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Gusto

Il futuro del vino è in un bosco?

Il ritorno all’agriforestazione è una delle vie vincenti intraprese dal mondo del vino per rispondere ai cambiamenti climatici

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Il mondo del vino ha imparato presto a reagire ai cambiamenti climatici. Lo ha fatto guardando anche indietro, per trarre ispirazione dalla tradizione colturale italiana. Una parte della soluzione è il ritorno all’agriforestazione e alla coltura promiscua. Dalla vigna monocultura dove la vite si estende per decine di ettari in solitaria, si dovrebbe passare a un modello dove le piante di vite sono in simbiosi con altre specie arboricole coerenti con l’ambiente esterno.

Parlando con Stefano Lorenzi, membro di Climbcare, rete di imprese internazionale che intende valorizzare il lavoro dell’arboricoltore, nonché collaboratore di importanti cantine, si capisce quali importanti benefici porti questo approccio: «Alberi e siepi miste fanno da frangivento e attenuano la forte irradiazione solare, i picchi di calore e le gelate tardive. Un bosco genera fresco in estate e trattiene aria mite in inverno regolando il microclima del circondario; le sue foglie restituiscono humus al suolo, mentre le radici attivano meccanismi microbiologici fondamentali, aumentando la fertilità del terreno e la sua capacità di assorbire acqua, evitando il ruscellamento». Inoltre, nei vigneti vicini ai boschi si rileva una maggiore varietà di lieviti sulla pruina dell’uva e il miglioramento del controllo biologico, riducendo la necessità di pesticidi.

NEWS E APPROFONDIMENTI DAL MONDO DEL VINO

Vino: così le cantine italiane combattono il cambiamento climatico

Tra le cantine italiane esemplari nel lavoro di agriforestazione possiamo elencare i piemontesi Poderi Colla, che nel 2012 hanno piantato 1.200 alberi. Al Castello di Grumello (Valcalepio Doc, provincia di Bergamo) troviamo 15 ettari vitati all’interno di una tenuta ben più vasta con un intenso programma di impianto di alberi da frutto e per il ripristino dei boschi, valorizzando e selezionando le essenze del sottobosco e la gestione del seminativo, oltre a un sistema complesso di recupero delle acque. Da segnalare il loro cru, taglio bordolese, Colle Calvario, ma anche la particolarità della merera in purezza, floreale di violetta e ciclamino.
Nel Chianti Classico un’azienda modello è Castello di Meleto, a Montalcino ci sono tenute come Col d’Orcia e altre piccolissime come NostraVita con vigneti nei boschi e punteggiati da querce secolari. Sempre a Montalcino, la cura del bosco distingue anche Podere Le Ripi, azienda in regime biodinamico con un celebre vigneto “bonsai” dall’altissima densità di ceppi per ettaro di vigna.
Precursore e ispiratore per molti arboricultori è stato Josko Gravner nella sua Oslavia in Friuli- Venezia Giulia.
Anche nel mondo del Prosecco ci sono oasi di cogestione albero-vite come dimostra ad Asolo Luca Ferraro con il suo vigneto Monfumo da cui nasce il Vecchie Uve. Sull’Appennino tosco emiliano, Simone Menichetti di Terre Alte di Pietramala ha messo la vigna con pinot nero e pinot grigio al centro di un ecosistema che comprende bosco, ortaggi e legumi, coinvolgendo come clienti tanti ristoratori dell’alta qualità.