Fondatore con Federico Grom dell’omonima catena di gelaterie, Guido Martinetti è responsabile legale dell’azienda agricola Mura Mura (foto © Viola Berlanda)

«Appassionato agricoltore», prima di tutto. Poi, «gelataio». E, naturalmente, imprenditore: insieme a Federico Grom, Guido Martinetti, classe 1974, ha creato l’azienda diventata famosa per il “gelato come una volta”. Un prodotto che piace perché, proprio come in passato, è creato senza coloranti, emulsionanti e aromi, traendo il suo gusto solo dalle materie prime impiegate: acqua di sorgente per i sorbetti, latte fresco intero per le creme, oltre a uova biologiche, caffè, cioccolato e altri ingredienti altamente selezionati. Tra i quali, in particolare, la frutta – rigorosamente di stagione – proveniente dai consorzi italiani di qualità e dall’azienda agricola Mura Mura, a Costigliole d’Asti, di cui Martinetti è il legale responsabile. Quando, lo scorso autunno, il gruppo Grom – 600 dipendenti e 67 punti vendita a livello globale – è stato acquisito dal colosso anglolandese Unilever, i due cofondatori piemontesi hanno rassicurato sul fatto che la gestione del marchio sarebbe rimasta nelle loro mani, così come inalterata sarebbe perdurata la filosofia alla base di quel sogno «nato 12 anni fa in un piccolo negozio nel centro di Torino». Una laurea in Viticoltura e un master in Enologia, il manager è spesso speaker nelle università e nelle aziende per raccontare l’esperienza di business di Grom, oltre che ospite in molte trasmissioni televisive nazional-popolari, da La prova del cuoco ad Amici di Maria De Filippi .

Nel libro scritto a quattro mani con l’inseparabile amico e socio Federico Grom, Storia di un’amicizia, qualche gelato e molti fiori , Martinetti si definisce «sognatore, visionario, riflessivo». Afferma che lo entusiasma «l’agricoltura e tutto ciò che ha a che fare con la sensibilità e con la capacità di indagare il cuore delle persone». Ma anche in fatto di eleganza e di abbigliamento sembra avere le idee chiare, come racconta nell’intervista rilasciata a Business People . In fondo, a pensarci bene, coltivazione della terra, business responsabile e moda non sono, poi, ambiti troppo distinti tra loro: ad accomunarli, infatti, c’è un sottile trait d’union caratterizzato dalla passione, dalla ricerca della bellezza, dall’autenticità, dalla dedizione e dalla cura con cui si portano avanti i propri obiettivi e ci si dedica a essi senza trascurare alcun dettaglio, perché molto frequentemente è proprio quello in grado di fare la differenza. Senza che tali valori siano mai disgiunti da una virtù come il savoir faire ma, ancor prima, dalla buona educazione, che vuol dire rispetto del prossimo, capacità di ascolto, dialogo dai toni mai troppo accesi e semplice raffinatezza dei modi. E se è vero quanto Martinetti afferma nell’introduzione del testo che narra esordi e retroscena del “progetto Grom” – «il colore del mio carattere è il verde e quando sono insieme a “Fede”, il blu» – vedrete che, nel suo armadio, tali preferenze cromatiche valgono solo in parte. Complici pure certi insegnamenti paterni, che ancora ricorda scrupolosamente, al fine di evitare qualche scivolone...

In che cosa consiste lo stile per lei?
Perseguire l’eleganza più profonda, in primis quella comportamentale. In poche parole? L’etica abbinata all’estetica.

Che rapporto ha con le tendenze?
Praticamente nullo.

Meglio la sobrietà o la provocazione?
Una sobria provocazione: è il sale della vita.

Tre aggettivi che associa al concetto di eleganza?
Preferirei associarla a tre sostantivi: onestà, semplicità, profondità.

È innata o si acquisisce?
Innata, o – meglio – deriva dall’ambiente in cui cresciamo durante l’infanzia. Verso i 4-5 anni, i giochi sono fatti.

Un capo che non può mancare nel suo guardaroba?
Una polo John Smedley.

L’accessorio che fa la differenza?
Un orologio d’epoca, magari un Patek Philippe in oro bianco: testimonia cultura – in senso stretto – e cultura del bello.

La scarpa che non toglierebbe mai?
Un paio di Edward Green Berkeley.

I suoi colori preferiti?
Blu e rosso.

Il materiale o il tessuto da lei prediletto?
I popeline Ginza di Cotonificio Albini.

Il capo o l’accessorio che le piace indossato da altri, ma che non riesce a portare?
Nessuno, onestamente.

E quello più originale che abbia mai indossato?
Un vestito da prete per uno scherzo a un amico… Decisamente riuscito!

L’epoca storica che considera più interessante dal punto vista dello stile?
L’Inghilterra di fine Ottocento.

Un capo del passato che vorrebbe indossare oggi?
Un maglione in cashmere Drumohr, con fantasia degli anni '60.

Il tipo di profumo o la nota olfattiva che preferisce?
Vetiver über alles!

Un quadro, un film, un libro o, ancora, una musica o canzone che considera emblema di eleganza?
Nell’ordine: Donna con il parasole di Monet , La vita è bella di Roberto Benigni, Il piccolo principe di Antoine de Saint-Exupéry, Neve di Mina. Hanno in comune una delicatezza suggerita, mai urlata.

Un’abitudine a cui è affezionata, legato ad abiti e scarpe?
Per abiti e scarpe non seguo nessuna pratica. Mi piace, invece, seguire il rito legato agli orologi a carica manuale prima di uscire di casa: trovo sia una metafora del “caricarsi”, che precede l’inizio di una giornata.

Un aneddoto che racconta il suo rapporto con la moda e lo stile?
Ho in mente l’immagine di mio padre che mi riprende perché, sotto una giacca di velluto beige, avevo una camicia azzurra troppo chiara. Un piccolo, significativo, trauma.

Cosa rende elegante un uomo e cosa una donna?
L’onestà.

L’errore di stile imperdonabile?
Alzare la voce.

Il suo stilista preferito?
Emilio Pucci.

Quali sono le sue icone di stile maschili e femminili?
Non ne ho tra le prime, mentre non ho dubbi su Audrey Hepburn.

Un personaggio pubblico contemporaneo che trova particolarmente elegante?
Il tennista Roger Federer.