Recovery Fund e l’importanza dell’economia della conoscenza

Puntare sull’innovazione è ormai una scelta ineludibile, ma l’Italia – e più in generale l’Europa – sono rimaste indietro. Ora il governo tricolore intende destinare parte del Recovery Fund per sostenere gli investimenti in ricerca, che dovrebbero riflettersi esponenzialmente su industria e occupazione. Ma gli ostacoli non mancano…

Ugo Amaldi, classe 1934, è uno scienziato che ha passato la vita nei laboratori dell’Istituto di Fisica nucleare di Frascati e del Cern di Ginevra, ma anche nelle aule delle università. Difficile immaginarlo nei panni di un Masaniello, ma quest’uomo di scienza ha guidato una rivoluzione e se l’Italia tornerà a investire nella ricerca e nell’innovazione al pari delle economie occidentali più sviluppate, lo si dovrà innanzitutto all’autore del cosiddetto Piano Amaldi.

L’appello al governo per aumentare gli investimenti pubblici in ricerca e innovazione avanzato all’inizio della scorsa estate ha, infatti, generato un dibattito e, grazie anche al contributo del fisico Luciano Maiani e della lettera aperta al premier Giuseppe Conte, firmata da 14 scienziati e pubblicata sul Corriere della Sera, ha convinto l’esecutivo ad aumentare gli stanziamenti di un miliardo l’anno per un investimento globale di 15 miliardi di euro in cinque anni. Questa la promessa del ministro dell’Università Gaetano Manfredi.

Tutto bene, quindi? In parte. Innanzitutto, il problema non è soltanto la ricerca pubblica, ma pochi di coloro che hanno scritto del Piano Amaldi hanno colto il punto. Lo scienziato lo spiega chiaramente a Business People. «Se lo Stato fa male, le imprese fanno peggio, e questo non viene mai detto. Se è vero che lo Stato tedesco spende un po’ più dello 0,9% del Pil contro lo 0,5 di quello italiano, è altrettanto vero che in Germania il settore privato contribuisce alla ricerca con un 2,1% del Pil, contro lo 0,9% delle imprese italiane, che poi sono le grandi industrie pubbliche, perché le altre nostre aziende tendono a essere molto piccole e frammentate e non fanno ricerca». L’Italia destina complessivamente al settore soltanto l’1,43% del suo Pil. Troppo poco per poter tenere il passo dei suoi principali competitor. Sono 25,2 miliardi di euro spesi nel 2018 dall’intero sistema Paese. Per dare un’idea, nel 2017 la Gran Bretagna aveva investito 38,9 miliardi e la Germania 99. L’ovvia conseguenza è che la Penisola sia una sorta di Cenerentola in molti altri indicatori.

Eppure, non sempre la quantità è sinonimo di qualità. «È bene sottolineare una cosa che non sembra essere nota nemmeno agli specialisti: anche così, in media un nostro ricercatore produce più lavori scientifici eccellenti di un ricercatore francese o tedesco, come dimostrano i dati forniti dalla Commissione europea in un rapporto del 2018. Tra l’altro, dopo i tedeschi, gli italiani sono secondi per il numero di grant ottenuti dallo European Research Council, anche se poi la maggior parte dei vincitori li usano all’estero. Già oggi, se per esempio l’Ue decidesse di investire un miliardo di euro nella ricerca, otterrebbe molti più lavori eccellenti (che sono al top del 10% in quanto a citazioni) in Italia che non in Germania o Francia. Insisto su questo punto, perché dovere di chi propone un piano è anche quello di dimostrare che i fondi richiesti possano essere da subito ben impiegati».

È l’Europa, in generale, che sembra aver perso posizioni in campo tecnologico. Se nel 2000 dai Paesi Ue proveniva il 25% della spesa globale in R&D, 15 anni dopo questa percentuale si era ridotta di 5 punti, mentre la quota cinese passava dal 5 al 21%. Secondo Eurostat, nel 2018 l’intensità di ricerca dell’area Ue si è attestata sul 2,18% (per un valore di 294,5 miliardi di euro), mentre Corea del Sud, Giappone e Usa arrivavano rispettivamente a un 4,53%, a un 3,28% e a un 2,82%. L’Europa dedica a ricerca e innovazione una fetta più piccola di una torta che, inoltre, è cresciuta meno delle altre. Le ragioni di questo ritardo sono molteplici e possono essere ricondotte a scelte di politica economica e monetaria che non hanno privilegiato la crescita, come dimostra il fatto che tra gli obiettivi della Bce ci sia solo la stabilità dei prezzi e non la piena occupazione (maximum employment), come è invece per la Federal Reserve.

In un’Europa frammentata, in cui anche la risposta all’emergenza economica provocata dalla pandemia richiede tempo, negoziati e compromessi, manca quell’attore fondamentale che faccia da traino nel campo della ricerca e dell’innovazione, che possa investire ingenti capitali e aspettare pazientemente che questi diano frutto. È stato compresso il ruolo dello Stato in economia con la disciplina di bilancio e quella sulla concorrenza, senza che venisse creato un nuovo centro di potere che ne ereditasse il ruolo. A queste difficoltà, l’Italia aggiunge una convivenza difficile tra pubblico e privato. «Nel campo specifico della ricerca», continua Amaldi, «lo Stato ha una funzione fondamentale, perché è l’unico attore che può finanziare la ricerca di base, cioè quella che, attraverso i passaggi della ricerca applicata e dello sviluppo sperimentale, porta a nuovi prodotti e al miglioramento degli stessi. Questa sorta di insofferenza nei confronti del pubblico la registro qui in Italia. All’estero, per esempio in Francia o in Germania, le associazioni di categoria che rappresentano l’impresa hanno un rapporto meno conflittuale con lo Stato e non vivono le incursioni di quest’ultimo nell’economia e nella ricerca come un’invasione di campo. Sanno che non c’è bisogno di tarpare le ali al pubblico per far bene la ricerca privata. Le imprese italiane sono capaci di esportare e hanno molti meriti ma – piccole, per lo più – non hanno il potenziale tecnologico, le risorse, anche in termini di capitale umano, né la mentalità per fare ricerca come potrebbe farla uno Stato che alla ricerca dedicasse risorse adeguate. Sono convinto che l’investimento in ricerca pubblica paghi e non c’è modo migliore che dimostrarlo con i fatti. Possiamo prendere questo piano come un esperimento: investiamo – per arrivare al livello della Francia (0,75% del Pil) se non di quello della Germania – e tra dieci anni vedremo che risultati abbiamo ottenuto». Le percentuali quindi sono importanti e che il governo si sia deciso a investire di più nella ricerca è un risultato straordinario. Ma sarà un primo passo inutile se non si accompagnerà, per esempio, alla definizione di una vera politica industriale, a un ripensamento di alcuni dogmi di politica economica e se, soprattutto, l’Europa non imparerà a muoversi come un unico attore.

Articolo pubblicato su Business People. dicembre 2020

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