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Il modello teutonico non fa per l’Italia

L’ambizioso programma di riforme lanciato da Schröder nel 2003 fa ancora discutere, anche fuori dai confini tedeschi. Ma usarlo per rilanciare l’economia tricolore sarebbe inutile: il Belpaese ha altre priorità. Ecco perché l’Agenda 2010 che ha portato al successo la Germania funziona solo in Germania

Kemalettin Tunç, quarantenne di origine turca trapiantato a Brema, ha da poco perso un lavoro che sembrava quasi sicuro: un posto da operaio in una fabbrica del gruppo Mercedes. Per questo, Kemalettin oggi tenta di sbarcare il lunario guidando il taxi per le strade della sua città d’adozione (una delle più belle e prospere della Germania) in cambio di una paga tutt’altro che invidiabile: circa 5 euro netti all’ora. La vicenda di questo immigrato non più giovanissimo, raccontata in una recente inchiesta del quotidiano finanziario Wall Street Journal, è soltanto una delle tante storie della Germania contemporanea, dove esiste un esercito di oltre sette milioni di persone (tedeschi purosangue o stranieri giunti da ogni parte del mondo) che oggi sono assunti con un mini-job, un contratto di lavoro a tempo parziale, pagato con una somma di appena 450 euro al mese, rigorosamente esenti da tasse. Contestati da più parti perché considerati uno sfruttamento legalizzato del lavoro, i mini-job sono tra i prodotti dell’Agenda 2010, il coraggioso ma assai discusso pacchetto di riforme, messo in cantiere circa un decennio fa da Gerhard Schröder, l’ultimo cancelliere socialdemocratico della Germania che ha governato il Paese dal 1998 al 2005, alla guida di una coalizione rosso-verde. Sono proprio le leggi messe in cantiere da Schröder, predecessore e rivale dell’attuale cancelliera cristiano-democratica Angela Merkel, che hanno ridato slancio alla vecchia Germania: uno Stato che, nel biennio 2002-2003, aveva un’economia stagnante (con una crescita del Pil attorno allo zero e una disoccupazione sopra il 10%) e che sembrava aver perso definitivamente il ruolo di locomotiva d’Europa.

