5G, Italia solo 21esima in Europa: è in ritardo su sicurezza e innovazione

Secondo gli esperti abbiamo regole antiquate, paletti troppo rigidi e non stiamo gestendo nel modo migliore il “problema” Huawei

Nonostante l’asta per aggiudicarsi le frequenze sia stata da record e abbia permesso all’Erario di incassare oltre 6,5 miliari di euro, il 5G in Italia è a rischio. Secondo l’Europe 5G Readiness Index di inCites Consulting, infatti, il nostro Paese è solo al 21esimo posto per livelli di prontezza al 5G, su 38 Stati considerati. Per quali ragioni? Secondo il rapporto, la colpa è innanzitutto di un ecosistema generale ostile all’innovazione e di regole antiquate che obbligano a imporre limiti che hanno poco senso, specie per l’installazione delle antenne e delle reti. “Serve una regolazione più adattiva e business friendly, per le nuove reti. Occorre pertanto aggiornare e alleggerire il quadro regolamentare vigente anche per tener conto dell’esigenza per gli operatori tlc di contenere gli investimenti, specie dopo gli ingenti costi sostenuti per l’acquisto delle licenze” ha confermato a Repubblica Maurizio Mensi, professore della Luiss.

La “questione” Huawei potrebbe costare cara sul fronte 5G

Un altro punto controverso è rappresentato dalla questione sicurezza e, nel dettaglio, dai rapporti con Huawei. Alcune nazioni, Stati Uniti in testa, hanno espresso contrarietà per l’uso di apparecchiature di telecomunicazione realizzate dal gigante cinese e per la sua partecipazione allo sviluppo della tecnologia 5G. L’Unione europea ha scelto una soluzione di compromesso, lasciando la scelta ai singoli Paesi, così da non estromettere a priori uno degli attori principali dell’innovazione, con cui fra l’altro tutti gli operatori europei stanno prendendo accordi per costruire le nuove reti. Entro dicembre 2019, però, fisserà alcuni paletti minimi di sicurezza per le infrastrutture, che tutte le aziende dovranno soddisfare.

L’Italia, anche alla luce dal recente avvicinamento alla Cina per la nuova via della Seta, ha scelto una soluzione accomodante. Con il decreto 22/2019 ha approvato la golden power nel campo della banda larga, ossia l’obbligo di notificare al governo la scelta di comprare apparati di rete (4G e 5G per esempio) da soggetti extra europei, Huawei in primis. Secondo gli esperti, però, occorre fare attenzione. Infatti, “l’Italia investe molto meno degli altri Paesi in cyber security. E le gare della PA sono fatte al massimo ribasso senza tenere conto di altri requisiti e così vincono sempre i soggetti cinesi, come avvenuto per la fornitura di apparecchi telefonici alla pubblica amministrazione l’anno scorso” ha avvertito Michele Colajanni, professore del Centro di Ricerca Interdipartimentale sulla Sicurezza e Prevenzione dei Rischi (CRIS) all’Università di Modena e Reggio Emilia, che ha anche aggiunto “dovremmo sposare la stessa serietà che sta dimostrando il Regno Unito sull’analisi della sicurezza dei prodotti Huawei, creando come loro un centro di ricerca ad hoc”.

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