Terre rare: l’economia circolare non è (ancora) la soluzione

Facile parlare di riciclo e riuso di materiali di scarto per materiali come vetro, carta o plastica; più complicato se si parla di terre rare. Il punto di vista di Corrado Baccani, tra i massimi esperti di strategia industriale nel minerario, di chimica ed economia circolare

terre-rare-pietra© iStockPhoto

Non si dovrebbe mai fare spoiler dei finali ma, parlando di sostenibilità, conviene dirlo subito: in Italia girano troppe etichette e finti meriti in campo politico e aziendale e poca consapevolezza mista a scarsa conoscenza. Parlare per un’ora con Corrado Baccani apre finestre di cui non circola nulla dai canali di informazione e comunicazione. È tra i massimi esperti italiani di Strategia industriale nel minerario, di Chimica, di Economia circolare. Ingegnere con 36 anni di esperienza nelle aziende, oggi è un autonomo per scelta, un consulente, un esploratore delle terre rare e dei pensieri urgenti.

All’attivo ha anche impianti costruiti in giro per il mondo. A inizio carriera lavorava nel campo degli agenti sbiancanti per marchi come Procter & Gamble, girando tra Belgio e Stati Uniti; dopo una decina d’anni è diventato a.d. della Solvay Chimica Italia, dove ne ha trascorsi altrettanti fino a quando il campo del minerario lo ha chiamato con forza. «Volevo fare un’esperienza completamente diversa, per quanto la chimica stessa si basi su risorse minerarie. C’è tanta confusione su questo. E poi l’industria mineraria è un’industria primaria come l’agricoltura, parte dalla terra, ma ce lo siamo completamente scordato». In Sibelco – la sigla sta per silice belga – c’è stato per più di 13 anni, coprendo diversi ruoli: ingegnere, geologo, Operation Officer, fino alla carica di amministratore delegato, lasciata a giugno 2022.

In Italia viviamo un paradosso: quando si parla di industria, siamo davvero avanti con i numeri del riciclo ma, nel tempo, abbiamo scelto di perdere talenti, conoscenze, competenze universitarie, e quindi futuro. «In campo chimico eravamo gli innovatori assoluti a livello mondiale, parlo di 30-40 anni fa, finché non abbiamo cominciato a perdere pezzi di industrie e di marchi storici svendendoli all’estero. Abbiamo ceduto tecnologie e risorse, abbiamo dismesso impianti dietro la spinta delle procure che giustamente facevano chiudere su basi ambientaliste più contemporanee. Quello che però vorrei rimarcare è che l’ambientalismo, se non capito e non applicato come dovrebbe, può provocare molti danni», osserva Baccani. «Un esempio su tutti è l’industria del cloro (che ci serve anche in campo medico-farma­ceutico, per non parlare del campo del ri­ciclo), demonizzata a ragione per come si lavorava qualche decennio fa, poi del tutto chiusa in Italia nonostante la tecnologia e il progresso avessero completamente tra­sformato le lavorazioni. Il risultato? Una serie di danni: da tempo importiamo tutta la soda caustica e il cloro da altri Paesi, con i conseguenti aggravi di costo ambientale e di trasporto. E, da tempo, non abbiamo indi­rizzato i nostri giovani verso una formazione chimica, pur sapen­do che l’ingegnere chimico è la figura ideale per risolvere proble­mi come l’inquinamento».

Perché l’economia circolare non è (ancora) la soluzione per le terre rare

Baccani spiega che far leva sull’economia circolare è la strategia ideale per materiali come ferro, alluminio, rame, plastica, vetro, carta oppure oli esausti perché quello ormai è un mercato consolidato, stabile, e il business model di quella economia circolare è al­trettanto definito e scalabile da tutti gli operatori della filiera: Co­muni, istituzioni, consorzi, industrie, servizi. «Ma per i minerali utilizzati nelle nuove tecnologie il riciclo non è la soluzione a breve termine, dato che i mercati crescono in modo esponenziale – pen­so a litio, terre rare, cobalto – e le quantità recuperabili rappresen­tano una scarsa percentuale del fabbisogno».

