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La storia, il clima e le tradizioni italiane hanno dato vita a un’abbondanza di vini dolci, passiti, muffati e aromatizzati con cui nessun altro Paese riesce a competere. Partiamo dal Nord, dove la tipologia più rappresentata è il passito, in grado di sublimare le note profumate delle grandissime uve autoctone come, ad esempio, il celeberrimo Gewürztraminer, che in questa versione rapisce i sensi di chiunque. Esiste addirittura un concorso apposito (Dolcissimo , dedicato ai vini dell’Alto Adige); quest’anno, 30 sfidanti sono stati sottoposti al vaglio di una commissione di assaggio di 20 esperti. Medaglia d’oro meritatissima alla Cantina Andriano per il suo Juvelo 2011 , seguita da Cantina Cornaiano e dal suo Pasithea Oro 2011 , mentre al terzo posto si è classificata la Cantina Tramin con il Terminum 2011 . Sono vini intensi ma croccanti, con note di albicocca e resina, acacia e fior d’arancio, rosa thea e curry, che non risultano pesanti, ma anzi hanno un sorso stimolante e fresco, capace di far la loro figura su tanti tipi di pasticceria italiana. Provateli, per dirne una, su una pastiera napoletana.

Una zona storica, ma meno conosciuta e alla moda per i vini dolci, è quella dei Colli Piacentini, dove esiste una Doc apposita. A Vidiano (Pc) i suoli caratterizzati da arenarie grigie e marne siltose grigio scure rendono la zona particolarmente vocata per la produzione di uve bianche e di vini freschi e profumati, che in versione passita raggiungono livelli di piacevolezza notevoli. Qui la Tenuta Villa Tavernago produce il passito bio “Nanin d’Or ” da uve malvasia di Candia e sauvignon a dare un vino che sa di frutta candita, caco maturo, resina e zenzero, legno d’acacia, bocca molto dolce ma schietta e beverina, finale di agrumi e confettura di pesche con tocco iodato. In Piemonte, terra dei famosi Moscato d’Asti e Asti Spumante spunta anche un passito rosso, ottenuto da un vitigno di recente riscoperto e valorizzato, ovvero il Ruchè, grazie all’azienda Montalbera che ne ha fatto la propria bandiera. Il loro passito si chiama Laccento , da vigneti a Montalbera Castagnole Monferrato: le uve di Ruchè sono appassite su graticci in una camera termo-condizionata che preserva freschezza dei profumi intensi del vitigno, forse i più penetranti tra i rossi italiani insieme all’Aleatico dell’Elba. Il vino ha colore quasi granato con naso che spinge su marasca, visciola e marron glacè, bocca felpata con pepe e frutta secca, datteri nocciole e canditi, molto meno dolce di quanto si pensi, da esaltare su formaggi ben stagionati.

In Lombardia i vini dolci, esclusi quelli della Valtellina, non hanno una grande tradizione ed è per questo un piacere trovare in Franciacorta il Sulif de Il Mosnel, apprezzatissima azienda di spumanti, che sa sfruttare umidità e suggestioni dei vigneti sulle coste del fiume Sebino per produrre questo passito di Chardonnay dalle note di miele ed albicocche secche, ravvivato da note sapide e gessose a dare nel palato una morbidezza mai eccessiva o stucchevole.

Nel Veneto la tradizione di vini dolci è particolarmente ricca con i suoi Recioto. Oltre a quello rosso della Valpolicella, in questo momento il più famoso, va ricordato lo storico Recioto di Soave, che vede tra i suoi migliori interpreti l’Acinatum di Suavia, intenso, ricco, con rimandi di zenzero, agrumi canditi e pesca gialla fresca, che trova il suo meglio se abbinato con la pasticceria locale, ad esempio l’Ofella di Perbellini.

Nel Nord-Est dei grandi bianchi impossibile non citare il Collio e il suo maestoso Picolit, celebre ma quasi dimenticato oggi. Eppure ha fatto la storia del-a nostra enologia. Se riuscite a trovarne una bottiglia, provate il ricco e appassionante Cumins di Livon, oppure il piccolo e incredibile Mufis dal Sièt di Marco Sara, un’esplosione di datteri, mango e papaya, con caramello e arancio candito, bocca piccante, equilibrata saporosa e tridimensionale, una sublimazione di frutta e un’esperienza umana incredibile.

In Toscana la scena dei vini dolci (ma non troppo) è ovviamente dominata dal Vin Santo, che in realtà non è propriamente un passito classico, in quanto dopo l’appassimento non viene vinificato in maniera tradizionale con pressa e vasche, ma lasciato per anni dentro le piccole botti denominate “caratello”, dove subisce vari processi di ossidazione, riscaldamento e diverse fermentazioni. Tra i più particolari, quelli della tipologia Occhio di Pernice (ovvero con un 50% minimo di uve Sangiovese, oltre alle classiche Malvasia e Trebbiano), resa famosa da Avignonesi, che ne produce una versione sontuosa e rarissima, sulla quale sempre più produttori del Chianti Classico stanno ricominciando a puntare. Tra gli esempi più fulgidi e appassionanti, quello di Badia a Coltibuono con note di caramello, sandalo, mallo di noce e castagne su un tappeto di frutta di bosco e pasticceria, davvero incantevole e con una bevibilità impressionante dovuta all’apporto dei tannini del Sangiovese. La tradizione storica dei “cannellino”, famosi ai tempi dei romani, è ben viva in Umbria, a Orvieto e dintorni, dove Antinori e il suo Castello della Sala hanno dato vita al sontuoso ed elegante Muffato della Sala , che unisce Sauvignon, Grechetto, Gewürztraminer e Riesling per offrire un piccolo prodigio di note floreali e fruttato, dove spiccano camomilla, rosa e uva spina. Tra le annate migliori il 2008, attualmente in commercio.

Varcando il Tirreno si approda in Sardegna, dove la tradizione di vini dolci è ricchissima e peculiare. Non solo la Malvasia di Bosa, protagonista del film Mondovino come emblema di vini antiglobalizzazione, irripetibile e unica, ma anche tante versioni passite di vitigni locali capaci di imprigionare nel calice note di mare, frutti gialli, agrumi e floreali mediterranee e carnose, il tutto in vini che di dolce hanno solo le suggestioni, risultando quasi secchi e per questo più bevibili di altri. Per esempio Angialis di Argiolas, che nasce da uve Nasco e Malvasia portate a stramaturazione, ideale sui dolci tradizionali sardi a base di mandorle, ma anche sul pecorino con buona stagionatura oppure sul fiore sardo. Sempre da Argiolas vale la pena provare anche il più raro Kent’Annos , una vendemmia tardiva da Cannonau e Malvasia nera, un omaggio in vino ad Antonio Argiolas, fondatore dell’azienda, vissuto (bevendo bene) fino a 102 anni.

Scendendo a Sud passiamo poi in Puglia e ci affacciamo da Tormaresca, la splendida tenuta che produce lo storico vino dolce pugliese Moscato di Trani a partire dal vigneto di Moscato della Tenuta Bocca di Lupo. I profumi sono tipicamente pugliesi e mediterranei con ginestra e tarassaco, le confetture di frutta e i canditi, mandorla tostata, pesca, miele, albicocca e fichi secchi.