Europa: obiettivo l’indipendenza dalle big tech extra-Ue

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In Europa soffiano forti venti di innovazione. Da questa dipendono i destini economici e finanziari dei Paesi dell’Unione, nonché la loro sicurezza e la tenuta democratica. L’intento è nobile ma ambizioso: rendersi autonomi dai giganti tecnologici extra-europei, sviluppare un circolo virtuoso di aziende altamente innovative e competitive, affrancarsi dai fornitori esteri e conquistare la piena sovranità digitale e tecnologica. Riflettori dunque puntati su start up e scale up, alla ricerca di quelle che potrebbero diventare i nostri pilastri digitali. 

Le iniziative negli ultimi anni non sono mancate. E un deciso cambio di passo potrebbe essere stato segnato l’8 febbraio scorso durante la Building Europe’s Digital Sovereignity Conference  di Parigi, quando è stata presentata la creazione di un “fondo dei fondi” la cui gestione è stata affidata al Fondo Europeo per gli Investimenti. Il meccanismo punta alla creazione di un certo numero di fondi (da dieci a 20) da un miliardo di euro ciascuno, per accelerare la crescita di start up e scale up. L’iniziativa può già contare su 3,5 miliardi di euro stanziati da Francia, Germania (uno a testa) e da banche di investimento pubbliche. Il progetto segue le sollecitazioni del programma Scale up Europe, lanciato dal presidente Macron nel marzo 2021, con il supporto della Commissione Europea e di altri Stati membri. E volto appunto a creare gli strumenti necessari a raggiungere un obiettivo molto ambizioso: la presenza di almeno dieci giganti della tecnologia dal valore di 100 miliardi di euro ciascuno, entro il 2030.

Negli stessi giorni della conferenza di Parigi, la Commissione Europea ha adottato il programma di lavoro 2022 del Consiglio europeo per l’innovazione (CEI), che offre opportunità di finanziamento del valore di oltre 1,7 miliardi di euro. Il CEI fa parte di Horizon Europe, il pacchetto di risorse della Commissione Europea per stimolare la scienza, l’innovazione, la ricerca. È uno strumento creato per far arrivare la scienza al mercato. Tre i punti cardine: l’individuazione di cento imprese a elevato contenuto tecnologico che potrebbero evolversi in unicorni (ovvero raggiungere una valutazione superiore al miliardo di euro); possibilità di richiesta di finanziamenti per un importo complessivo superiore ai 15 milioni di euro; maggiore sostegno alle donne innovatrici. Dunque, l’Europa vuole raggiungere la sovranità tecnologica e digitale. L’Italia è in grado di cogliere questa opportunità? 

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«Nel nostro Paese l’innovazione collegata alle Università e ai centri di ricerca è all’avanguardia dal punto di vista tecnologico», ci dice Andrea Fosfuri, Dean della Scuola di dottorato della Bocconi di Milano e delegato italiano al Consiglio europeo per l’Innovazione. «Noi siamo forti dal punto di vista delle attività di ricerca di base e su tutta la parte scientifica, poi però quando arriviamo ad affacciarci sul mercato, quando è il momento di scalare queste iniziative… non riusciamo. Non siamo competitivi con gli altri Paesi. L’acceleratore del CEI offre risorse significative in equity , come fosse un venture  capitalist , ma le start up italiane non hanno grande successo nella corsa a questi finanziamenti. Non siamo al livello di Paesi leader come la Francia o la Germania, ma perdiamo il confronto anche con la Spagna, per esempio. Per quanto riguarda i progetti di ricerca di base, invece, i finanziamenti li otteniamo. Ci sono due fattori critici», prosegue Fosfuri. «Il primo è la difficoltà nel passare da una ricerca scientifica vera e propria a una ricerca che abbia una prospettiva e un valore di mercato. Il secondo è la mancanza di un vero ecosistema di finanziamenti, di venture capital per le start up basate sulla ricerca scientifica. Solitamente queste hanno un fattore di rischio più alto, e comunque non quantificabile. In Italia, e non solo, non c’è sufficiente capitale di rischio. Anche nel nostro Paese negli ultimi anni sono nate molte aziende innovative, e ci sono delle imprese di successo, ma innegabilmente abbiamo delle difficoltà. Si sta cercando di creare le condizioni perché le nostre start up diventino più competitive. Nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr) sono stati creati degli strumenti ad hoc. Ci sono finanziamenti volti a favorire la creazione di ecosistemi che lavorino sull’innovazione. Si finanzieranno, quindi, 12 ecosistemi in cui università e aziende lavoreranno insieme in una stessa area geografica. Anche Cassa Depositi e Prestiti gestisce una serie di risorse mirate alle start up più tecnologiche e innovative. Si vuole cercare di ridurre il gap. Solo una volta ridotto il gap potremo poi sperare di concorrere anche ai fondi europei».

Sulla sovranità tecnologica e digitale si gioca una partita molto importante. Non è solo una questione economica. Non avere aziende leader in Europa significa continuare a dipendere dalla tecnologia prodotta da altri. Basti pensare ai microchip, fondamentali in ogni attività. Siamo costretti a importarli e questo significa non avere il pieno controllo sulla tecnologia. Lo stesso discorso si può fare per i dati. Le aziende che controllano il flusso dei dati non sono europee, quindi cediamo sovranità sul loro controllo. I dati vengono trasmessi attraverso reti a fibra ottica, e queste reti sono state finora gestite dalle aziende di telecomunicazioni europee. Ora i vari Google, Apple, Amazon e simili investono per creare una propria infrastruttura. Se vivessimo in un mondo ideale, privo di conflitti, questo non sarebbe un problema. Ma non viviamo in quel mondo, e un giorno potremmo trovarci nella situazione di perdere il controllo dei nostri dati, o di non poter più ricevere i microchip di cui abbiamo bisogno. Su questi e altri aspetti tecnologici c’è la volontà europea di creare start up che possano poi diventare leader di mercato. I programmi di finanziamento sono figli della volontà di diventare autonomi sulle tecnologie fondamentali per i prossimi dieci, 20 o 30 anni. 

«Sicuramente è una bella sfida», ammette Fosfuri. «Ma la spinta è molto forte, soprattutto da parte della Francia, perché lì sono stati fatti già grandi investimenti per creare una situazione dove potessero evolversi gli unicorni. Si tratta, però, solo di un primo step. Quello successivo è riuscire a far acquisire a queste aziende la leadership di mercato. Sono stati fatti vari studi, soprattutto in confronto a Stati Uniti e Paesi asiatici, in termini di capacità scientifica e l’Europa non è indietro rispetto a loro. Sulla ricerca di base siamo anzi messi bene. Se guardiamo, invece, al numero di unicorni rapportato alla ricerca scientifica che facciamo, l’Europa è svantaggiata. Da qui la decisione di istituire i fondi necessari per superare questo gap».
I fondi sono pubblici. Sono soldi che potrebbero essere usati per altri scopi, per la sanità o per il lavoro. L’Europa li investe in innovazione, finanziando start up che potrebbero anche… non funzionare. «Diversamente dall’investitore privato che guarda solo al ritorno economico, il pubblico guarda a un effetto più “ampio”. L’innovazione non influenza solo l’impresa che la genera, ma tutta la società. Per questo il pubblico investe anche lì dove il privato non ha interesse a farlo».