Burt Lancaster, Gattopardo © 20th Century-Fox Film Corporation, TM & Copyright/courtesy Everett Collection

Burt Lancaster in una scena del celebre Gattopardo . Le atmosfere di questa pellicola possono essere associate all'aroma inconfondibile del Moscato

Quante volte vi è capitato di vedere una bottiglia di vino in un film? Sempre più pellicole usano il vino per sottolineare momenti particolari e legare certe emozioni a certe cantine, che poi finiscono per entrare nell’immaginario collettivo. Ma vi siete mai chiesti quanti film e quali trame possono evocare alcune tra le nostre più blasonate etichette? Anche solo restando in Italia, infatti, le terre e le emozioni raccontate dai vini riescono a descrivere, con un pizzico di fantasia, situazioni, atmosfere e persino scene madri del grande (e del piccolo) schermo.

MOSCATO DI SICILIA, TRA GATTOPARDI E TITANI
L’isola più seducente del Mediterraneo, ricca di bellezze e contraddizioni, sempre diversa e sempre più uguale a se stessa come raccontato da Luchino Visconti nel suo Gattopardo , è ovviamente la nostra Sicilia. La storia dei dolci vini siciliani è antica e recente allo stesso tempo. Prendiamo, per esempio, il caso di Enrico d’Orleans duca d’Aumale, figlio del re di Francia Luigi Filippo che, costretto all’esilio, approda sull’isola nel 1853 e acquista 6 mila ettari del feudo dello Zucco, nei pressi di Terrasini. È proprio lui a contribuire alla fondazione dell’azienda vinicola che oggi conosciamo come Cusumano e che produce un sontuoso Moscato, dal vitigno omonimo originario dalle isole della Grecia, poi diffusosi in Magna Grecia e nel bacino del mediterraneo come zibibbo. Ovunque lo si trovi, il Moscato è sempre “gattopardo”, ovvero uguale e diverso con quell’aroma inconfondibile, appunto, muschiato e floreale, misto a un fruttato bianco candido e inebriante che di volta in volta viene declinato in versione calda e matura nelle versioni passite siciliane o provenzali, o quelle fresche e frizzanti del Piemonte, come Asti o Moscato d’Asti. Ma è la versione siciliana come quella di Cusumano che ne fa esplodere ricchezza e ampiezza di profumi, assecondando la sua capacità di cullare i sogni e le tribolazioni delle persone e che ce lo fa immaginare come l’ambrosia degli Dei nell’epico Scontro di Titani (l’originale del 1981 con Laurence Olivier e le animazioni del mago Ray Harrihausen, o il remake di Louis Leterrier del 2010 con Sam Worthington).

AROMI FRUTTATI AVVOLGONO IL NOME DELLA ROSA
Il Nord Italia è pieno di abbazie, fortezze e antiche biblioteche che danno l’impressione (e qualche volta lo fanno per davvero) di custodire preziosi e segreti manoscritti, come succede ne Il Nome della Rosa . Un film in cui la struttura ecclesiastica in cui si muovono Sean Connery e Christian Slater nasconde niente meno che la preziosissima opera di Aristotele sulla Commedia. Visitando l’abbazia di Novacella in Alto Adige ed entrando nella barocca e ipnotica biblioteca, pare quasi di ripercorrerne la storia in un attimo, riassaporando ciò che queste mura e i vini che vi si producono. Ovvero le miriadi di storie intrecciate tra loro di abati, rivolte popolari, vescovi, generali, guerre, intrighi e tanto lavoro contadino che hanno contribuito a farne uno dei luoghi più suggestivi di questa regione. E in effetti non è nemmeno tanto difficile immaginarsi Rutger Hauer che, sorseggiando un calice di Lagrein altoatesino, aspetta Michelle Pfeiffer all’alba come in Ladyhawke (di Richard Donner, 1985). Dalle origini del 1140 fino alle devastazioni subite durante l’ultima guerra, quando fu base della Wehrmacht e quindi sottoposta al fuoco continuo degli Alleati, lo spirito dell’abbazia è come sopravvissuto a tutto questo rafforzandosi, ed è molto più di una suggestione il fatto che i vini che vi si producano in qualche modo ne trattengano parte della magia. Sì, perché quasi fin dalle origini il beato Hartmann, abate dell’Abbazia, concesse all’ordine molti terreni di valore che allora ed oggi ospitano bellissimi vigneti dove si coltiva il Gewürztraminer, vitigno noto per i suoi aromi fruttati e speziati dolci che ha origini proprio altoaltesine (da Tramin, Termeno). Come l’abbazia, questo vitigno porta ancora oggi le caratteristiche aromatiche fondanti.
Un nome per tutti, il Gewürztraminer Praepositus Brixner Eisacktaler 2010 con le sue note di rosa, litchi e ananas, pesca, albicocca, agrumi vari; speziature come liquirizia e noce moscata; erbe aromatiche come menta, timo, salvia e origano. Tutti i profumi della sua storia e forse anche qualcuno di più...

