Una vista dell’esposizione Aaron Curry-Bad Dimension al Gamec - Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo

Con 3.400 musei, 2.100 aree e parchi archeologici e ben 43 siti UNESCO (fonte: Pricewaterhouse Coopers), l’Italia è uno dei paesi con il patrimonio artistico più ricco a livello mondiale. Eppure non è in grado di valorizzarlo, anzi le risorse indirizzate dallo stato al MIBAC, il ministero per i Beni e le attività culturali, continuano a subire drastici ridimensionamenti. C’è chi volentieri si sostituirebbe, almeno in parte, allo Stato finanziando queste attività. Sono le imprese private, che se ne avvantaggerebbero sotto due punti di vista: avrebbero un ritorno positivo sulla propria immagine e beneficerebbero indirettamente dell’arricchimento del territorio nel quale operano. Ma purtroppo gli ostacoli al concretizzarsi di questa possibilità sono troppi. Da un lato mancano sgravi fiscali che incentivano le imprese a supportare la cultura, o meglio le procedure per ottenerli sono tanto complesse da risultare scoraggianti, e dall’altro le aziende brancolano nel buio relativamente agli interventi da realizzare e al loro grado di priorità. È necessario cambiare il sistema, in che modo ce lo suggeriscono studiosi ed esperti del settore.

L’inefficienza

Nonostante la ricchezza del patrimonio culturale e creativo italiano, l’industria del settore rappresenta solo il 2,6% del Pil nazionale pari a un fatturato di 103 miliardi di euro. Cifre ben differenti da quelle realizzate da Paesi come la Gran Bretagna che ha un’incidenza sul prodotto interno lordo del 3,8% e un giro d’affari di 190 miliardi, la Francia con rispettivamente una quota del 3,4% e 166 miliardi e la Germania con 2,5% e 158 miliardi. È quanto è stato rilevato dalla ricerca “L’Arte è industria” realizzata da PricewaterhouseCoopers. Insomma l’Italia è fanalino di coda per la capacità di far fruttare la grande ricchezza della quale dispone. Ma da dove deriva questa arretratezza? Oggi lo Stato rilascia risorse da ripartirsi su una quantità di interventi molto ampia. La complessità è tale che accade che il Mibac chiuda il proprio bilancio non avendo allocato tutte le risorse predisposte all’inizio dell’anno perché gli iter e la quantità di enti coinvolti sono tali da impedirlo. «Il finanziamento è inefficiente, nonché inefficace» afferma Angelo Zaccone Teodosi, presidente di Isicult «perché in Italia non è mai stata elaborata una vera e propria libera “politica culturale” e una “economia culturale”. Un po’ il retaggio dell’interventismo autoritario del regime fascista, un po’ per la cultura ecumenico-democristiana che ha privilegiato i finanziamenti a pioggia: in sostanza, non si è mai voluto sviluppare una cultura di trasparenza, di valutazione dei risultati, di analisi critica dell’intervento pubblico». Giuseppe Pennisi, membro del Consiglio superiore dei Beni e delle attività culturali e presidente del comitato tecnico scientifico di economia della cultura del Mibac sostiene che sia necessario fare una distinzione tra il tipo di sostegno che dovrebbero ricevere le arti dal vivo e spettacoli come il cinema. «L’intervento dello Stato nelle arti dal vivo - prosa, lirica, sinfonica e cameristica - ha la propria giustificazione» spiega Pennisi «in quello che viene chiamato il “morbo di Baumol” dal nome dell’economista americano che lo teorizzò: in un mondo in cui la tecnologia riduce i costi, la arti dal vivo diventano sempre meno competitive (ci vogliono oggi lo stesso numero di musicisti necessari all’epoca di Beethoven per suonare la Nona Sinfonia) sino a scomparire. Purtroppo, l’intervento pubblico non è stato accompagnato da chiare regole di cooperazione e competizione per contenere costi e premiare chi produce spettacoli di alta qualità artistica». «Dobbiamo chiederci se un Paese come il nostro» prosegue Francesco Carducci, già amministratore delegato di Cinecittà Holding e attuale presidente di Auditorium Conciliazione di Roma «in un periodo difficile come l’attuale può permettersi di finanziare 13 enti lirici che hanno l’ambizione di competere a livello internazionale e oltre 300 imprese di produzione teatrale. Un discorso che vale anche per il cinema. È giusto attuare una politica di questo tipo o l’intervento dovrebbe essere più selettivo? Forse il ministero dovrebbe accrescere l’entità dell’investimento ma concentrarlo su pochi soggetti. Parallelamente le fondazioni devono fare degli sforzi rispetto a quelle che è una struttura dei costi che definirei poco flessibile». Senza dimenticare che l’intervento pubblico di per sé non incentiva il risparmio: «Se lo Stato si ripromette di ripianare i buchi di bilancio di una istituzione culturale» afferma Filippo Cavazzoni, direttore editoriale dell’Istituto Bruno Leoni «questa non sarà incentivata a una gestione efficiente delle risorse, ma adotterà un comportamento poco responsabile, sapendo che in un secondo tempo interverrà lo Stato a ripianare i suoi debiti. Inoltre l’intervento pubblico crea quella che viene comunemente chiamata “caccia alla rendita” ovvero la ricerca del sussidio più per poter vivere sulle spalle dei contribuenti che per il benessere generale».

