Rialto Ventures: un ponte tra aziende e mercato

Il fondo specializzato nel talent scout hi-tech punta a fare da collegamento tra le imprese con un potenziale inespresso e il resto del mondo, sempre in attesa di nuove idee e soluzioni. Ce lo spiega uno dei suoi fondatori, Simone Brunozzi

Rialto Ventures: un ponte tra aziende e mercatoSimone Brunozzi è un tech executive, fondatore e investitore con un background in Computer Science e vent’anni di esperienza in tutto il mondo come imprenditore e fondatore di startup, dirigente aziendale, Cto, e investitore. Tra le altre cose, dal 2008 al 2014 ha lavorato in Amazon Web Services (AWS) come Technology Evangelist per Emea Apac e America

Italians do it better? Pare di sì, considerando il trend positivo per gli investimenti in pmi italiane registrato nel primo trimestre di quest’anno dall’Osservatorio sul Venture Capital in Italia. Si tratta, comunque, ancora di una piccolissima fetta, 443 milioni di euro, su un totale di 12 miliardi a livello europeo, insufficiente a lanciare il made in Italy del futuro sui mercati internazionali. Ben vengano dunque realtà come Rialto Ventures, fondo specializzato nel talent scout hi-tech europeo, fondato da Stefano Quintarelli e Simone Brunozzi nel 2022. «Volevamo un fondo europeo e italiano ma che investisse con un approccio “americano”, che studiasse cioè i migliori fondi sul mercato per capire come si stessero muovendo, e applicasse gli stessi principi di successo investendo in Europa, tenendo conto delle differenze culturali e dei modi di operare tipici del Vecchio Continente», ci spiega Simone Brunozzi, un curriculum incardinato sulla tecnologia declinata nel settore degli investimenti. «A oggi abbiamo raccolto circa 55 milioni di euro, e rappresentano metà percorso per il fondo Rialto I EuVeca (Avm Gestioni Sgr) – da ora in poi chiamato per semplicità Rialto Ventures – che prevediamo di completare entro un anno».

Avete individuato dei trend particolarmente interessanti e attrattivi per gli investimenti?
Ce ne sarebbero almeno due. Uno è legato all’interazione tra la parte software, virtuale, digitale e il mondo fisico. Una delle nostre company ha costruito una piattaforma che facilita la fornitura di analisi mediche a domicilio, mentre un’altra crea stampanti 3D di precisione utilizzando dei materiali innovativi, dei polimeri con fibra di carbonio, con caratteristiche in alcuni casi superiori ai metalli. Un altro trend che, invece, non riguarda specificamente la tecnologia è il fatto che i founder europei hanno cominciato ad avere ambizioni mondiali. Mentre in epoca pre-Covid l’Europa era il fanalino di coda rispetto alla tecnologia, con gli Stati Uniti in primis e la Cina come secondo player, ora molti europei che hanno avuto esperienze in America o in Asia sono rientrati in Europa, perché la tendenza è fare molte più cose da remoto. Noi con Rialto Ventures investiamo in tutta Europa, abbiamo sede in Italia ma non sentiamo di avere un handicap rispetto ad altri fondi che operano a Londra o Berlino relativamente al fatto di poter convincere le aziende a fidarsi di noi o di poterle aiutare a crescere e ad avere successo.

Sono più startup o aziende coinvolte nelle vostre attività di finanziamento?
Per noi la startup si definisce come un team di persone che ha una soluzione innovativa a un problema, una soluzione talmente brillante da determinare poi la spinta commerciale molto positiva che la farà diventare una grande azienda. Come Venture Capital investiamo nelle realtà che hanno il potenziale di crescita maggiore e che, ovviamente, quasi per definizione hanno anche un fattore di rischio tendenzialmente molto più alto rispetto a quello di una azienda normale, in cui c’è meno incertezza riguardo alla capacità di incidere sul mercato. Ma la startup, una volta che le cose vanno bene, riesce a generare più valore per chi investe nei fondi di venture capital.

