Terre rare: una dipendenza che sembra inevitabile

Terre rare in Europa? Non così rare© iStockPhoto

Dare i numeri adesso potrebbe aiutarci a tirare meglio le somme tra qualche anno. Entro il 2040 servirà quadruplicare la produzione di terre rare. Le terre rare, fondamentalmente metalli, per capirci sono tra le altre cose platino, palladio, oro, nichel, alluminio, rame, argento (vedi il nostro articolo dedicato). Si collocano anche loro nella tavola periodica e stanno offrendo un nuovo sguardo sul concetto di futuro e di potenza energetica a cui non eravamo abituati.

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L’importanza delle terre rare

Andrea Biancardi e Matteo Di Castelnuovo se ne sono recentemente occupati per ISPI, l’Istituto per gli Studi di politica internazionale: «Per via delle loro eccezionali proprietà fisico-chimiche vengono definite le “vitamine dell’industria moderna”. Le terre rare, infatti, sono in grado di potenziare e migliorare le caratteristiche dei prodotti in cui vengono utilizzate, raggiungendo un grado di sofisticazione che altrimenti non sarebbe possibile. Proprio per queste eccezionali proprietà trovano una crescente applicazione in settori industriali che vanno dall’elettronica all’informatica, dalla medicina avanzata alla manifattura delle tecnologie verdi, dall’automotive all’aerospaziale, fino al settore della difesa». Il mercato industriale, e quindi anche quello del lavoro, avrà sempre più a che fare con questioni e logiche geopolitiche.

Mettendo insieme i tasselli, e considerando anche che la crisi pandemica ci ha trascinati dentro una vita sociale e professionale alquanto digitale che, a sua volta, ha fatto spingere l’acceleratore alle industrie di elettronica di consumo, la dipendenza da questo genere di risorse sembra inevitabile. Forse stiamo guardando dalla parte sbagliata quando parliamo solo di transizione ecologica dal fossile a sue alternative.

Cina leader indiscusso nelle terre rare

«Venendo all’analisi dei player attivi lungo la filiera, la Cina emerge come il leader indiscusso, motivo che desta non poche preoccupazioni, soprattutto alla luce della crescente rivalità geopolitica tra grandi potenze. Negli ultimi dieci anni la sua quota di mercato si è progressivamente ridotta, ma continua a essere di gran lunga superiore a quella degli altri Paesi. In particolare, secondo i dati dello US Geological Survey , nel 2021 la Cina ha rappresentato il 60% della produzione mondiale di terre rare, seguita da Stati Uniti (15%), Birmania (9%) e Australia (8%). Per fare un confronto, nello stesso anno, la quota combinata dei tre principali produttori di petrolio (Usa, Russia e Arabia Saudita) ammontava a poco meno del 40%. Infine, il rame, il più noto: la sua domanda passerà da 25 a 50 milioni di tonnellate dal 2023 al 2035». Sulle terre rare, sfuggire alla dipendenza cinese sarà arduo. Ad aggravare la sfida, anche il suo primato mondiale di brevetti depositati ogni anno che pesano eccome in tema di supply chain  legate a economia circolare, separazione e raffinazione dei materiali.

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