Le proposte

Attualmente esistono una serie di normative in grado di supportare il sistema culturale, tuttavia il soggetto privato per ottenere le deduzioni deve presentare spesso una serie infinita di documenti e attendere tempi molto lunghi. In altri casi le leggi ci sono, ma mancano i regolamenti che le rendono applicabili. Per esempio nel sistema cinematografico il tax shelter (detassazione degli utili impiegati nella produzione e distribuzione di film da parte delle imprese sia interne sia esterne al settore) è oggi in attesa dell’approvazione di tutti i decreti attuativi (che dovrebbero essere approvati entro la fine dell’anno). «È indispensabile una riduzione dell’aliquota Iva, almeno dimezzata» prosegue Teodosi Zaccone «se non addirittura azzerata, per tutte le imprese del settore culturale. Nel cinema il tax shelter potrebbe essere uno strumento valido, ma va reso praticabile per tutti, imprese e cittadini, ed esteso a tutti gli ambiti del sistema culturale, senza discriminazione di sorta. Serve anche una legislazione del lavoro adatta alle esigenze di flessibilità delle imprese del settore culturale, che oscillano tra inquadramenti contrattuali rigidi di alcuni settori (penso agli editoriali) alla più estrema elasticità di altri». È della medesima opinione Carducci: «Il tax shelter introdotto nel cinema è positivo e dovrebbe essere esteso anche ad altri settori culturali. Le imprese avrebbero così la possibilità di recuperare parte degli investimenti attraverso la tassazione. Sarebbe un volano importante, l’unico per coinvolgere i privati in modo cospicuo e sistemico».«È necessario semplificare tutto l’apparato legislativo» precisa Ledo Prato, segretario generale di Associazione Mecenate 90. «Lo scorso anno siamo stati promotori di un manifesto “Italia, Paese della cultura e della bellezza” che introduceva un unico strumento: il credito d’imposta secco del 30% in una modalità di esecuzione semplice, in grado di agevolarne l’uso e facilitare i controlli da parte delle Agenzie delle Entrate. Oggi, invece, è necessario conservare grandi quantità di documenti per anni con la conseguenza che la partecipazione delle piccole e medie imprese non è sollecitata se non come sponsorizzazione. Da tutto ciò consegue il fatto che il rapporto tra le imprese e il patrimonio culturale è episodico. Non c’è un programma strategico pluriennale che in qualche modo consenta a entrambi di riconoscersi nel raggiungimento di un risultato. Il che è paradossale in quanto tutti concordano sul fatto che la produzione culturale sia un elemento decisivo e fondamentale per lo sviluppo del Paese». «Una commissione di studio di cui facevo parte» afferma Pennisi «ha lavorato e redatto una proposta di semplificazione e aumento delle agevolazioni attualmente all’attenzione del Ministro dei Beni Culturali in modo da adeguare la legge italiana a quella europea, ma siamo in una fase difficile per cui non so se la riforma andrà avanti».

E le imprese?

Secondo una ricerca realizzata dalla Camera di Commercio di Monza e Brianza con DigiCamere su un campione di 600 imprese tra le città di Milano, Roma, Napoli e Monza, il 90% delle aziende ancora non investe in cultura, ma nel caso di sgravi fiscali il quasi il 22% dichiara che inizierebbe a investire, mentre il 15% di coloro che già lo fanno ne potenzierebbe l’entità. «Lo sforzo che bisogna fare» spiega Prato «è stimolare una riforma fiscale che agevoli gli investimenti in cultura da parte delle imprese, ma l’ulteriore sforzo che va fatto è di costruzione di un sistema di relazione tra enti e aziende che consenta di raggiungere obiettivi condivisi. È quanto già fatto dall’Unione industriale di Pesaro, ma anche delle fondazioni bancarie che hanno firmato un protocollo con il Mibac per lavorare d’intesa e stabilire le priorità su cui bisogna intervenire ed evitare interventi a pioggia. Bisognerebbe fare un grande lavoro a cominciare dalle associazioni di rappresentanza per diffondere questo tipo di cultura tra i propri associati. E contemporaneamente fare in modo che cresca la consapevolezza delle rappresentanze pubbliche». Peraltro l’incentivazione del sostegno privato avrebbe ulteriori benefici. «Dobbiamo pensare che in molti casi si è in una totale assenza di concorrenza» conclude Cavazzoni. «Finché alcune istituzioni culturali saranno fortemente finanziate con soldi pubblici, questo creerà una barriera all’ingresso di nuovi operatori. Slegare la cultura dal sostegno diretto otterrebbe prima di tutto l’effetto di togliere il controllo della politica su di essa. Poi è normale che se gli incentivi fossero tarati nel giusto modo le risorse a disposizione aumenterebbero. In realtà il tema è più complesso, riguardando in seconda battuta anche l’autonomia delle istituzioni culturali. I privati oltre a incentivi di natura economica necessitano di incentivi a livello gestionale. Il controllo è appannaggio della struttura pubblica, poter avere anche più potere decisionale su come gestire le risorse investite dai privati sarebbe un altro buon motivo per ottenere un loro coinvolgimento».

I NUMERI DELLA CULTURA

IL SUO PESO SUL PIL

Italiano 2,6%
Britannico 3,8%
Francese 3,4%
Tedesco 2,5%

Fonte: L’Arte è industria, PricewaterhouseCoopers

ALL’ESTERO INVECE

Nel sistema statunitense succede l’opposto che in Italia: l’intervento statale c’è laddove i privati, direttamente o attraverso le loro fondazioni, non sono in grado di farcela con le proprie forze. Non è così in Francia, dove «il governo francese ha riunito i principali musei della Francia - 36/37 contro i dieci volte tanto italiani - in una Riunione de Musee che progetta gli interventi in un comitato misto tra la Epic - Etablissement Public à Caractère Industriel et Commercial e il ministero della Cultura. Insieme decidono gli interventi prioritari da realizzare, facendo convergere tra risorse pubbliche e private» spiega Ledo Prato, segretario generale di Associazione Mecenate 90.