Italiani ignoranti in finanza

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Leggere, scrivere e far di conto. Ecco che cosa doveva insegnare la scuola di una volta. Mentre gli strafalcioni pubblicati ogni giorno sui social network ci raccontano quanto sia stato fallimentare l’insegnamento delle lettere, non è che con i numeri le cose vadano meglio. L’ignoranza degli italiani in economia è stata certificata dal rapporto Consob 2016, che ha messo le istituzioni davanti a dati allarmanti: il 57% degli italiani non conosceva il corretto significato del termine “inflazione” e brancola nel buio quando gli si citano i termini più comuni del mondo degli investimenti. Qualcosa da allora si è mosso. Tra le altre cose, si è mossa in prima persona la Banca d’Italia. Secondo la Strategia nazionale per l’educazione finanziaria, assicurativa e previdenziale di Palazzo Koch, saranno proprio i dipendenti dell’istituto ad andare nelle scuole per spiegare i rudimenti di “inflazione”, “tassi” e “rendimenti” agli insegnanti «di potenziamento» che poi li trasmetteranno agli studenti. Allo stesso tempo, i lavoratori di Bankitalia saliranno in cattedra nei centri provinciali di istruzione per gli adulti per illustrare gli stessi concetti alle persone più in difficoltà, in particolare i migranti. Nel frattempo, anche la Bce ha provato a fare la sua parte, con l’iniziativa social #askDraghi che a fine gennaio ha dato la possibilità ai cittadini europei di porre qualsiasi domanda al governatore dell’Eurotower. Mentre l’Osservatorio Permanente Giovani-Editori ha varato il progetto Young Factor in collaborazione con Intesa Sanpaolo, Banca Monte dei Paschi di Siena e Unicredit

ATTENTI ALLE VOSTRE TASCHE

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Se il sonno della ragione genera mostri, l’ignoranza dei numeri può causare incubi alle tasche degli italiani. Per esempio, i risparmiatori non sono coscienti di pagare una commissione pre e post vendita quando acquistano un prodotto finanziario allo sportello di una banca – anche se a questo ha posto rimedio la direttiva Mifid 2, appena entrata in vigore – e ad affidarsi ai consigli degli amici quando devono varare un investimento. O, anche peggio, a fare da sé visto che, nonostante la palese ignoranza, l’85% degli intervistati si attribuisce comunque capacità almeno nella media nelle decisioni di risparmio, amministrazione del bilancio familiare e controllo delle spese inutili. «Questo Paese riflette la sua cultura crociana, fatta di giuristi e filosofi, a scapito di tutto quello che riguarda i numeri», assicura Sergio Cesaratto, docente di Politica monetaria e fiscale nell’Unione Europea all’Università di Siena. «Bisogna distinguere tra economia e finanza. La finanza è complicata e ignorarne il funzionamento al massimo espone a rischi personali. Bisogna anche dire che i prodotti di investimento sono così complessi che solo degli esperti possono vigilare efficacemente: dare la colpa alla scarsa educazione finanziaria delle persone è un alibi per incolpare di ingenuità i piccoli risparmiatori quando sono truffati».

«Diversa è l’educazione economica, è un fatto di democrazia che il cittadino conosca i rudimenti e in particolare che esistono diverse scuole di pensiero», aggiunge l’autore di Sei lezioni di economia  (Imprimatur). «Di questa mancanza la colpa è soprattutto degli economisti: si pongono come moderni sacerdoti, iniziati a conoscenze esoteriche. In realtà, la scienza economica usa una matematica di serie B. E la politica monetaria insegnata sui libri è una falsità vecchia di un secolo e mezzo. Insomma, l’economia è più semplice e non conoscerla ha conseguenze politiche». Soprattutto in tempi di campagna elettorale, mentre fioccano le promesse più improbabili? «Pensiamo al tema dell’uscita dell’euro o alla discussione sulla legge Fornero: il nostro problema pensionistico è che lavorano troppe poche persone e con stipendi poco dignitosi», conclude Cesaratto.

GIOVANI E RISPARMIO

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Bisogna dire che gli allarmi non erano mancati nemmeno in passato. L’indagine di Standard & Poor’s Global Finlit Survey  nel 2014 aveva collocato l’Italia all’ultimo posto tra i Paesi europei, con solo il 37% degli adulti in grado di rispondere correttamente ad almeno tre delle cinque domande su concetti di base (interesse semplice e composto, inflazione, diversificazione del rischio). Tra gli effetti più deleteri, c’è la poca efficacia del risparmio che raramente finisce per andare nell’economia reale e viene piuttosto dirottato sempre sugli stessi prodotti, come i titoli di Stato. «Non solo in Italia, ma in generale in Europa il finanziamento delle imprese è troppo “bancocentrico”, a differenza degli Usa. Ma le cose stanno cambiando», assicura Fabrizio Galimberti, un passato all’Ocse, come Chief Economist di Fiat e da consulente del Tesoro. «L’emissione di obbligazioni societarie ha conosciuto un forte sviluppo, mentre – dal lato dell’offerta – il successo dei Pir ha dato la possibilità anche alle pmi di accedere al capitale di rischio. Questa possibilità è stata raccolta dai risparmiatori che, consci dei bassissimi – se non negativi – tassi di interesse offerti dai titoli di Stato, hanno capito che i Pir offrono maggiori rendimenti, sia in termini di reddito che di capitale». Galimberti è anche l’autore di L’economia spiegata a un figlio  per Laterza, pubblicato nel 2004, quando di questi problemi ancora non si parlava (il primo progetto pilota di Bankitalia, poi abbandonato, risale al 2007). «Non ho scritto quel libro a scopi pedagogici. L’ho fatto perché mi divertiva e consideravo una sfida spiegare l’economia in termini semplici e accessibili anche agli adolescenti. Poi, da tanti riscontri avuti – il libro è stato scritto molti anni fa ma, come mi dice l’editore, è un “long seller” – so che i fruitori sono stati anche molti adulti che pensavano di averne bisogno!», sorride l’economista che da lungo tempo risiede a Melbourne. Nonostante i suoi sforzi, i 15enni nostrani avevano rimediato il solito ultimo posto nell’indagine Ocse-Pisa 2012. E questo è ancor più grave, perché in un’epoca già piena di incertezze sul futuro, in particolare per l’aspetto lavorativo, l’ignoranza economica aggiunge insicurezze alle nuove generazioni. Lo ha confermato l’economista londinese Noreena Hertz consultando più di 2 mila giovani sotto i 21 anni tra Stati Uniti e Regno Unito. Il risultato? Sono più quelli che hanno paura dei debiti (77%) di quelli che temono il terrorismo (75%).