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Chiamatemi Black Box

Il fondatore della galleria d’arte più glamour del belpaese parla della sua avventura imprenditoriale, di politica e di giornali «che danno un’immagine distorta dell’Italia»

Di lui, i giornali quotidiani e le riviste patinate hanno già scritto parecchio: della sua amicizia con la figlia del premier, Barbara Berlusconi, o delle serate mondane che lo hanno visto al fianco di qualche bella ragazza e di molti personaggi del jet set. Ma forse in pochi sanno che per Nicolò Cardi, classe 1978, gallerista e imprenditore del mercato dell’arte, il vero “compagno di vita” resta ancora il trolley da viaggio. È la valigia che porta con sé durante i numerosi spostamenti di lavoro, da Milano, dove è nato e risiede, sino a Londra e New York, dove si reca spessissimo da quando ha dato vita alla sua ultima iniziativa imprenditoriale: la galleria Cardi Black Box, inaugurata poco più di un anno fa. Tra i soci c’è proprio Barbara Berlusconi e la sua famiglia, che detengono una quota della galleria di poco superiore al 40%. E c’è un altro nome celebre: quello di Martina Mondadori, figlia di Leonardo, “rampolla” di una delle maggiori dinastie editoriali italiane, con una partecipazione attorno al 5%. Ma il vero ispiratore e artefice della Black Box rimane lui, Nicolò che, dopo la laurea alla Bocconi e un’esperienza nel mondo della finanza, ha voluto seguire il solco della tradizione di famiglia. Suo padre, Renato Cardi, è infatti uno dei più noti galleristi di Milano, con alle spalle un “cursus honorum” quasi quarantennale.

Come molti giovani, tuttavia, Nicolò ha cercato di seguire la tradizione “mettendoci del suo” e portando una ventata di novità nel mondo, un po’ ingessato, del collezionismo di opere arte. «Black Box», dice infatti Cardi, «è una realtà unica e quasi rivoluzionaria nel panorama culturale milanese e italiano: è una galleria indipendente, che si impegna a ricercare nuovi artisti contemporanei emergenti e a sostenerli nella produzione dei lavori, collaborando anche con importantissime istituzioni culturali a livello internazionale». Certo, anche il conto economico vuole la sua parte. E su questo tema Cardi ha le idee chiare: «Già nel primo anno di attività», dice, «abbiamo realizzato un giro d’affari di circa 2 milioni di euro, chiudendo l’esercizio con una piccola perdita, causata soprattutto dagli ingenti investimenti iniziali». Ma ora, terminata la fase di avviamento, secondo il fondatore di Black Box il fatturato starebbe per spiccare il volo, e crescerà a un ritmo di almeno il 10-15% ogni 12 mesi, nell’arco dei prossimi cinque anni. Merito anche dell’espansione all’estero, dove Cardi vuole piantare solide radici per la sua attività. Dopo la location di Milano, in corso di Porta Nuova, è già stata inaugurata nel 2009 una nuova galleria a Londra, a cui seguiranno nei prossimi anni (in date ancora da fissare) un’apertura a New York e una a Zurigo, cioè in due centri nevralgici della finanza mondiale.

Quando parla dei suoi prossimi progetti, il fondatore di Black Box mostra la sicurezza del manager già navigato, nonostante la giovane età. Snocciola dati e cifre, disegna scenari futuri e descrive lucidamente il ruolo che intende svolgere nel mercato dell’arte Internazionale. Ma c’è un momento in cui la sua abituale compostezza da vero professionista, e il fare cortese del ragazzo di buona famiglia lasciano spazio a una passione quasi viscerale. È quando Cardi parla dell’Italia, che troppo spesso e ingiustamente viene descritto dalla stampa nostrana come una Nazione di periferia, caduta in una spirale di irreversibile declino. E invece, secondo Cardi, molti nostri connazionali non sanno che all’estero gli italiani sono ancora amati e rispettati, non soltanto per il loro passato, ma anche per il loro presente: gli stranieri adorano la nostra civiltà, il nostro gusto e le nostre tradizioni, ma soprattutto oggi ammirano molti paladini del made in Italy nel mondo, uomini come Giorgio Armani, che ovunque è considerato il re indiscusso della moda, o come Renzo Rosso, patron della Diesel, che ha avuto la forza e il coraggio di sfidare, nel settore della jeanseria, un colosso del calibro di Levi’s. «E qui da noi», domanda Nicolò, «cosa fanno i maggiori quotidiani nazionali? Dedicano pagine intere alle presunte scappatelle del Presidente del Consiglio, facendo anche intendere che all’estero l’opinione pubblica sia davvero interessata a queste vicende». In realtà, l’immagine dell’Italia al di fuori dei confini nazionali è molto più apprezzata di quanto non si creda. Questo “amor di patria” e questo orgoglio nazionale, potrebbero far pensare a un futuro desiderio di Nicolò di impegnarsi nell’agone politico. Ma la politica attiva, almeno per il momento, non sembra interessargli davvero. «La seguo», dice, «ma attualmente tutti i miei pensieri e tutte le mie energie professionali sono destinati alla Black Box, che ha ancora molta strada da compiere». Ovviamente, Cardi non nasconde le proprie simpatie per il premier e non fa mistero di avere poca stima del suo principale avversario: l’ex pm e leader dell’Italia dei Valori, Antonio di Pietro. «Considero una fortuna e un privilegio l’avere un solido rapporto di amicizia e di frequentazione con Barbara Berlusconi e con la sua famiglia», dice Nicolò «anche se se questo, probabilmente, mi ha portato qualche ostilità sul lavoro».

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Nicolò Cardi, classe 1978, è il fondatore della galleria Cardi Black Box, con sede a Milano e a Londra. Bocconiano, Nicolò approda al mondo dell’arte poco più di un anno fa, dopo un’esperienza nella finanza. Il suo obiettivo: sostenere e promuovere artisti contemporanei emergenti anche in collaborazione con importanti istituzioni