Sergio Cofferati sul ’68: ha vinto l’individualismo

Nel ‘68 Sergio Cofferati svolgeva il servizio militare. Incredibile, ma vero per il “Cinese” che poco dopo avrebbe iniziato la sua lunga carriera sindacale che lo avrebbe portato a diventare segretario generale della Cgil e poi, con il passaggio alla politica, sindaco di Bologna ed eurodeputato. Ma ebbe ben presto occasione di recuperare in fretta: «Iniziai a lavorare nel giugno ‘69 in Pirelli, alla Bicocca. Era in corso la vertenza degli impiegati che seguiva quella sul cottimo messa in atto dagli operai l’anno prima. Entrai in azienda il 9 e il 10 feci il primo sciopero», ricorda con un sorriso.

Oggi come allora c’era stato un certo fallimento dei governi di centrosinistra, ma se ieri c’era un movimento “rosso” oggi ci rimane solo il Movimento 5 Stelle. Che cosa è successo al nostro Paese? 
Il Partito democratico non è più di sinistra, ha scelto politiche che non hanno fondamenti nei nostri valori tradizionali. E tutto quello che è fuori dal Pd stenta ad avere visibilità. Il M5S è un movimento pieno di contraddizioni, senza una linea definitiva che su alcuni temi è progressista e su altri ha posizioni squisitamente conservatrici.

Nemmeno i sindacati se la passano tanto bene, eppure in quegli anni ottennero grandi risultati.
Il 1967 era stato l’anno di minor consenso del sindacato di quegli anni, dopo la firma dell’accordo sulle pensioni con il governo Moro. I lavoratori lo avevano respinto e la Cgil aveva dichiarato lo sciopero senza l’appoggio delle altre sigle. A riunire il fronte furono le proteste che cominciarono proprio dalla Bicocca, in Pirelli. Ad accendere quel movimento furono due questioni: i diritti collettivi e le condizioni di lavoro, il cottimo in particolare. L’immagine della statua del conte Marzotto abbattuta dagli operai di Valdagno resta un’immagine indimenticabile. Da lì si arrivò alla contrattazione decentrata e ai contratti nazionali, lo strumento unificante di reddito e diritti.

Sciopero '68 © La Presse

Ridefinizione del manifatturiero e progresso tecnologico hanno ridotto le dimensioni della classe operaia rispetto a 50 anni fa (foto © LaPresse)

Dopo il tramonto dell’articolo 18 con il Jobs Act, qual è lo stato di salute del sindacato?
Ha molte difficoltà, perché il mondo che rappresenta è cambiato tantissimo. Nella mia Pirelli c’erano 13 mila operai, oggi neanche uno: si fa altro in quegli spazi. La ridefinizione del manifatturiero e il progresso tecnologico hanno ridotto le dimensioni della classe operaia: per fare lo stesso volume di pneumatici di allora oggi bastano 400-450 persone. Il lavoro è cambiato e deve trasformarsi anche il sindacato: parlare a piccoli gruppi di operai, magari decentrati su più sedi, è molto più difficile che rivolgersi alla platea di un grande stabilimento. La globalizzazione ha fatto il resto: e la colpa non è delle multinazionali, anche allora la Pirelli aveva sedi in giro per il mondo. Ma non era cinese, se si esclude il mio contributo (ride scherzando sul suo storico soprannome, ndr ).

Come fa il sindacato a difendere i diritti dei lavoratori più anziani e a parlare ai giovani precari poco tutelati?
Ci prova, ma è difficile. La battaglia sui voucher è stata importante, anche dal punto di vista simbolico. Ed è ancor più importante fronteggiare un’idea profondamente errata – portata avanti dalla destra e malauguratamente appoggiata da molti a sinistra – che è quella della “flessibilità”, intesa come riduzione dei diritti collettivi e individuali. La flessibilità doveva rilanciare l’economia e ha fatto solo danni. Quello che manca del ‘68 è proprio la spinta ideale, un senso di coesione che ha lasciato spazio all’individualismo.

È cambiato il lavoro, è cambiato il sindacato, forse sono cambiati anche i giovani. Una volta si protestava per i diritti, oggi contro l’alternanza scuola-lavoro... 
A mio parere le proteste non sono contro l’idea dell’alternanza scuola-lavoro, ma contro delle modalità che non ne danno una visione positiva. Il lavoro è la realizzazione della persona, non soltanto una fonte di reddito. In questa alternanza, così come nei famigerati stage, non c’è partecipazione o apprendimento al processo produttivo. I giovani non hanno modo di conoscere il lavoro prima di intraprenderlo: così quando entrano sul mercato, trovano uno scarto fortissimo tra la loro visione ideale e quello che si trovano davanti.