Londra, perde il lavoro per colpa delle scarpe

La normativa inglese prevede l'imposizione di un codice di abbigliamento. Ma il caso diventa social, con tanto di petizione per modificare la legge

Il suo nome è Nicola Thorp e, con un “colpo di tacco”, potrebbe finire per rivoluzionare la normativa britannica sul lavoro. In Inghilterra, infatti, la legge consente ai datori di lavoro di imporre l’abbigliamento ai propri dipendenti. Scarpe comprese. Da qui, il disagio di Nicola che, entrata a lavorare come addetta alla ricezione nella sede londinese di PwC, è stata richiamata dai propri superiori per aver indossato le ballerine ai piedi. L’abbigliamento imposto da contratto prevederebbe infatti scarpe con il tacco, da un minimo di 5 centimetri a un massimo di 10. Nicola si è rifiutata: “Ho detto che non ce la facevo a stare in piedi sui tacchi per nove ore di seguito”, ha spiegato. Risultato: i superiori l’hanno sospesa senza paga.

POLEMICA SOCIAL. La Pwc non aveva però fatto i conti con il mondo dei social. Ritrovatasi a casa, Nicola Thorp ha deciso di raccontare online l’accaduto sollevando un vero e proprio polverone mediatico. La solidarietà degli utenti è stata immediata e la sua sospensione è diventata il caso di cronaca. Ma c’è di più. Leggendo i commenti e le reazioni sui social, Nicole si è accorta che esistevano molti casi simili al suo. Così ha deciso di diventare la paladina delle lavoratrici costrette sui tacchi: ha lanciato una petizione per chiedere la modifica della legge (la trovate qui sotto). L’adesione è stata massiccia: al momento sono state raggiunte 20 mila firme. Per la legge inglese, se si superano le 10mila firme il governo è tenuto a rispondere, mentre sopra le 100 mila firme deve seguire un dibattito in Parlamento.

LA PAROLA AI LEGALI. Le premesse per la vittoria ci sarebbero tutte. “Se l’azienda pensa che le donne sembrino più sexy (con i tacchi, ndr), ci sono gli estremi per fare causa”, conferma Lawrence Davis, avvocato di Equal Justice. Gli fa eco Frances O’Grady, direttrice del Trade Union Congress, la federazione dei sindacati britannici: “I tacchi alti dovrebbero essere una scelta, non un’imposizione”. Senza contare che da anni il College of Podiatry (podologia) sostiene che l’imposizione dei tacchi alti sul lavoro potrebbe danneggiare la salute delle lavoratrici.

LA REPLICA DI PWC. Quanto a Pwc, la società ha subito respinto le accuse di sessismo spiegando che l’assunzione del personale della segreteria è stata data in appalto a un’altra società, ossia Portico. È dunque quest’ultima a dover rispondere del codice di abbigliamento. A sua volta Portico ha assicurato di aver provveduto a modificare la normativa, con effetto immediato.

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