Suck my breast I am your most beautiful mother di Dorothy Iannone (1970- 1971) © Collezione privata, Milano

Un racconto per immagini, attraverso i miti e i cliché che lungo il XX secolo hanno ruotato attorno ai temi dell’universo e delle figura femminile. La grande madre – a Palazzo Reale di Milano, ideata e prodotta dalla Fondazione Nicola Trussardi – ripercorre e analizza l’iconografia legata al tema della rappresentazione della maternità nell’arte novecentesca, dalle avanguardie a oggi, attraverso le opere di 127 artisti di levatura internazionale. Il percorso affronta le innumerevoli declinazioni di cui la rappresentazione femminile è stata oggetto nel corso dei secoli: dalle Veneri di epoca paleolitica alle rivoluzioni introdotte dalla stagione femminista, senza tralasciare la secolare tradizione della pittura religiosa che ha dato i natali a infiniti esempi del tema della maternità.
La mostra, divisa in due parti, si apre con la presentazione dell’archivio di Olga Frobe-Kapteyn, che dagli anni ‘30 raccolse migliaia d’immagini di idoli femminili, matrone, madri, veneri e divinità preistoriche; mentre una corposa sezione è dedicata alla visione della donna elaborata all’interno delle Avanguardie storiche e, in particolare, nel Futurismo, nel Dadaismo e nel Surrealismo. In questo senso, il culto della donna nell’avanguardia surrealista viene ripercorso attraverso l’accostamento di 50 collage originali tratti da La donna 100 teste di Max Ernst, accanto a opere di Salvador Dalì, Hans Bellmer e André Breton in cui implicazioni etiche ed estetiche si mescolano alla fascinazione tipicamente surrealista per il misterioso e conturbante universo femminile. L’arte come strumento e luogo d’emancipazione, ma anche universo pervaso di opprimenti stereotipi sessuali: è quanto emerge dai lavori di artiste come Frida Khalo, Dora Maar, Lee Miller o Meret Oppenheim, spesso vissute nell’ombra dei colleghi uomini e solo recentemente riscoperte.
Segue una selezione di scene tratte dal cinema muto: immagini di madri addolorate o fiere star del cinema neorealista, più alcuni documenti sulle nascite in epoca fascista. La seconda parte della mostra opera un focus sulle artiste emerse in tutto il mondo a cavallo degli anni ‘60 e ‘70: dalla francese Luoise Bourgeois all’italiana Marisa Merz – moglie del più noto Mario – passando per Lynda Benglis, Eva Hesse, Dorothy Iannone, Yayoi Kusama, Anna Maria Maiolino o Ana Mendieta, personalità dallo stile diverso, ma ognuna consapevole autrice di un nuovo linguaggio visivo in cui far confluire riferimenti al dato biologico e parallelismi con le forze naturali e terrestri, uniti per rivendicare la centralità del corpo femminile come generatore di vita. Agli stessi anni risalgono i fermenti della stagione femminista. Tra le artiste simbolo: Carla Accardi, Joan Jonas e Yoko Ono mentre, attraverso l’uso di immagini ritrovate e collage, Barbara Kruger e Ketty La Rocca diedero avvio a una guerriglia semiotica che, in antitesi con i messaggi veicolati dai media, fu in grado di smontare la tradizionale visione della donna allora imposta dalla società. Sulla scorta di tali conquiste, gli anni ‘90 furono segnati dall’emergere di artiste la cui produzione appare in bilico tra aggressività e semplicità. Emblema perfetto di tale filone è la celebre serie fotografica di Rineke Dijkstra che ritrae madri e figli a poche ore dal parto.
Nelle sale di Palazzo Reale c’è spazio anche per la video-arte, con l’intervento della svizzera Pipilotti Rist – al secolo Elisabeth Charlotte Rist – che mixa pittura barocca e videoclip per creare un’opera in grado di trasformare uno dei soffitti in una sorta affresco elettronico.
Lungo tutto il percorso, un ruolo chiave è rivestito dal concetto di “potere”, considerato in una doppia accezione: da un lato il potere generativo-creativo insito all’universo materno e femminile, dall’altro il potere negato alle donne che, solo dopo lunghe battaglie, queste ultime hanno faticosamente conquistato nel corso del ‘900. In questo senso, partendo dalla rappresentazione della maternità tout court – visibile, tra le altre, nelle opere di Marlen Dumas, Alice Neel o Chaterine Opie – il percorso allarga lo sguardo anche alle lotte combattute per tematiche tutt’oggi al centro di dibattito come la parità tra i sessi e l’emancipazione femminile. Perché – come ricorda Beatrice Trussardi, presidente della Fondazione Nicola Trussardi – «La grande madre offre uno sguardo sulla maternità e sulla condizione femminile, raccontato attraverso un secolo di opere d’arte, che ripropongono questioni oggi non solo presenti nella nostra società, ma spesso ancora irrisolte».