Connettiti con noi

People

Alla conquista del West

Il settore del lusso vive l’epoca del sogno americano: entro il 2020 gli Usa
diventeranno il primo mercato al mondo. A patto di andare a scovare i paperoni
che non vivono a New York o Los Angeles

I cowboy del terzo millennio? Stilisti, designer e protagonisti del luxury. La nuova frontiera del settore è infatti il mercato statunitense che, secondo i calcoli del Boston Consulting Group, entro il 2020 arriverà a pesare per il 36% sul mercato mondiale (per un ammontare equivalente a 370-430 miliardi di euro). Ma come potrà il made in Italy intercettare questo fiume di dollari? Partendo alla caccia degli high net worth individuals. Cioè i milionari che rappresentano la metà del mercato a stelle e strisce. Un dato simile a quello dei Paesi emergenti, mentre in Europa i ricconi contano “solo” per il 35%. Non tutti questi paperoni, però, vivono nelle grandi città occupate dai brand più famosi, come New York, Chicago, Los Angeles. Anzi, quattro su dieci vivono a Dallas, Seattle, Atlanta e in tante “lande inesplorate” dal retail. Si tratta di persone facoltose ma spesso rientranti nella categoria dei cosiddetti luxury immune, disinteressati ai beni di valore, spesso, per mancanza di familiarità. È soprattutto grazie a loro che la spesa americana pro capite nel settore ammonta appena a 3,9 euro ogni mille di pil (13,5 considerando le auto). In Italia è 12 (15,3 con le vetture di lusso), in Francia 6,5, in Giappone 5,7. Si tratta dunque di una fetta di mercato tutta da conquistare per gli imprenditori del bello: la corsa all’oro è partita.

L’EURO DEBOLE CI FA FORTI

Sorridono i grandi marchi italiani per la debolezza dell’euro. Per il secondo semestre del 2014 sono attese vendite e margini reddituali in crescita dopo il pesante tributo pagato alla moneta unica forte dalle grandi aziende del lusso. Luxottica ha subito un -2,6% nel retail a causa del fattore cambio (al netto è un +3%). Tod’s si è trovata invece almeno 10 milioni di euro in meno sui 477,7 di vendite nette: senza le oscillazioni, avrebbe segnato 488,6. Diventa dunque molto più incisivo il peso del “rischio cambio” nei bilanci dei grandi brand. Con l’euro più debole, Luxottica spera di ridurre al minimo i danni nel terzo e quarto trimestre dell’anno. Stesso discorso per Cucinelli e Moncler che, dopo le pesanti perdite in Borsa, hanno iniziato a recuperare terreno a partire dal mese di luglio.