L’Ispra nel 2007 aveva mappato ben 3 mila siti minerari italia­ni presenti sul nostro suolo dal 1870, minerali che oggi vengono per lo più dalla Cina e dall’Africa. Di quei siti – in Sardegna erano 427, in Sicilia 724, 416 in Toscana, in Piemonte 375, 294 in Lom­bardia e 114 in Veneto – soltanto 300 sono al momento attivi, tut­ti gli altri sono stati trasformati in musei, folclore, parchi geologici. «Quando fai un museo stai dicendo che è tutto finito, vuol dire che hai già deciso di guardare al passato. Parliamo di rame, ferro, piombo e tutti gli altri parenti vicini e lontani che servono sempre più alle industrie tecnologiche. Quando l’Italia decise di chiudere le industrie minerarie e chimiche, di fatto iniziò a cedere alle sirene della globalizzazione, dei prezzi bassissimi in aree del mondo senza controllo, dello sfruttamento del lavoro minorile, dell’inquinamento, dell’inalazione di sostanze tossiche durante le fasi di estrazione e recupero. E non c’è anche un tradimento dei valori ambientalisti in tutto questo chiudere i battenti italiani senza nemmeno cercare un compromesso coi Paesi esteri, dovendo dipendere da loro?», sottolinea l’esperto. «Poi abbiamo chiuso tutte le università (ndr , nel 1989 si è sospesa la facoltà di Ingegneria mineraria in Italia, oggi qualche corso è stato riattivato ma a fatica), abbiamo delegato alle Regioni competenze che prima erano in capo ai distretti minerari e figuriamoci che interesse o tempo possono avere le Regioni su una simile materia. Così abbiamo inibito un mercato occupazionale, abbiamo impedito ai giovani di mantenere il desiderio di scoprire di cosa è fatta la materia, la terra, e trasformarlo in lavoro».

Pale-eoliche

I mercati delle nuove tecnologie crescono in modo esponenziale e non è affatto semplice estrarre i minerali a essi necessari nelle giuste quantità. Per esempio, per ogni pala eolica servono 2 tonnellate di neodimio, a fronte delle appena 7 tonnellate prodotte ogni anno in tutto il mondo

In India gli ingegneri minerari guadagnano stipendi relativamente alti rispetto alle altre professioni quell’area geografica; se ci spostiamo negli Stati Uniti, in Canada, in Australia o nel Regno Unito, i salari volano a cifre ben più alte: su tutti, i circa 7 mila ingegneri minerari occupati negli Stati Uniti guadagnano intorno a i 90 mila dollari l’anno. «Servirà un approccio bilanciato su più fronti, dato che i buoni tassi di recupero alla lunga non basteranno: da un lato dovremo far crescere cervelli, ricerche, laboratori e investimenti perché ci verrà chiesto il grande salto dal riciclare, ad esempio, il vetro fino al riciclare il neodimio e serve partire adesso per essere pronti tra 10-15 anni; dall’altro lato c’è da prepararsi agli impatti di natura economico-ambientale del processo di recupero, che viene fatto attraverso l’utilizzo di acidi, temperature elevate, energia. Senza dimenticare che quel processo di recupero va praticato su prodotti che contengono quantità infinitesimali di materiali».

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Terre rare e il limite delle energie alternative

Insomma, parliamo sempre e solo di rame, zinco, alluminio, mentre parlando con Baccani si prende confidenza col neodimio. Il neodimio è una terra rara, si trova nel magnete permanente delle pale eoliche e non si smagnetizza a meno che non subisca un fortissimo sbalzo di calore. Di neodimio se ne producono appena 7 mila tonnellate in tutto il mondo, a fronte delle 2 tonnellate che servono per ogni pala. Non si dice mai abbastanza che per le energie alternative il fattore limitante è la quantità di materia prima e che il riciclo non serve a compensarne la carenza. I minerali rari servono per l’elettronica di consumo, la produzione di batterie, i componenti per gli impianti delle fonti rinnovabili, le auto elettriche: stime indicano in quasi 300 mila tonnellate la misura di materiale di qualità passibile di recupero in un’ottica circolare. Ma riciclare questo genere di materie comporta tempi e risorse non paragonabili con tutto il resto. «Pensiamo al recupero da un computer o da un cellulare. Non è un caso che Apple abbia pubblicato un video su YouTube con cui mostra di aver automatizzato il processo. Insomma, l’operazione di raccolta, enucleazione e recupero è ancora troppo costosa e non giustificabile per economie di scala attuali» conclude Baccani.

A proposito di questo articolo  
Questo articolo è tratto da I Campioni della Sostenibilità 2023, terza edizione dello speciale di Business People pubblicato sul numero di gennaio-febbraio. Per leggere la versione completa e approfondire altri temi della rivista, puoi scaricare il numero in versione digitale cliccando qui

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