E invece, dopo l’approvazione dell’Agenda 2010, la locomotiva tedesca ha ripreso a viaggiare a pieno regime, con un tasso di crescita dell’economia che, negli ultimi sei anni, è stato costantemente superiore alla media di Eurolandia, fatta eccezione per il 2009. Tutte le leggi economiche approvate in Germania dal 2003 in poi, infatti, hanno avuto un denominatore comune: l’obiettivo di accrescere la competitività del sistema-Paese e la produttività del lavoro, con una riforma radicale del generoso sistema di welfare tedesco. Innalzamento dell’età pensionabile, riduzione delle tasse e dei contributi sociali, tagli ai sussidi di disoccupazione e riorganizzazione degli uffici di collocamento pubblici, per renderli più efficienti come fossero delle agenzie private: ecco alcuni dei provvedimenti controversi che sono stati varati dal governo Schröder e che, per la Germania, hanno rappresentato una vera e propria cura da cavallo. Per i socialdemocratici della Spd, partito di profonde tradizioni operaie e popolari, queste misure hanno comportato invece una vera e propria emorragia di voti e una dolorosa scissione “fratricida” attuata dell’ex-leader Oskar Lafontaine che, nel 2005, ha dato vita al nuovo partito della sinistra radicale Die Linke. Tuttora, a distanza di oltre due lustri, l’Agenda 2010 incontra non pochi detrattori, dentro e fuori i confini tedeschi. All’estero, c’è chi accusa Berlino di aver attuato un vero e proprio dumping sociale, tenendo compressi i salari e ridimensionando pesantemente il proprio sistema di welfare, per recuperare competitività sui mercati internazionali, anche a scapito dei partner europei. In Germania, c’è invece chi contesta molti pilastri del programma di riforme di Schröder, che ha provocato un aumento delle diseguaglianze e la nascita di una generazione di lavoratori sottopagati in maniera permanente. I tanto discussi mini-job, per esempio, furono ideati inizialmente come una sorta di “trampolino di lancio” per far emergere certe forme di lavoro nero come le collaborazioni domestiche o per favorire il reinserimento nel mondo produttivo di alcune categorie sociali particolarmente disagiate, quali i giovani con un basso grado di istruzione, gli immigrati o i disoccupati cronici. Poi, però, per molti tedeschi i contratti da 450 euro al mese (pur essendo integrabili con un sussidio statale e con un contributo per l’affitto) si sono trasformati in un punto d’arrivo, più che di partenza, facendo crescere le diseguaglianze. Non a caso, secondo le statistiche di Eurostat, la Germania è il Paese dell’Eurozona con il più alto tasso di povertà relativa, cioè con la quota più elevata di lavoratori che percepiscono un reddito inferiore alla media nazionale per almeno i due terzi. Mentre in Italia il tasso di povertà relativa è al 12,8% e in Svezia ad appena il 2,5%, tra i tedeschi raggiunge invece il 22%. Di conseguenza, oggi un interrogativo è d’obbligo: il riformismo di Schröder e dei suoi successori può essere considerato davvero un modello per l’Europa in crisi? In molti pensano di sì, soprattutto in Italia, e fanno proprio riferimento ai contenuti dell’Agenda 2010 per indicare un percorso virtuoso di cambiamento, adatto anche al nostro Paese. Non tutti, però, sono d’accordo con questa posizione. È il caso di Stefano Casertano, giornalista e scrittore, corrispondente da Berlino del quotidiano on line Linkiesta e autore assieme a Laura Lucchini di Germania Copia e Incolla (edizioni goWare), un breve saggio in due edizioni sulle virtù (ma anche sulle contraddizioni) del modello tedesco. «Credo che l’Agenda 2010 sia stata un pacchetto di misure particolarmente adatte alla Germania del 2004-2005, non certo all’Italia del 2013, che necessita invece di ben altro», dice Casertano, che vive a Berlino dal 2008 ed è anche professore aggregato di Relazioni internazionali all’università di Postdam. In particolare, nella Penisola c’è bisogno di una riforma della burocrazia e della giustizia, perché i problemi del nostro Paese sono da ricercarsi nella cattiva amministrazione piuttosto che in un sistema industriale, come quello italiano, che presenta ancora diversi punti di forza. «Non va dimenticato», aggiunge il giornalista, «che le riforme adottate dai tedeschi nell’ultimo decennio hanno avuto un duplice effetto: hanno trasformato la locomotiva tedesca in un nuovo gigante delle esportazioni, capace di agganciarsi al treno della crescita cinese, ma hanno tenuto compressa la domanda interna». La prova arriva anche dai numeri che Casertano riporta nel suo libro, relativi al periodo 2002-2012: nell’arco di un decennio, l’export tedesco verso la Repubblica popolare cinese si è moltiplicato per sei, passando da 10 a 65 miliardi di dollari, mentre la domanda interna del Paese è rimasta quasi piatta, con un modesto rialzo che non arriva al 10% nell’arco di due lustri ed è inferiore persino a quello registrato nella stagnante economia italiana. Le riforme di Schröder vanno dunque valutate nel loro contesto e, se trasferite a sud delle Alpi, non è detto che incontrino lo stesso successo che hanno avuto in Germania. La pensa così anche Giuliano Cazzola, esperto di welfare, ex-deputato del Pdl ed ex-vicepresidente della commissione Lavoro alla Camera che dice: «Le misure dell’Agenda 2010 hanno funzionato bene perché sono state applicate alla tedesca e non all’italiana, cioè con il rigore e con la grande capacità organizzativa che da sempre caratterizza le istituzioni di Berlino». La riorganizzazione degli ammortizzatori sociali e degli uffici di collocamento effettuata in Germania, per esempio, difficilmente potrebbe portare agli stessi risultati nel nostro Paese, dove i centri per l’impiego pubblici fanno acqua da tutte le parti e riescono a trovare lavoro a meno del 4% dei disoccupati, contro il 13% delle agenzie federali tedesche. Per Cazzola, invece, uno dei campi in cui dovremmo cercare di imitare Berlino è senza dubbio la contrattazione del lavoro: nei Land della Repubblica Federale, infatti, c’è stato negli ultimi anni un rafforzamento degli accordi di lavoro decentrati, stipulati nelle singole aziende o nei singoli territori, che possono sostituire in gran parte le disposizioni dei contratti collettivi, firmati a livello nazionale dalle associazioni di categoria e dai sindacati. Si tratta di un sistema di relazioni industriali assai flessibile, che ha permesso alle imprese di organizzare meglio i propri organici, i turni, gli orari e le ferie, per aumentare la produttività e salvare anche milioni di posti di lavoro. Per Casertano e Cazzola, però, anziché copiare alla lettera le riforme attuate dalla Germania nell’ultimo decennio, gli italiani dovrebbero far proprio soprattutto il metodo usato dai tedeschi, cioè la loro capacità di individuare i problemi del momento e di cercare le soluzioni più giuste per risolverli, vincendo le resistenze o gli ostruzionismi che arrivano sempre da lobby e corporazioni di vario tipo.

