Franco Tatò sul ’68: “I fannulloni hanno tradito i giovani”

Non era ancora “Kaiser Franz”, il re delle grandi ristrutturazioni aziendali italiane. Ma nel ‘68 Franco Tatò stava già facendo pratica di riordino dei conti nelle filiali estere di Olivetti: un’esperienza che gli ha permesso di vivere da vicino la grande rivoluzione di quegli anni. «Per me la rivoluzione è iniziata nel 1966, quando a Francoforte vidi la polizia sparare con gli idranti sugli studenti. Poi passai qualche tempo in Italia e proprio nel ‘68 mi mandarono a Parigi». 

Quindi ha vissuto in pieno il maggio francese.
Dopo l’occupazione della Sorbona e dell’Odéon, in un pomeriggio piovoso andai in un cinema di Saint Germain a vedere La schiuma dei giorni di Charles Belmont. Quando uscii, era diventato buio ed era “ricominciato” il ‘68: c’erano autobus rovesciati, giovani col bavaglio. Mi girai e mi trovai davanti alla faccia Alain Geismar, uno dei capi della rivolta insieme a Daniel Cohn-Bendit: «All’École des beaux-arts», urlò. Mi misi a correre con la folla, per fortuna ero vestito casual (ride, ndr ). Pochi giorni dopo, in un taxi, sentii il proclama di De Gaulle che annunciava la fine delle proteste. 

Che cosa pensava di quei tumulti all’epoca?
Si intuiva, però, che certe parole d’ordine non potessero portare a niente di buono: “L’immaginazione al potere”, per esempio. Ma c’erano dei lati positivi in quel fermento giovanile, li vedevo anche io che ero dall’altra parte (ride, ndr ). Il vero ‘68 era la ribellione delle nuove generazioni contro una classe dirigente vecchia e ingessata, che si portava dietro i peccati del ‘900 e non capiva le esigenze di cambiamento. Il rimpianto perciò è che sia rimasto poco di quelle aspirazioni immaginifiche – solo la liberazione sessuale è arrivata fino a noi – mentre la grande eredità di quel periodo è il trionfo dei fannulloni: “La ricreazione è finita”. 

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Secondo Franco Tatò le eccessive tutele al lavoro dipendente conquistate nel ‘68 hanno creato un sistema che arresta lo sviluppo (Foto © LaPresse)

I fannulloni hanno prosperato in Italia anche grazie all’articolo 18, uno dei lasciti più importanti nel nostro Paese?
Un mio amico mi ripete spesso: «L’articolo 18 è il responsabile dell’arretratezza dell’Italia». Per me ha ragione, perché è il frutto del ‘68 deteriore. I discorsi degli studenti trasudavano di odio per la competizione, mentre si nascondevano dietro i discorsi sulla nobiltà dello spirito. L’uguaglianza cui ambivano non era quella delle opportunità, ma dei risultati. Così si è arrivati al posto fisso, sicuro, intoccabile. E questa è stata la nostra rovina, che ha cancellato la spinta del miracolo economico. Quell’insieme di tutele ha creato un sistema che punisce la diversità e il successo arrestando lo sviluppo. Ecco perché il Jobs Act resta il più grande contributo, forse l’unico, di Matteo Renzi al Paese.

Ma gli effetti finora non si sono visti sulla nostra economia...
Perché non si è fatto quello che si doveva fare, cioè abolire l’articolo 18 per tutti i contratti, anche quelli in essere. In alternativa, con un po’ meno coraggio, sarebbe bastato definire i confini del reintegro per giusta causa. In Italia chi ruba e viene licenziato spesso riesce a riottenere da un giudice il posto di lavoro e pure gli stipendi arretrati. È così che le persone si sentono intoccabili, diventano meno produttive e smettono di rispettare le loro mansioni.

Tra le sue tante difficili avventure professionali, qual è stata l’eredità più negativa del ‘68 contro cui si è trovato a lottare?
La poca responsabilità dei sindacati, che fa la differenza in caso di una ristrutturazione aziendale. E lo dico con un esempio positivo, quello del mio più grande successo: grazie a una controparte avveduta, in Enel è stato completato l’allontanamento di 30 mila persone in due anni e senza un’ora di sciopero. Era una situazione delicata: bisognava gestire l’uscita degli esuberi, colmando i vuoti lasciati attraverso la formazione del personale rimasto. L’obiettivo era trasformare un monolitico ente statale in un’azienda pronta alla quotazione in Borsa. Siamo stati aiutati dal fatto che Enel aveva assunto tanti bravissimi ingegneri italiani dei Politecnici di Milano e Torino, che a causa della mentalità creata dall’art. 18, aspiravano al posto fisso e non ad andare nella Silicon Valley.