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Banche svizzere, la trasparenza manda in crisi il sistema

In 5 anni i capitali evasi precipitati del 75%: restano solo 160 miliardi di euro nelle casseforti elvetiche. A rischio chiusura il 25% degli istituti di credito più piccoli

C’era una volta il mito delle banche svizzere, oasi felice degli evasori di tutto il mondo. Negli ultimi cinque anni, però, le pressioni internazionali sugli istituti di credito ha rovesciato il sistema. Nelle casseforti elevetiche, dove c’erano 800 miliardi di franchi di capitali non dichiarati, oggi ne restano appena 200, circa 160 miliardi di euro.

Lo rivela uno studio di Pricewaterhousecoopers: «Per anni la Svizzera è stato uno dei principali paradisi fiscali del pianeta ma, oggi, non è più così», sancisce il documento.

Il primo Paese a ingaggiare la lotta all’evasione rossocrociata sono stati gli Stati Uniti seguendo le tracce lasciate da Ubs. Hanno seguito poi i Paesi Ue, con in testa severissime Germania e Francia.

«Una parte dei capitali dichiarati è rimasta in Svizzera, mentre diversi titolari di conti cifrati hanno deciso di riportarne l’ammontare in patria», ha dichiarato Martin Schilling di Pricewaterhousecoopers in un’intervista, «il deflusso di depositi dalla Svizzera è quasi finito (meno di 60 miliardi sono pronti a uscire dai confini svizzeri, ndr)».

Soldi che potrebbero tornare, attirati dall’alta qualità del private banking degli istituti elvetici secondo la cosiddetta “strategia del denaro pulito”.

A soffrire del nuovo assettosono così soprattutto le banche più piccole, impoverite dei loro maggiori introiti: nel 2008 c’erano 185 istituti, oggi ne restano solo 151. E un altro 25% sarebbe a rischio, secondo Pwc.

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