Franco Mussida sul '68

© Takahiro Kyono

Chitarrista, cantante e compositore, noto ai più come uno dei fondatori della Premiata Forneria Marconi (Pfm), della quale ha firmato molti grandi successi, Franco Mussida ha vissuto il ’68 nel pieno della sua carriera ed è oggi fortemente impegnato nella pedagogia artistica e della comunicazione musicale con il suo CPM, lavoro che lo porta a stretto contatto con i giovani del 21esimo secolo.

Cosa rimane dell’energia del ‘68 ai giorni nostri?
 Rimane un modo di approcciare la vita che invece di svilupparsi in superficie punta alla profondità. Rimane un presidio di pensiero che distingue tra gli sterili viaggi con i visori 3D e il vero “mondo del sogno” che vive in noi. Quel mondo che coinvolge il cuore vero della nostra esistenza, la nostra intima sfera affettiva, una straordinaria dimensione parallela al territorio della ragione e della razionalità, ancora tutta da esplorare. Il che significa anche mantenere vivo un qualcosa che al momento sta sotto una specie di tenda a ossigeno, che si chiama senso della Poesia e dell’Utopia, assediate dalla confusione organizzata da chi ha in mano le chiavi della comunicazione. Eppure elementi necessari per immaginare futuri possibili. Futuri non certo formalizzati in romanzi di fantascienza o in nuovi giochi per PlayStation, ma in ipotesi poetiche e filosofiche che coinvolgono il nostro modo di stare insieme, le società future, le società davvero solidali.

Cosa ha dato alla musica e all’arte in generale?
 Gli stimoli a lavorare nel territorio del suono in altri modi, cercando e sperimentando. Prima mischiando forme e generi per dimostrare che la musica è un’essenza che, a prescindere dalle forme, parla una sola lingua. Poi, passato il periodo esplorativo delle allucinazioni, del peyote, della Psichedelia, ecc… ha iniziato ad aprire ai musicisti le porte dell’osservazione dei suoi codici, della sua vera lingua, favorendo una ricerca diffusa, anche la musicoterapia (benché non ami questo temine). Preferisco personalmente occuparmi di codici che legano i poteri del suono e della musica alla struttura affettiva della gente. Studiare gli effetti oggettivi della musica e i filtri soggettivi che permettono a ciascuno di avere una sua particolare e unica esperienza emotiva. Il legame tra musica e struttura affettiva è un argomento utile a formare la figura del “musicista consapevole”. Qualcosa di questa didattica la promuovo nel CPM Music Institute di Milano.

Rolling Stones

Furono anni epocali per la storia della musica, che videro protagonisti gruppi innovativi come i Rolling Stones (foto © Getty Images), i Beatles e The Who

Cosa possono imparare le nuove generazioni dal ’68?
Possono studiare la comunicazione artistica di quel periodo partendo dagli effetti, dal rapporto intimo tra artisti e fruitori dell’arte, le sfide e le aspettative di quel periodo. L’importanza della migrazione dello spirito d’Oriente in Occidente, che per un periodo ha dato solide radici anche al laicismo. Spingere a farsi domande sulle radici vere e non virtuali della persona, del nostro vivere sociale, ricercare stimoli per rendersi migliori interiormente. Uomini migliori fanno società migliori.

Cosa resta davvero di quella spinta nella società attuale?
Tutto ciò che spinge in direzioni valoriali, verso profondità e idealità. Restano tutti i movimenti ecologisti, il rapporto con il pianeta, la sua cura. Una cura che non è solo la palese necessità di non distruggerlo inquinandolo, ma significa vivere e promuovere un diverso rapporto con l’agricoltura, l’alimentazione. Resta un sentimento ecologico che ci lega alla natura minerale, vegetale, animale, vista vista come grande educatrice della nostra sensibilità. Anche se la frequentiamo di più giocando, sciando, facendo surf… o estremizzando le doti acrobatiche. Tutto questo nasce in quel periodo e si espande ancora oggi. Ma resta anche ciò che spinge verso l’autoconoscenza, il viaggio interiore più che verso viaggi interplanetari o della fantasia, che mostrano in modo virtuale ed esagerato ciò che sogniamo di essere, ma che non siamo. I veri superpoteri non si esprimono nel territorio fisico, ma in quello interiore. È in quel periodo che quelle generazioni hanno respirato valori primari in precedenza destinati ai salotti buoni. Valori che furono orientati verso le periferie delle metropoli, coinvolgendo così tanti ex ragazzi semplici in attesa di essere meravigliati dalla vita, ragazzi come me.