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Sostenibilità & Innovazione

Eco-investimenti in frenata: ecco perché le imprese tirano il freno a mano

A causa della congiuntura economica internazionale una parte delle imprese starebbe tirando il freno sul fronte degli eco-investimenti. Così i fondi Ue potrebbero essere l’unico strumento per non rallentare la transizione

architecture-alternativo Credits: © Getty Images

Ci hanno riempito la testa con la sigla Pnrr durante e dopo la pandemia: lo ha fatto la politica, lo hanno fatto i media. Anche il refrain martellante della transizione ecologica sembrava gareggiare coi tormentoni estivi musicali.

Ma poi? Soprattutto le imprese perdono il senso della direzione se mancano i riferimenti dall’alto, e l’alto, in questo caso, si chiama Europa. Il Pnrr Lab, Laboratorio di Sda Bocconi per valutare l’impatto del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e promuovere relazioni efficaci tra pubblico e privato, nasce con questo scopo. Creato a maggio del 2022, ha già messo in cantiere e consolidato metodo e dati. Non fanno solo monitoraggio degli investimenti, ma analizzano anche l’impatto delle misure, compreso il campo della sostenibilità. Carlo Altomonte è il responsabile scientifico, forte della sua esperienza da professore di Politica economica europea alla Bocconi. Quando ci sentiamo per fare il punto, ha appena chiuso una video riunione col gruppo di lavoro del Laboratorio per impostare il piano di ricerca del 2024. «Il Pnrr Lab ha al suo interno il mondo accademico, le istituzioni e i principali player privati del Pnrr. L’ultimo incontro lo abbiamo fatto pochi giorni fa, a porte chiuse, col ministro Fitto e con la responsabile del Pnrr europeo.

Abbiamo ragionato proprio sul concetto di rimodulazione, alla luce delle non poche variabili intercorse in questi ultimi due anni. Facciamo questo con la politica, in un luogo lontano dal dibattito pubblico in cui possiamo approfondire, misurare, capire cosa va e cosa non va anche e soprattutto per il settore industriale del nostro Paese. E soprattutto valutiamo le opportunità che, dalla ricerca costante, possono venire fuori per le imprese».

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Carlo Altomonte, responsabile scientifico del Pnrr Lab, Laboratorio di Sda Bocconi per valutare l’impatto del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e promuovere relazioni efficaci tra pubblico e privato

Il rallentamento delle imprese negli eco-investimenti

Già, le imprese. La percezione è che stiano tirando il freno a mano su tutta la linea degli eco-investimenti. Le guerre, l’inflazione, i rincari energetici, l’imbarazzo degli extraprofitti sulle banche. «Questo è sicuramente vero, lo vediamo anche noi, le imprese hanno rallentato ed è comprensibile visti i contesti internazionali. È proprio il motivo delle rimodulazioni in atto, abbiamo appena cambiato più di 100 obiettivi su 300, soprattutto provando a spingere su una indipendenza del nostro Paese dall’energia fossile, in particolare da quella russa. Il contesto geopolitico ha fatto alzare enormemente i costi degli investimenti, soprattutto per i settori energetici e di quella che si chiama genericamente sostenibilità. Sono saltati del tutto gli scenari: nel 2021 immaginavamo un certo mix energetico per il 2026 che ora è improponibile per gli Stati e per le imprese. Ecco che alcuni bandi sono stati disertati da molte aziende, altri bandi non erano più competitivi. Un esempio su tutti; l’idrogeno, sulla mobilità pesante, non è stato più considerato come opzione di interesse».

Dire Europa, in un discorso come il nostro, significa associare dati economico-industriali a dati culturali: là dove è più forte la sensibilità nei confronti dell’ambiente e degli impatti da ridurre, certamente le imprese faranno riflessioni differenti sul frenare o meno gli eco-investimenti. È possibile capire e misurare a oggi come si muove il comparto imprenditoriale nei vari Paesi Ue?

«I dati che monitoriamo dal Pnrr Lab sono certamente dati per così dire granulari, nel senso che possiamo vedere i singoli investimenti o per codice postale o individualmente a livello di singola impresa che prende il tax credit. Però, in aggregato vediamo bene che c’è stato un rallentamento nel 2023 rispetto al 2022. A livello europeo confermo senz’altro i riferimenti imparagonabili sul piano di una cultura ambientale, e di conseguenza industriale, se pensiamo anche solo al divario tra Nord e Sud».

