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Gusto

Trebbiano d’Abruzzo: l’outsider vincente

Da una regione finora rimasta in secondo piano, questo vitigno trae profumi e note di gusto che lo hanno reso il simbolo della riscossa del vino bianco italiano nel mondo

Il Trebbiano d’Abruzzo è un vitigno simbolo della riscossa del vino bianco italiano nel mondo per quanti cercano nel nostro Paese qualcosa oltre il solito Pinot Grigio. Partendo da una regione finora rimasta in secondo piano nel nostro panorama enoico, questo vino interpreta alla perfezione il ruolo dell’outsider, perché non sfoggia profumi tipici varietali, com’è invece caratteristico di altri bianchi: quanto troviamo nel bicchiere si deve alla fermentazione e al suo affinamento. Senza contare la sua forte dipendenza dal clima, dall’altitudine e dai suoli in cui viene coltivato.

Quando si parla di Trebbiano, il gigante storico resta Valentini da Loreto Aprutino. Nelle sue espressioni migliori, questa bottiglia ha note di zagara, mirto e fiori di senape, mandarino e pompelmo canditi, gesso e menta, timo, floreale di campo ancora vivo e tiglio. Parlando di montagne e natura, Valle Reale si trova sull’altipiano di Popoli tra il Parco Nazionale del Gran Sasso, il Parco Nazionale della Majella e il Parco Regionale Naturale del Sirente-Velino, con vigne in biodinamica ma un’impostazione borgognotta in cantina e fermentazioni spontanee, senza dimenticare pulizia e precisione, come dimostra il Vigneto di Popoli con note di cedro, mandarino cinese, floreale bianco e fieno secco, su cui tornano sfumature ricercate e salmastre.

Tra i “mostri sacri” della denominazione va inserito senza dubbio anche Marina Cvetic Masciarelli e il suo Castello di Semivicoli. Siamo a San Martino sulla Marrucina (Ch) dove nasce un vino dal profumo stordente e soave di miele di tiglio, erbe aromatiche, campo di ginestra e sambuco, uno dei pochi capaci di saltare a piè pari lo stucchevole fruttato di tanti bianchi moderni, per unire magicamente fiori e spezie nel bicchiere. Attorno a loro, sono tante le aziende che si dimostrano energiche e intraprendenti nel loro impegno su questo vitigno, come per esempio l’ex pilota di Formula 1, Jarno Trulli, con il suo Podere Castorani e il Trebbiano d’Abruzzo Doc o Cirelli, che dal comune di Atri (Te), a solo 8 km dal mare, produce in biodinamica vini di spessore e ricercatezza in armonia con la natura, utilizzando anche l’antica pratica delle anfore vinarie nel suo – appunto – Anfora.

Nicodemi, cantina dalla bella storia familiare dagli anni ’70, oggi dalle colline teramane porta avanti un progetto di viticoltura sostenibile e biologica di altura, come dimostra il Notàri, ottenuto vinificando il 90% delle uve in vasche d’acciaio e il restante 10% in barrique di secondo passaggio, con attento uso di lieviti e bucce fini. Il risultato è un vino succoso e floreale, con spunti sapidi fitti e suadenti. Sempre in biologico il Trebbiano di Terraviva, il Mario’s 44, che nasce dopo 12 mesi in botte grande e unisce floreale di ginestra e mimosa, mela golden e pepe nero.

L’Abruzzo è anche terra di accoglienza, come dimostrano i Ciavolich, mercanti di lana che arrivarono nel 1500 a Miglianico e nel 1853 costruirono la prima cantina di famiglia, una delle più antiche della regione. Oggi il loro Fosso Cancelli è tra i vini più significativi della zona, con note di mele, zafferano, ciclamino e mirto con sottofondo iodato. Molto importante anche il ruolo delle cantine sociali e delle cooperative, che valorizzano le fatiche di tanti viticoltori che lavorano in condizioni spesso eroiche, come dimostrano il Trebbiano di Cantina Tollo e quello di Feudo Antico.

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Foto di Christoph Schütz da Pixabay