PUREZZA FRANCESCANA PER IL SAGRANTINO DI MONTEFALCO
Assisi in lontananza che si staglia sul monte, le oche che passeggiano tra i filari attorno alle viti e i carnosi chicchi di Sagrantino che penzolano dai tralci. Il quadro che appare arrivando a Bevagna (Pg) rimanda alla memoria le suggestioni dei film su San Francesco e il misticismo che si respira in queste valli: il lirico Francesco d’Assisi di Liliana Cavani, o la versione del 1989 con Mickey Rourke, sempre della stessa regista. Ma San Francesco e i frati erano anche pratici e forti nel lavoro, non solo nello spirito. Aspetti che possono riscontrarsi nel pragmatismo declinato in versione “bio” di Roberto Di Filippo, per tornare ai nostri tempi. Tra le linee vinicole che produce, la più “spirituale” è forse quella biodinamica Plani Arche che ripropone da vigneti diversi il Grechetto, il Rosso di Montefalco, il Sagrantino secco e passito e la Vernaccia rossa. Il Grechetto Sassi d’Arenaria Colli Martani 2010 fa un po’ di macerazione che combina sensazioni minerali gessose, miele di erica, fiori bianchi tiglio e gelsomino.
E ancora, in accordo con la semplicità, la purezza e il ritorno all’umiltà della natura, secondo gli insegnamenti francescani, ricordiamo il Rosso di Montefalco 2009 Plani Arche da sangiovese, sagrantino e barbera, con profumi di durone e prugna, lieve sottobosco e ginepro, noce moscata.
E, perché no, anche il Sagrantino Plani Arche 2005, con note di macis in un naso ricchissimo con frutta carica, decisa e mentolata. Apoteosi e sensazioni ancora più particolari per un vino quasi introvabile, la Vernaccia di Cannara Plani Arche 2009, rosso dolce con profumi di oliva e mirtillo, finocchio selvatico un vino di grande struttura e personalità, da usare su arrosti e carni nonché formaggi, ideale per contemplazione e per perdersi tra i pensieri in mezzo a questi vigneti... come non ricordare Fratello sole, sorella luna (1972) di Franco Zeffirelli?

 

POLLENZA, INTRIGHI E NOBILTÀ
C’è una terra quasi di nessuno tra Romagna e Marche. Lì si trova la rocca di San Leo, dove fu imprigionato negli ultimi anni della sua vita Giuseppe Giovanni Battista Vincenzo Pietro Antonio Matteo Balsamo, detto Conte di Cagliostro. La sua fu una vita che ha ispirato molti film tra esoterismo, intrighi e politica internazionale. Dalla Sicilia dove nacque, a Roma, Antibes, Barcellona, Londra fino alla corte di Francia, scossa dalla Rivoluzione. Per non parlare delle vicissitudini con lo Stato Pontificio che lo portarono a essere rinchiuso nella rocca. Cagliostro è un personaggio spesso utilizzato da Alexander Dumas, che lo inserisce nei suoi Tre Moschettieri , recentemente visto al cinema nella versione di Paul W.S. Anderson con Orlando Bloom (2011). Non lontano da San Leo, ha preso vita il sogno di un altro Conte, Aldo Brachetti-Peretti, industriale petrolifero che si è dedicato anche al progetto di un grande vino, fatto a Tolentino, ma in grado di imporsi sulla scena internazionale. Dal 2007 è nato il grand vin de Il Pollenza, ricco e profondo, dai profumi di cassis, mirto e prugna, cardamomo e amarena, peperone e pepe nero, cacao e caffè, e una bocca piena e fresca che non tradisce mai l’alcool esuberante; vero colpo di scena è l’eccezionale annata 2007. Sempre in questa tenuta il bianco Pius IX è dedicato all’avo Papa citato in Angeli e Demoni come distruttore di statue pagane a Roma.
O ancora, di fronte al Merlot in purezza “Porpora”, perché non immaginarlo addosso alla Maria Antonietta del film di Sofia Coppola? Le sue vicende, tra l’altro, si intrecciarono con quelle di Cagliostro in un misterioso affare che riguardò una collana da 100 milioni di euro, trafugata infine dalla Contessa De La Motte (proprio della famiglia Delamotte della Aube della famosa casa di Champagne!).