«OGNI RIFORMA VA VALUTATA NEL SUO CONTESTO»

Intervista a Erwin Rauhe, presidente della Camera di commercio italo-germanica

Se avessimo una bacchetta magica e potessimo mettere assieme i pregi dell’Italia e della Germania, eliminando i difetti, probabilmente avremmo risolto per sempre tutti i problemi dell’Europa intera». Parola di Erwin Rauhe, classe 1955, attuale presidente della Camera di commercio italo-germanica e amministratore delegato di Basf Italia, filiale del noto colosso chimico tedesco (di cui Rauhe dirige anche le attività nell’area del Sud Europa). Forse poche persone, meglio di lui, che è nato in Alto Adige da madre italiana e da padre tedesco, possono dire di conoscere bene la cultura industriale di entrambe i Paesi. E pochi manager, meglio di Rauhe, possono valutare con occhio distaccato le riforme economiche che la Germania, a differenza dell’Italia, è stata in grado di fare. Il suo giudizio sull’Agenda 2010 di Schröder è positivo?Direi proprio di sì, almeno a giudicare dai risultati. C’è chi accusa la Germania di aver fatto del dumping sociale, comprimendo i salari per recuperare produttività. Non è d’accordo?No. Io credo che tutte le riforme ad ampio respiro, comprese quelle dell’Agenda 2010, debbano essere valutate nel loro contesto. È vero che in Germania ci sono milioni di mini-job pagati poco, ma queste forme di lavoro sono comunque integrabili con i sussidi statali. Il sistema di welfare tedesco è tradizionalmente molto efficiente e funziona bene. Dunque anche in Italia ci vorrebbe un piano di interventi come quello ideato dieci anni fa a Berlino? Ripeto: ogni legge va valutata nel contesto in cui nasce. L’Italia non deve copiare pari pari le stesse riforme che ha fatto la Germania, ma assimilarne il metodo.In che senso? Bisogna fare le riforme che servono al Paese in questo momento, a cominciare da quella della burocrazia, vincendo resistenze e conservatorismi, con la stessa energia e coerenza che i tedeschi hanno impiegato nell’Agenda 2010 e in provvedimenti successivi. Ma la ritrovata competitività tedesca non sta danneggiando l’industria manifatturiera italiana?In parte sì, ma soprattutto in alcuni segmenti di prodotti finiti come le automobili. Non bisogna però trascurare l’altra faccia della medaglia: l’industria meccanica italiana sforna tantissimi semilavorati, apparecchi e componenti che servono molto alle aziende tedesche. Faccio un esempio: tempo fa, sono andato a visitare una fabbrica della Germania i cui i manager mi hanno mostrato con orgoglio un avanzatissimo macchinario made in Italy, che ha permesso ai loro stabilimenti di aumentare notevolmente la produttività.