente giudicare cosa sia meglio, dico solo che ci terrei a mantenere la nostra caratterizzazione. Adeguarci alle culture di altri Paesi è una chimera, e si scontra con un dilemma: siamo disposti a spogliarci delle nostre tradizioni e a omogeneizzare tutto? Io credo che la globalizzazione possa anche essere interpretata come un’opportunità per cogliere il meglio delle varie culture, ma ciascuno mantenendo la propria individualità. E poi», continua Bianchi, «siamo sicuri di volere davvero un uomo uguale alla donna?». Per il consulente, la parità – che spesso viene confusa con l’uguaglianza – dei generi, potrebbe essere una mina vagante anche nel rapporto di coppia. E la donna potrebbe non essere così felice di avere sempre di fianco non un uomo, «ma un “donno” che la sostituisca in tutte le sue funzioni. Ci sono poi donne che ambiscono a questo, anche per una questione di revanche, e uomini che per cultura e necessità non hanno voglia di lottare per fare il capofamiglia, e tirano i remi in barca. Se lo fanno con piacere va benissimo, basta che non sia una sorta di diktat. Io, però, assisto a un trend che trovo preoccupante. Credo si stia un po’ perdendo il piacere di essere uomini, inteso nella maniera tradizionale. E anche l’orgoglio di essere uomini».
Meglio non chiedere a Enrico Finzi cosa pensa di questo approccio. «Abbiamo avuto per secoli la convinzione che fosse meglio che la gente rimanesse ignorante», dice il sociologo. «Allora sembrava naturale che le donne fossero inferiori e i contadini analfabeti. Poi si è visto che quando la gente diventa più colta è meglio per tutti. L’identità è una cosa seria, non si discute, ma non attiene alle discriminazioni. Se alziamo il livello di civiltà ne aumentiamo i costi, è naturale. Ma almeno siamo sicuri di coinvolgere un numero maggiore di talenti».
Che poi il talento lo si esprima a casa, con i figli, o al lavoro, con il capo, o in entrambe le situazioni, questo sarà l’individuo a deciderlo. O almeno così si spera.

UNO SU DIECI È UN MAMMO
Nel corso del 2010 sono state circa 300 mila le domande di congedo parentale nel settore privato, in crescita del 3% rispetto all’anno precedente. Di queste meno del 10%, circa 27 mila, sono state inoltrate all’Inps da uomini.