Il meglio maestro d’Italia: la mostra che omaggia il Perugino

A 500 anni dalla sua morte, la mostra ‘Il meglio maestro d’Italia’ celebra il talento di Pietro Vannucci, riconoscendone finalmente appieno il ruolo di ispiratore della nostra tradizione pittorica

Pietro Vannucci, detto il Perugino, dopo cinque secoli si riprende la scena e la fama che merita. Bisogna recarsi alla Galleria Nazionale dell’Umbria, affacciata sulla piazza principale di Perugia, fresca di restauro e riallestimento, per ammirare, fino all’11 giugno, la più ampia monografica mai realizzata sul pittore troppo a lungo relegato al ruolo di maestro di Raffaello. Fu invece, come recita il titolo dell’esposizione sapientemente curata da Marco Pierini e Veruska Picchiarelli, Il meglio maestro d’Italia: la sua pittura originale e delicata ha rivoluzionato la storia dell’arte del nostro Paese, traghettando nel 400 una forma di classicismo, di pulizia del tratto e di rigore formale che ha avuto ampia fortuna anche nei secoli a venire.

Il meglio maestro d’Italia: la mostra che omaggia il Perugino

Vannucci (1450-1523) ebbe un’esistenza lunga e prolifica (la leggenda narra che morì con il pennello in mano): questa mostra ha deciso di concentrarsi sulla fase propulsiva della sua carriera, ideando un suggestivo percorso calibrato su una settantina di opere antecedenti il 1504, proprio per dimostrare il valore eccelso della sua pittura e la capacità di Perugino di ideare una “lingua” che avrebbe conquistato tutta l’Italia, trasformandolo nel padre nobile del classicismo.

Tutti i più grandi del tempo, a cominciare da Raffaello sono passati per la sua bottega; persino nel Nord Italia uno come Gaudenzio Ferrari si lasciava ispirare dalle Madonne del Perugino per le sue creazioni. E se per colpa del Vasari (che rimproverava al Perugino un’eccessiva attenzione per il vil denaro, contrapponendolo al più ascetico Michelangelo) Perugino fino ad oggi è rimasto in seconda fila rispetto ai grandi del Rinascimento, questa mostra aggiusta il tiro, anche grazie a pezzi straordinari, come la raffinata Annunciazione Ranieri, e prestiti notevoli quali Lo Sposalizio della Vergine dal museo di Caen, la Lotta tra Amore e Castità dal Louvre, il Ritratto di Lorenzo di Credi dalla National Gallery di Washington. Tra le chicche in mostra: il Politico della Certosa di Pavia, eccezionalmente ricomposto per l’occasione, la Pala di San Domenico, le Tavole di San Giusto dagli Uffizi.

Accostando l’una all’altra le opere che dal 1470 ai primi anni del 500 Perugino ha dipinto, la mostra è riuscita a puntualizzarne la datazione e, attraverso il confronto con autori coevi (come Raffaello, presente in mostra con la straordinaria Madonna Borghese dal museo di Berlino), a dimostrare quanto l’arte di Perugino fosse camaleontica, e dunque sempre capace di adattarsi alla committenza, e fondamentale per lo sviluppo del classicismo nei secoli a venire.

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