La scienza non è un lavoro per soli uomini

Per Maria Grazia Perego, Diversity & Inclusion Advocate per 3M Italia, l’inclusione passa anche dall’abolizione del gap nelle materie Stem, che non riguarda solo il mondo femminile, ma anche la comunità Lgbtq+ e le persone appartenenti a gruppi etnici differenti

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Campioni di inclusività non ci si improvvisa. Non basta un comunicato stampa, una direttiva del board, nemmeno l’autorevolezza del miglior Ceo al mondo per scardinare quello che finora è stato un blocco culturale prima ancora che giuslavoristico. In Italia lo sappiamo benissimo, abbiamo una legge, la 183/2010, che nei suoi 13 anni di vita ha raccolto consensi unanimi ed entusiastiche proiezioni di futuri più rosa, ma che di risultati ne ha prodotti ancora pochi. Il problema va affrontato prima dell’ingresso nel mondo del lavoro.

Lo stereotipo di genere, infatti, nasce nelle famiglie, nelle scuole, negli ambienti preposti paradossalmente allo sviluppo delle potenzialità delle persone. Il dato eclatante di questi anni, che preoccupa un’economia sempre più incardinata su ricerca e tecnologia, è proprio la scarsità di donne nei settori più appetibili per le aziende. Le materie Stem, in grado di formare le professioniste, le ricercatrici, le manager, per abolire finalmente quei parametri di valutazione diversi da competenze e capacità: è da lì che 3M ha scelto di iniziare a costruire un percorso per cui la DE&I non sia un punto di arrivo, ma una tabella di marcia. Ne abbiamo parlato con Maria Grazia Perego, Diversity & Inclusion Advocate per 3M Italia.

Premesso che l’allarme diversity gap nelle materie Stem è stato lanciato da anni, quali sono gli ostacoli duri a morire?
Prima fra tutte le barriere è quella relativa alle disponibilità economiche. Stando ai dati emersi dal nostro ultimo State of Science Index, il 50% degli italiani ritiene di non potersi permettere un’istruzione Stem di qualità, accanto al 25% che cita la necessità di dover provvedere alle esigenze della famiglia come ulteriore ostacolo all’accesso. Se consideriamo le donne, la forbice si amplia ulteriormente. Da non sottovalutare è, infatti, il mancato sostegno psicologico-morale: il 68% degli italiani ritiene che le donne tendano ad abbandonare la carriera Stem per mancanza di un adeguato supporto e di una giusta conciliazione in termini di work-life balance. Lo scenario non è dei migliori se consideriamo altre minoranze, come le persone della comunità Lgbtq+ e quelle appartenenti a gruppi etnici diversi, che risultano essere poco coinvolte e incentivate a dare il loro contributo, restando di fatto una fonte di potenziale inutilizzato nella forza lavoro Stem.

L’indagine Stem Gender Equality del WEF parla di percentuali in calo in tutta Europa, ma nell’Europa del Nord le politiche di DEI sono molto più avanzate che in quella del Sud, come si spiega questo dato?
Ritengo che i bias culturali legati all’inserimento delle donne nelle carriere da sempre considerate di esclusivo appannaggio maschile siano ancora troppo preponderanti nell’Europa del Sud. Lo si evince dal fatto che, nonostante le donne superino gli uomini come studenti e laureati a livello di laurea e master, solo il 33% dei laureati in materie Stem in Europa è di sesso femminile e, peggio ancora, si stima che entro il 2027 le donne rappresenteranno solo il 21% dei posti di lavoro nel settore tecnologico (Fonte: McKinsey & Company. Women in tech: The best bet to solve Europe’s talent shortage. Gen 2023). Non si tratta solo di un numero inferiore di donne che entrano in un settore altrimenti stabile, ma si prevede anche che il deficit di talenti tecnologici in Europa raggiungerà quasi 4 milioni entro il 2027. In più, c’è da considerare che ancora oggi il famoso “soffitto di cristallo” è una realtà e spesso, anche in caso di percorsi accademici brillanti, le donne faticano di più nel conseguire ruoli di spicco e di conseguenza una retribuzione in linea con le proprie potenzialità. È chiaro che le aziende che necessitano di figure competenti nelle Stem giocano un ruolo decisivo e dovrebbero investire di più per rivolgersi ai gruppi sotto-rappresentati.

