Vino e tartufo: i migliori bianchi del Piemonte

In questa stagione, il bianco più famoso del Piemonte è sicuramente il tartufo, capace di esaltare nasi, palati e fatturati in Langa per tre mesi, grazie a un turismo gourmet e di qualità. Ma bianco, con buona pace dei grandi Barolo e Barbaresco, è anche il vino che lo accompagna. Spesso sono loro i migliori compagni di uova, tajarin e carni bianche impreziosite dalle lamelle del celebre fungo ipogeo. Dei 15 mila ettari coltivati con vitigni bianchi (su un totale delle Doc di 35 mila ettari) i principali per quantità e qualità nel bicchiere sono Arneis, Cortese, Erbaluce, Favorita, Moscato, Nascetta e Timorasso. Quest’ultimo, quasi abbandonato nella provincia di Alessandria attorno a Tortona, oggi è in grande spolvero per le sue note intensamente floreali e balsamiche, ma soprattutto per la prodigiosa tenuta nel tempo, che lo fa evolvere in maniera molto simile a un grande rosso tra speziature e note fumé. Entra nelle Doc Borgogno, un colosso storico che con il suo Derthona Doc, realizzato in collaborazione con Valter Massa, ha subito fatto centro. Grandi e ormai storici i vini di Elisa Semino e la sua Colombera con il cru Montino; sempre all’altezza del blasone quelli di Terralba, con spezie fini, talco, fiori bianchi pepati, e Mariotto con i suoi vini di territorio e rocciosi, con sentori di agrumi e idrocarburo come nel mitico Pitasso

Da seguire Cascina la Zerba di Volpedo. Non sono molti i produttori che lavorano la Favorita (clone del­ Vermentino), ma alcuni come Giovanni Abrigo raggiungono l’eccellenza con vini ricchi di fiori di campo ed erbe selvatiche; stesso discorso per la poco considerata (finora) Nascetta: sia pur in incognito, dà vita ad Anas-Cetta, l’accattivante bianco langarolo di Elvio Cogno, grande barolista. In campo Arneis, se la storia dice Ceretto e il suo celebre Blangè, oggi convincono anche i prodotti di Fontanafredda, come il nuovo Val di Tana biologico, oppure quello di Fratelli Monchiero e quelli di Malvirà. Sono vini che da giovani offrono ritmo tra freschezza, agrumi e note corpose, ma sanno regalare anche grandi esperienze in prospettiva.

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Da sinistra, il Derthona di Borgogno, 100% Timorasso; il Misobolo di Ciek a base di Erbaluce; il Montino, prodotto da Elisa Semino e la sua Colombera

Caposaldo storico del vino italiano, il Gavi si è riaffacciato solo recentemente nel campo dei “big”. Prodotto da uve Cortese, è un vino da lungo invecchiamento. Da giovane ha note “nordiche”, smaccatamente minerale­ in bocca. Viene coltivato su terreni strani – terra rossa, sabbia e argilla – dove si trovano realtà storiche come Broglia e La Scolca, grandi come Villa Sparina, e piccole realtà biodinamiche emergenti. Pensate al classico Carlo di Marchese Spinola abbinato a una crema di burrata con tartare di gambero rosso marinato e tartufo, oppure una versione Gavi Riserva come il Vigna della Rovere Verde da La Mesma ad accompagnare un uovo al tegamino sotto scaglie di “bianco”.

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Da sinistra, il Langhe Favorita di Giovanni Abrigo; le proposte di Fratelli Monchiero, e Malvirà a base di Arneis

Altri nomi da tenere a mente: Cinzia Bergaglio e la sua Fornace, il Minaia di Nicola Bergaglio e il biodinamico Vigna della Madonnina Riserva de La Raia. Se Gavi e Arneis sono la tradizione e Favorita la curiosità, l’astro nascente è l’Erbaluce che da Caluso (To) ha mosso i primi passi alla conquista del gotha dei vini. Non sono tanti i produttori ad averci investito, ma dopo i grandi risultati di Camillo Favaro (al top la riserva 13mesi e il più immediato Le Chiusure) oggi si può scegliere tra Orsolani con La Rustía e il Misobolo di Cieck ad allietare i palati di chi vuole provare l’aromaticità balsamica e gessosa di questa Docg dal potenziale evolutivo pazzesco.

Articolo pubblicato sul numero di Business  People, novembre 2019