Marcello Veneziani sul ’68: “Rivoluzione culturale, ma fallimento politico”

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Appena adolescente negli anni della rivoluzione culturale, Marcello Veneziani è oggi riconosciuto come uno degli intellettuali di destra più rappresentativi. Filosofo, giornalista e scrittore, è autore del saggio Rovesciare il ‘68  (2008, Mondadori), in cui ha dato un giudizio molto severo su quella stagione della vita italiana ed europea, divenuta secondo lui «conformismo di massa, anzi, vero e proprio canone di vita». 

Da allora il suo giudizio è rimasto lo stesso o qualcosa è cambiato?
Non solo non è cambiato nulla, ma quel che appariva allora una larga tendenza è divenuta ora catechismo mediatico, scolastico e culturale-politico di massa. Viviamo nella scia del politicamente corretto, che è l’unica ideologia superstite dopo la fine delle ideologie. L’eredità del comunismo ripassata nella padella del sessantottismo è divenuta l’assistente morale della globalizzazione, ossia del tecnocapitalismo globale. Il punto di incontro tra l’internazionalismo comunista, il cosmopolitismo neo-illuminista e la globalizzazione è in una parola chiave che ha il sapore del ‘68: sconfinamento. Niente più confini territoriali, etici, morali, culturali, niente più frontiere tra popoli, tra sessi, tra civiltà ma una società globale senza confini, che è al contempo molecolare. Niente muri, solo l’io e il mondo aperto e in mezzo il nulla.

Il ‘68, però, ha contribuito a una modernizzazione della società italiana, basata fino ad allora su strutture patriarcali. Non è d’accordo?
Vero. Riconosco che il ‘68, fallito come rivoluzione politica, ha invece contribuito a produrre grandi cambiamenti sul piano dei costumi. Il ‘68 è diventato il braccio armato della modernizzazione, perché ha contribuito in modo determinante a quella svolta radicale di cui aveva bisogno il sistema capitalistico per liberare la società dagli ultimi bastioni della tradizione e dei valori cattolici e borghesi, aristocratici e meritocratici, per trasformare il cittadino, il credente, il patriota, in consumatore. E questo ruolo del ‘68 lo avevano polemicamente riconosciuto autori come Pier Paolo Pasolini e Augusto Del Noce. 

Proteste 1968

In occidente si contestava l’autorità in democrazia e si chiedeva maggior permissivismo, a Est si protestava contro la dittatura

Ma il movimento studentesco c’è stato in diversi Paesi e in differenti sistemi politici. Perché?
Credo che vi sia stata una sostanziale differenza tra la ricerca libertaria d’Occidente e la richiesta di libertà nell’Est comunista: la prima contestava l’autorità in democrazia e chiedeva maggiore permissivismo rispetto alla società tradizionale, la seconda contestava la dittatura, il regime poliziesco, e lo faceva nel nome di patria e libertà, per dirla con Jan Palach. Il nemico a Est era l’oppressione politica, a Ovest la repressione mentale e sessuale. In Occidente, poi, il ‘68 nacque molto prima in America e si intrecciò alla protesta pacifista contro l’intervento in Vietnam, in Francia culminò nel maggio parigino, ma da noi in Italia si cronicizzò, per taluni diventò perfino un mestiere, con i professionisti del ’68. Possiamo dunque dire che il ‘68 non è l’anno di una rivoluzione, ma è la sigla in codice di un cambiamento di mentalità che in realtà si sparse lungo gli anni.

In definitiva, non c’è nulla di positivo nell’eredità lasciata ai posteri?
Penso da un verso che alcune strutture, alcune mentalità, alcuni assetti della società “pre-sessantottina” fossero meritevoli di critica e anche di superamento, erano logori, stanchi, ridotti a formalismi senza contenuto; dall’altro penso che aver generato una maggiore fluidità nei rapporti umani, aver favorito il riconoscimento di alcuni diritti negati, soprattutto femminili, siano state conquiste positive. Ma comparando danni e vantaggi e inserendoli in una visione d’insieme, penso che l’eredità del ‘68 sia stata prevalentemente negativa. Ha concorso a generare un peggioramento della società contemporanea. La famiglia, la scuola, l’università, il rapporto tra le generazioni, il linguaggio, i costumi sono usciti peggio di come vi erano entrati; ed erano entrati pieni di acciacchi e contraddizioni. All’epoca alcune trasgressioni avevano perlomeno la baldanza dell’anticonformismo, l’effervescenza della ribellione, il gusto della libertà e il sapore della giovinezza; oggi invece sono diventati canoni di conformismo. Ieri fumare erba, bestemmiare, contestare i padri, le regole, le autorità potevano essere segni di trasgressione; oggi, che sono diventati paesaggio comune, la vera trasgressione è pensare, leggere, credere, pregare, onorare il padre e la madre, far figli, rispettare l’autorità. Da qui la mia tesi di allora che è ancora oggi a mio parere attualissima: rovesciare il ‘68.