 

L’importantanza degli incentivi

Sostegni che danno ossigeno a una fetta delle industrie italiane che crede comunque alla forza di un’evoluzione più verde. «C’è però un altro punto che riguarda gli investimenti privati, anche se non ha niente a che fare col Pnrr ma tocca molto da vicino le imprese. In un contesto di elevati tassi di interesse, gli investimenti invece ad alta capex (capital expenditure, ndr), come sono gli investimenti nel settore delle rinnovabili (eco-investimenti), hanno un tasso di rendimento implicito molto più basso per chi investe. Lo traduco: invece che investire oggi in un settore come quello delle rinnovabili che darà utili magari tra dieci anni e con un tasso di interesse al 5%, vale piuttosto la pena investire nei bot. O arrivano incentivi importanti o è inevitabile che le aziende frenino in quei casi: per questo abbiamo rimodulato mettendo 6 miliardi di euro in tax credit per loro e finalizzato ai soli investimenti in sostenibilità: potranno aderire entro il 2026, quindi entro la fine dell’arco temporale legato al Pnrr».

Lo stesso ultimo Forum di Cernobbio, a settembre scorso, ha segnalato come per sei imprese su dieci la transizione ecologica sia una priorità: la fonte è il sondaggio presentato in quella sede da The European House Ambrosetti. Le imprese affrontano il cambiamento, dato che un’azienda su due sta portando avanti investimenti e piani per declinare la transizione ecologica; l’innovazione tecnologica, anche in chiave di sostenibilità, determinerà tra l’altro anche un incremento occupazionale per oltre il 60%.

Non si può pensare a domani se non si fanno i conti in tasca al settore energetico, re indiscusso in Europa e in Italia per intensità degli investimenti (pari al 39% del valore aggiunto generato) e soprattutto responsabile di una transizione ecologica realmente sostenibile. Secondo previsioni ufficiali dell’Unione Europea, per finanziare la transizione ecologica serviranno tra i 175 e i 290 miliardi di euro di investimenti l’anno.

Stefano-Belletti

L’UNICA STRADA PER LA COMPETITIVITÀDue domande a Stefano Belletti, consulente per le imprese

Eco-investimenti e Pnrr: a che punto siamo in Italia?

A muovere le fila saranno tre grandi trend: le dinamiche geopolitiche ed economiche tra blocco occidentale e blocco “sino/russo”, la demografia e i suoi andamenti, l’evoluzione tecnologica e il futuro delle intelligenze artificiali e generative. Ma a che punto siamo col già fatto in Italia, in materia di Pnrr? «Al momento siamo all’85% del pianificato rispetto a quello che il Paese pensava di realizzare entro dicembre 2023 e siamo sopra il 90% per quando riguarda la stesura degli accordi operativi tra istituzioni e soggetti attuatori e finora abbiamo speso circa 40 dei 190 miliardi di euro finanziati dall’Europa. Il dato della spesa non deve allarmare perché il Pnrr lavora così, nei primissimi anni si concentra più che altro sulle riforme, per poi poter dare spazio agli investimenti nel triennio 2024-26».

Che l’energia sia e sarà sempre al centro delle priorità delle imprese lo confermano gli Obiettivi di sviluppo sostenibile definiti dalle Nazioni Unite, sei su 17 (e 28 target). C’è allora da rimandare al mittente lo scetticismo di coloro – privati cittadini, politici e imprese – che vorrebbero tornare indietro rispetti ai passi del Pnrr anche in materia di sostenibilità del Paese. Cosa dire per convincerli una volta per tutte? «C’è un test oggettivo che utilizzo spesso come risposta a chi ha ancora perplessità e ha a che fare con due numeri. Il costo del debito italiano è circa 3,5 punti di Pil ogni anno, l’inflazione da noi sta intorno al 2-2,5%: se ci sommiamo una crescita nazionale che si aggira intorno allo zero virgola, che è quella che purtroppo abbiamo, lo stesso zero virgola più l’inflazione non arriva al costo del debito. Senza il guadagno del Pnnr non saremmo mai in grado di ripagare il debito. Punto».


Questo articolo è stato pubblicato su Business People di gennaio-febbraio 2024Scarica il numero o abbonati qui