Paolo Liguori sul ’68: “Il nostro presente viene da lì”

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A Valle Giulia era insieme a molti altri Ragazzi che volevano fare la rivoluzione , per citare il titolo del libro che Aldo Cazzullo ha dedicato ai Sessantottini. E tra i figli più famosi di quegli anni c’è anche lui, Paolo Liguori, giornalista di lunghissimo corso: all’epoca diciannovenne contestatore curioso e affamato di vita e di esperienze, più che arrabbiato, oggi direttore del canale all news di Mediaset, TgCom24 .

Che ricordi ha del suo ‘68?
 Ne ho memoria come di un anno gioioso, allegro ma anche pieno, molto ricco. Un anno in cui ho guardato tutti i film che si potevano guardare, ho frequentato tutte le mostre possibili e ho letto tanto, tantissimo: non credo di aver mai più letto così tanto, in un singolo anno. Ho fatto una quantità di cose enorme, il doppio di quello che avevo fatto prima e anche di quello che avrei fatto dopo. Per molti di noi è stato l’anno in cui siamo usciti di casa e in questo eravamo quasi dei pionieri, perché eravamo tra i primi che lasciavano la famiglia a 18,19 anni per andare a vivere per conto nostro. Quello che oggi è normalissimo per molti studenti universitari, nel ’67-’68 non lo era. Si cominciava appunto allora. In quegli anni, l’istruzione non era un fenomeno di massa, ma di classe. Prima andavano a scuola e continuavano gli studi, frequentando l’università, i figli dei più ricchi. Se non inquadriamo il sistema sociale di allora, non inquadriamo bene quegli anni.

Proteste 1968

Uguaglianza tra i sessi, convivenza prima del matrimonio, scolarizzazione di massa, sono tutte eredità delle proteste di allora (foto © Getty Images)

Cinquant’anni dopo cosa rimane?
Tutto quello che c’è oggi è un lascito del ‘68. Oggi tutti vanno a scuola. La scolarizzazione di massa viene da lì. La prima riforma della scuola fu fatta allora. Al ’68 si deve anche un enorme cambiamento del costume. Il riconoscimento dell’uguaglianza tra i sessi, per esempio, è un’eredità di quell’anno; prima, i ragazzi uscivano la sera, le ragazze no. Altro esempio, la convivenza, che spesso sostituisce il matrimonio oppure lo precede: prima del ’68 non era pensabile convivere senza essere sposati. E poi c’è l’arte. C’è stato un ‘68 del cinema, della letteratura, della pittura, dell’architettura. Risale a quegli anni l’ultimo colpo importante della pittura italiana. Penso agli ultimi grandi autori contemporanei, pittori del calibro di Franco Angeli, Alberto Burri, Giulio Turcato o Alberto Verza. Stesso discorso per l’architettura; penso a un Vittorio Gregotti o anche ad architetti ancora in attività e molto celebrati, come Massimiliano Fuksas o Renzo Piano. Quasi tutto quello che abbiamo accumulato in questi anni viene da lì e c’è un motivo. Fino al boom di fine anni ’50-primi anni ‘60, l’Italia era un Paese povero. Il miracolo economico ha trasformato il Paese e la sua società ed è come se nel ’68 questo cambiamento fosse esploso. Quando si parla del ‘68, si pensa sempre alla contestazione, ma quella è un’inezia rispetto al valore e all’impatto culturale di quell’anno. La contestazione è stata quasi una inevitabile e fisiologica conseguenza di questo nuovo benessere, di questo nuovo modello di vita. Le si attribuisce un peso e un significato in virtù di ciò che è accaduto dopo, della violenza degli anni ‘70. 

Oggi un altro ‘68 sarebbe possibile?
Io credo di no, perché non ci sono quei movimenti che lo hanno reso possibile. I movimenti di protesta di oggi non portano le persone a mettersi assieme. È un discorso di tipo culturale. Il ‘68 vedeva in campo degli individui che scoprivano dei movimenti collettivi e cercavano degli spazi comuni. Oggi, invece, vedo persone molto autoreferenziali. Allora ognuno viveva nella propria famiglia e cercava di spaccare quelle gabbie per avere momenti comuni, una comune partecipazione politica, sociale, artistica. Oggi è l’io che comanda e quindi si cerca di sfuggire al fatto che tutti hanno studiato, tutti sono laureati e tutti sono disoccupati, per cercare una propria individualità. Il ‘68 è stato l’anno della comunicazione di massa, questi sono gli anni della comunicazione individuale, perché i social sono alla fine una grandissima somma di messaggi autoreferenziali.