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Che tipo di iniziative avete messo in campo in 3M?
Per mantenere il flusso della forza lavoro, continuiamo a investire in programmi che, grazie ai dipendenti 3M dell’ambito Stem portavoce del programma, hanno l’obiettivo di incoraggiare e ispirare le giovani studentesse a creare un legame con la scienza e la tecnologia. In questo modo, l’azienda vuole contribuire a spianare la strada verso una carriera gratificante nei mestieri Stem e in quelli qualificati (come carrozziere, idraulico, elettricista). La società necessita sempre più di esperti diversificati per genere, abilità, cultura, ma al contempo è sempre meno l’interesse a svolgere questi lavori, perché non vengono adeguatamente percepite le opportunità di carriera. Tra i progetti principali penso per esempio a 3M Visiting Wizards, dedicato agli studenti delle classi elementari e medie, con l’obiettivo di fornire interessanti dimostrazioni educative ed esperimenti pratici su una varietà di argomenti scientifici. Inoltre, 3M offre costantemente il suo supporto alle associazioni locali, come nel caso del progetto Pop-up Stem lab che, in collaborazione con il Consorzio Kairos, promuove il superamento delle barriere culturali, sociali e comportamentali dei minori. Attraverso la creazione di un contesto scolastico aperto che utilizza metodologie innovative di educazione Stem, l’iniziativa si propone di migliorare la formazione di 700 studenti di tre scuole della periferia di Milano e di contrastare la povertà educativa in aree svantaggiate. I laboratori previsti nel percorso favoriscono l’acquisizione dell’alfabetizzazione informatica e della cultura tecnologica, nonché lo sviluppo di soft skill necessarie per entrare nel mercato del lavoro. Voglio precisare che la formazione in azienda non sostituisce, ma affianca i percorsi classici di formazione per colmare i gap di competenze hi tech delle categorie escluse.

Cosa sono i 3M Advocates e in che misura una role model può fare la differenza?
Ritengo che un modello di ruolo possa incuriosire e sensibilizzare le nuove generazioni a prendere decisioni sul proprio iter professionale scevre da condizionamenti di genere, evidenziando che non esistono professioni riservate agli uomini o alle donne. Noi ci avvaliamo dei 3M Advocates, portavoce per le tematiche legate alla DE&I e alla Stem Equity. Alcuni operano a livello interno, trattando tematiche legate all’empowerment femminile, all’orientamento sessuale o alle diverse abilità. Altri, invece, soprattutto nel caso specifico delle Stem, rappresentano dei modelli di ruolo per le nuove generazioni, incoraggiando i più giovani a non farsi ostacolare da pregiudizi personali o sociali. Ne è un esempio l’attività portata avanti da Patrizia Capogreco, Technical Supervisor e Advocate for Diversity in Stem, impegnata costantemente in giornate di orientamento professionale con scuole e università con l’obiettivo di aumentare l’esposizione e la fiducia in queste materie attraverso il racconto della sua esperienza personale. Tengo, però, a dire che non è necessario ricoprire una posizione Stem per stimolare le giovani donne a intraprendere validi ed appaganti percorsi professionali in settori quali la fisica, la matematica, l’ingegneria, le tecnologie digitali. Nel mio ruolo di giurista di impresa in una multinazionale votata alla scienza, e avendo io stessa enorme fiducia nella scienza, ritengo fondamentale attrarre talenti nel settore Stem.

Auspicherebbe una sorta di “quote rosa/Lgbt+/Etniche” nella selezione dei ruoli hi tech?
Siamo una società science-based, e chi più della scienza ha bisogno di includere tutte le diversità per avere risultati d’impatto e rivoluzionari? Esperienze e prospettive diverse aiutano aziende come 3M a sbloccare il potenziale delle persone e delle idee per re-immaginare cosa è possibile.

In che modo andrebbe riformato il percorso di istruzione nel nostro Paese?
Sono sicura che il Pnrr in Italia possa essere un ottimo acceleratore. Gli sforzi delle aziende che operano in ambito Stem sono necessari, ma non sufficienti. Bisogna che istituzioni, comunità e aziende si alleino per far fronte a questo gap. Fermo restando che il percorso di istruzione nel nostro Paese ritengo consenta di acquisire una solida preparazione, andrebbe a mio avviso rivisto, o meglio, integrato con più corsi pratici – ad esempio, come avviene nel sistema scolastico dei Paesi Nordici – per stimolare e incentivare l’interesse degli studenti, e sessioni di mentorship e incontri con role model. So che molte organizzazioni sono nate per offrire questi servizi alle scuole, pubbliche o private; quindi, mi piace pensare che la strada sia oramai tracciata verso un futuro più inclusivo per le materie scientifiche e tecnologiche.


Questo articolo è tratto dallo speciale Diversity, Equity & Inclusion di Business People di giugno 2023, scarica il numero o abbonati qui

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