Luciana Castellina sul ’68: così scoprimmo le contraddizioni del progresso

©  Daniele Segre

Classe 1929, giornalista, scrittrice ed ex parlamentare, più volte eurodeputata, presidente onoraria dell’Arci, Luciana Castellina è stata tra i protagonisti della sinistra italiana antifascista sin dalla nascita dell’Italia repubblicana. In seguito si è distinta come militante e dirigente del Partito Comunista nonché come intellettuale, figurando tra i fondatori dello storico quotidiano il manifesto , nel giugno 1969.

Ha definito il 1968 «una bellissima stagione», ma quali risvolti ha avuto su di lei?
Si è trattato di un movimento che, via via, ha investito tutti i cittadini. Io, in particolare, l’ho vissuto dall’interno del Pci. In questo contesto, ha costituito l’acceleratore di una spinta critica che già viveva in quel partito e aveva animato un dibattito importante nel corso degli anni precedenti. Si è trattato di un confronto fra due diverse analisi della realtà italiana, che s’interrogavano se si era ancora in una fase di arretratezza oppure se quell’arretratezza, che permaneva in una parte del Paese, era oramai fortemente intrecciata con un capitalismo maturo anche in Italia, sicché le antiche e le nuove contraddizioni si mischiavano e potenziavano a vicenda. Il ‘68 fu una rivolta moderna, la presa di coscienza che il progresso, nell’orizzonte capitalista, non avrebbe portato maggiore libertà e benessere, ma, al contrario, avrebbe aperto più gravi contraddizioni. Per questo ci fu un immediato incontro fra il gruppo che poi dette vita a il manifesto , e che era stata larga parte di quella corrente ingraiana che aveva animato una simile interpretazione della realtà, e il movimento stesso.

Claudio Cianca 1968

Claudio Cianca, partigiano e politico, collega di Luciana Castellina nel Pci, durante un comizio a Roma nell’aprile del ‘68 (foto © LaPresse)

Secondo il Time , quell’anno fu cruciale ed emblematico a tal punto da definirlo «un rasoio che separò il passato dal futuro». Ritiene che oggi si sia conservato qualche germe dell’istanza rivoluzionaria e innovativa?
Già negli anni ‘80 quella carica – così come il movimento stesso – stava spegnendosi per tante e complesse ragioni che necessiterebbero di un’argomentazione a parte. Del ‘68, come si è potuto constatare nelle precedenti commemorazioni, è rimasta una descrizione del tutto arbitraria, perché i poteri dominanti hanno assunto, di quella rivolta, solo quanto non era per loro pericoloso: un po’ di antiautoritarismo, di libertarismo nei costumi e con questo una riduzione dell’idea di libertà a una dimensione puramente individuale, laddove il ‘68 aveva intuito la necessità di fondarla nei rapporti sociali di produzione, in una sfera collettiva e sociale. Per questo, del resto, gli studenti cercarono subito il rapporto con la fabbrica. In particolare, in Italia quel movimento è stato – ed è continuato a essere per un decennio – studentesco e operaio. 

«Una volta passato il primo momento di curiosità, una volta stufo delle buffonate, il maggio ‘68 mi ha disgustato. Perché non ammetto che si taglino degli alberi per fare delle barricate (alberi, cioè vita; una cosa che va rispettata), che si trasformino in pattumiere luoghi pubblici che sono un bene e una responsabilità per tutti, che si coprano di graffiti degli edifici, universitari o meno; né che il lavoro intellettuale e la gestione delle istituzioni vengano paralizzate dalla logomachia». Lo dichiarò, anni fa, l’antropologo e filosofo francese Claude Lévi-Strauss. Dal suo punto di vista, su quali fronti furono commessi sbagli e non furono colte appieno le opportunità di rinnovamento?
L’occasione per una trasformazione in profondità della società fu perduta soprattutto per la sordità rispetto a quella insorgenza giovanile delle organizzazioni tradizionali del movimento operaio, in particolare del Partito Comunista italiano. Solo la federazione Lavoratori Metalmeccanici (Flm) fu in grado, almeno in parte, di assumerla e canalizzarla nel sindacato. Poi, naturalmente, ci sono stati debolezze, errori e, alla fine, sbandamento ed estremismo.