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Una foto del Ceo retreat tenutosi a maggio, cui hanno partecipato tutti i founder delle imprese in cui Rialto Ventures ha investito

Quali sono le principali sfide che affrontano le startup oggi, in cui tutti fanno o cercano di fare innovazione?
Bisogna distinguere tra startup nelle fasi iniziali e startup che hanno già un prodotto in commercio e che solitamente raccolgono più soldi e hanno una prospettiva di crescita più chiara. Nel caso delle startup appena nate, o poco più, la grossa difficoltà è capire quale sia un approccio realmente innovativo e la cosiddetta “go to market”, cioè – ammettendo che siano in grado di creare quel tipo di prodotto e servizio – come strutturare un percorso di vendita e di crescita che permetta loro di diventare delle grandi aziende. Per le startup in cui investiamo, che hanno già un fatturato e quindi già vendono ad altre aziende, la difficoltà è di creare e allargare il team in una maniera propedeutica per poter esportare i propri prodotti su scala mondiale. Questo significa sia avere l’ambizione di poterlo fare – cosa che in Europa tende a essere merce rara – ma anche la lungimiranza di sapere che le persone che assumo, le sedi in cui opero e i meccanismi che creo per far interagire i componenti del mio team sono tra i fattori più importanti per la futura espansione a livello internazionale. Una delle cose che facciamo è investire in startup che stanno già vendendo una buona parte dei loro servizi nel mercato degli Stati Uniti, che è il più grande ma in assoluto anche quello più competitivo. Se abbiamo lavorato bene, in un anno e mezzo, due anni dal nostro investimento, le aziende avranno fatto i passi giusti e ci saranno nuovi investitori interessati.

Rispetto a questo mondo così complesso, quali sono i criteri per valutare le potenziali opportunità di investimento, cioè come si riconoscono gli unicorni?
La cosa che fa davvero la differenza è quello che potremmo chiamare “il fuoco dentro”. Un fondatore o un team di fondatori che ha un desiderio quasi ossessivo di costruire una grande azienda, di risolvere un problema in una maniera mai vista prima, tende a imprimere una spinta propulsiva enorme. Poi però c’è tutto il resto: un mercato più grande possibile, una superiorità tecnica del team, la capacità di attrarre altri talenti di prim’ordine e una scelta univoca nella risoluzione dei problemi. Come Rialto Ventures, a differenza di molti, quando vediamo che ci sono le giuste condizioni per investire, buttiamo i founder nella “fossa dei leoni”, ossia li mettiamo di fronte a potenziali clienti, aziende che conosciamo, e osserviamo come si comportano e che feedback tornano. È una forma di de-risking dell’investimento, perché tiene conto anche delle potenzialità di assorbimento del mercato. Altra cosa che facciamo è presentare due o tre advisor alle startup, persone di grande esperienza nel settore, e creare opportunità di ingaggio sul medio e lungo termine. La capacità di una startup di attirare talenti di grande calibro è già un segnale molto positivo del futuro successo sul mercato. Avendo io e il mio socio lavorato molti anni in ambienti internazionali, possiamo avvalerci di un network di professionalità che ci consente di operare in questi termini con grande efficacia.

Prendete in considerazione concetti come sostenibilità ed etica quando decidete di investire in un’azienda?
Noi cerchiamo di guardare alle aziende che creano valore, anziché ad aziende che lo estraggono. Le imprese in cui scegliamo di investire tendono a creare valore non solo per sé stesse ma per la collettività, portano qualcosa di cui beneficiano tutti, e anche questa è sostenibilità.

Tempo fa ha dichiarato che l’Italia ha un potenziale inespresso. Dopo due anni nel settore la pensa ancora così?
È in buona parte ancora così, ma per noi è positivo, nel senso che se un bravo investitore è in grado di cogliere le innovazioni più interessanti riesce a concludere dei buoni affari, ma anche a valorizzare aziende che altrimenti rischierebbero di rimanere confinate all’interno del mercato italiano o al massimo europeo, con una visione troppo ristretta del proprio potenziale. Rialto Ventures cerca di mettere in luce delle gemme preziose che sono presenti in tutta Italia anche in regioni inaspettate, come le ricerche in crittografia in Toscana, come la robotica a Genova o al Politecnico di Bari. Si tratta di vere eccellenze in settori difficilissimi per la tecnologia, in cui per competere si ha bisogno di grandi capitali oltre che di grandi cervelli, ma in Italia siamo molto bravi a inventare prodotti e servizi di grandissimo livello con molte meno risorse di quelle cinesi o americane. Il ruolo di Rialto è fare da ponte tra le aziende che hanno un potenziale inespresso e il mercato mondiale che ha “fame” di nuove soluzioni e idee innovative.


Intervista pubblicata su Business People di giugno 2024. Scarica il numero o abbonati qui

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