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Niente è destinato a durare

Quattro domande a Gabriele Marino, semiologo e ricercatore dell’Università di Torino, oltre che co-autore di ‘TikTok. Capire le dinamiche della comunicazione ipersocial’

Gabriele-Marino

L’intervista a Gabriele Marino è parte di
IL FUTURO DEL SOCIAL SHOPPING


Comunicare o monetizzare su TikTok? Gabriele Marino si affilia al primo verbo, per studi e appartenenza professionale, ma il confronto con lui è prezioso per connettere alcune riflessioni sul social shopping. Del fatto che i social debbano monetizzare, per continuare a esistere, è convinto al 100%: lo dice a ragion veduta, avendo lavorato per un anno e mezzo, da neolaureato, per la concessionaria italiana che gestiva la pubblicità di Google Ads.

Cosa ha imparato un semiologo prestato al social shopping?
Realizzavo le pubblicità che troviamo sui motori di ricerca quando cerchiamo qualcosa oppure mi occupavo dei famigerati video che interrompono le riproduzioni mentre guardiamo YouTube. Ecco, YouTube è una delle attività poco sostenibili economicamente per Google, basti pensare a quanto materiale, ogni minuto, cerchi una sua collocazione in download.

TikTok nasce con lo stesso scopo degli altri social o è stato già ideato come un social commerciale?
Nato con scopo di edutainment, a vocazione musicale, solo in seguito si è tolto la maschera creando meccanismi pubblicitari più o meno espliciti. Ormai, però, la mitologia all’origine delle piattaforme ci dice che la questione pubblicitaria arriva sempre dopo la notorietà, prima o poi lo scopo è vendere.

Qual è, e qual è stato, per le aziende e per i brand l’impatto di TikTok?
Un impatto crescente su tutto e segnerà anche in futuro la vita delle aziende. Va pensato come un ipersocial, davvero complesso, molti lo cominciano a definire un vero e proprio medium. Non investe sul design o su commenti e messaggi, ma solo sulle interazioni con i video. Un po’ come il vecchio zapping tv degli anni 80 e 90.

Social shopping e tempi critici per gli influencer: possibile fare previsioni sul loro futuro posizionamento professionale?
Il sistema influencer mostra da tempo delle crepature, confermate dal recente modello Ferragni. Ho sempre sostenuto che fosse folle deizzare certi personaggi, perché quel modello di business non è scalabile per altri. Se pensiamo che Facebook fa parte delle nostre vite ormai da 20 anni ma è immerso ormai in una profonda crisi, capiamo allora che niente, nel mondo social, è destinato a durare. La questione influencer precede i social. I sociologi, negli anni 30 e 40 del secolo scorso, si erano già inventati la figura dei gate keeper, sostanzialmente i mediatori, oggi diremmo i propagatori di trend di beni e servizi presso fette di pubblico. Persino il termine influencer, a mio avviso, ci suona ormai quasi datato tsnche che spesso usiamo una categoria più generale, che è quella del content creator. Anche se non c’è bidirezionalità, perché tutti gli influencer debbono essere content creator ma non tutti i content creator sono capaci di diventare influencer. Cadrà senz’altro il vecchio stile da influencer che ci mostra il proprio lifestyle, di questo sono sicuro.