Suggestioni dal pianeta Sottsass

In 60 anni di carriera ha attraversato tutti i generi e tutte le espressioni artistiche. A cent’anni dalla nascita e dieci dalla morte, la Triennale di Milano celebra la sua inesauribile forza creativa

Cento anni fa nasceva a Innsbruck Ettore Sottsass. Direte: il designer? Sì, ma non solo. L’architetto? Certo, ma anche l’urbanista. E qualcuno ricorderà i suoi quadri, perché è stato anche pittore. Altri invece penseranno alle sue fotografie di viaggio: sì, ha fato anche quelle, e molto bene. Come spesso accade con le figure eccezionali, le etichette vanno rimesse nel cassetto. Ettore Sottsass (14 settembre 1917-31 dicembre 2007, ricorre nel 2017 anche il decennale della morte, avvenuta a Milano) è semplicemente Ettore Sottsass, uno che ha lasciato il suo sguardo atipico sul mondo.

L’omaggio della Triennale di Milano a Ettore Sottsass

Poeta e ribelle, recitava il titolo della mostra che qualche mese fa esponeva oggetti, arredi e fotografie al Vitra Schaudepot di Weil am Rhein, la città tedesca sul fiume Reno. Ribelle e poliedrico l’italo-austriaco Sottsass – studiò al Politecnico di Torino e visse perlopiù nel nostro Paese – lo fu davvero: in sessant’anni di carriera ha attraversato tutti i generi e tutte le espressioni creative, inquieto e curioso allo stesso tempo. A noi resta il dovere di ricordare e, se possibile, conoscere il tanto che fece: un ottimo spunto può venire dal volume fotografico Le ragazze di Antibes, con foto inedite degli anni ‘60, edito da Adelphi, e molto aiuta la visita della bella mostra in corso alla Triennale di Milano (fino all’11 marzo 2018). Una grande antologica – la città del design non poteva esimersi dall’omaggio – curata con dedizione totale da Barbara Radice, figlia del grande pittore Mario Radice e compagna di Sottsass. Lo conobbe durante un’incultura un’intervista, quando lui era ancora sposato, ma già in crisi, con Fernanda Pivano, e dai primi anni ‘80 fece con lui coppia fissa tra Giappone, isole del Pacifico, India e Los Angeles. Parliamo di viaggi non a caso: l’esposizione in Triennale s’intitola There is a Planet, lo stesso nome del progetto mai realizzato da Sottsass per l’editore tedesco Wasmuth. Siamo davanti a una sorta di viaggio creativo intorno al mondo, che ora in un corposo volume edito da Electa e la Triennale prende forma tra le nostre mani, suddiviso com’è in cinque capitoli in cui Sottsass aveva selezionato testi, foto e documenti presi nel suo peregrinare alla ricerca di nuove idee e soluzioni. S’indagano architetture, case, porte, persone: si analizza il modo in cui l’essere umano si è ingegnato per vivere al suo meglio sul pianeta Terra a tutte le latitudini.

La vita di Ettore Sottsass

Nove stanze sono servite alla Triennale di Milano per raccontare (ma non esaurire) la variegata attività di Sottsass, dai disegni alle sculture, dalle fotografie ai mobili, dai vetri agli scritti. Può avere un senso seguire il percorso cronologico, dallo Spazialismo degli anni ‘50 alle idee del 2007, ma funziona anche a ritroso ed è ancor più efficace visitarla saltando di stanza in stanza anche perché, come conferma la biografia di Sottsass, egli mai procedette in forma lineare.

Televisori e librerie (la mitica Carlton), computer e ristoranti, ceramiche e disegni: inesauribile la sua forza creativa, il suo interesse per le “cose” del mondo, nel senso più ampio che possiamo dare a questo nome. Testa svagata e sempre sulle nuvole? Affatto. Sottsass è stato anche un buon manager: nel ’57 a Poltronanuova, dove elabora i Superbox, armadi avveniristici rivestiti in laminato a righe; e poi nella trentennale collaborazione con Olivetti, dove concepisce la famosa macchina da scrivere Valentine con la quale, nel 1970, vince il Compasso d’Oro, massimo riconoscimento nel design, e si dedica alla progettazione di mobili e attrezzature per uffici più funzionali, moderni, “umani”. Negli anni ‘80 fonda la sua Ettore Sottsass Associati e poi il gruppo Memphis, e questo solo per dire della sua capacità di mettere a frutto i suoi talenti creativi mentre, da artista, parte dall’Arte Concreta, approda allo Spazialismo e infine studia l’artigianato raffinato dei maestri di Murano (ne usciranno opere in vetro per Artemide). Da designer si concentra sui mobili e l’arredamento – “radicale” il suo stile: etica ed estetica insieme – perché Sottsass non è insensibile alla critica sociale degli anni ‘60, anzi fa di tutto per dare il suo contributo grazie a un design funzionale ma giocoso, utile ma pur sempre pop. La sua utopia non lascia indifferenti e un museo come il MoMa di New York, nel pieno degli anni ‘70, celebra i suoi lavori.

«Credo che il problema non sia quello di avvicinarsi al buon design ma di fare design», diceva «di avvicinarsi il più possibile a uno stato antropologico delle cose, il quale, a sua volta, deve essere il più vicino possibile al bisogno che la società ha di un’immagine di se stessa». Sempre avanti, Sottsass. Dopo aver incontrato con l’allora moglie Nanda Pivano (che lo aveva preferito a Cesare Pavese, ma questa è tutta un’altra storia da raccontare) i “beat” Lawrence Ferlinghetti e Allen Ginsberg oltre a Bob Dylan – alla cui Stuck inside of Mobile with the Memphis Blues again s’ispira per il suo nuovo sodalizio creativo che chiama infatti Memphis –, con Andrea Branzi, Michele de Lucchi, Hans Hollein, Arata Isozaky cambia il senso dell’arredamento contemporaneo con mobili dalle forme monumentali, sorprendenti, quasi emotive. Dalla seggiolina da pranzo alla già citata Carlton, dalla Beverly alla Cabinet, tutte le creazioni di Sottsass mescolano solidità e piacevolezza, studio e divertimento. Quando l’architettura insegue la monumentalità e l’opulenza, lui progetta abitazioni come Casa Wolf o Casa degli Uccelli, dove il genius loci, lo spirito del luogo, il legame tra l’uomo e la natura, sono al primo posto. Innovativo e radicale. Difficile, oggi, trovare eredi all’altezza. Forse è ancora troppo presto, forse la lezione di questo grande maestro del Novecento, dal nome asburgico e dal sentire mediterraneo, deve essere ancora ben digerita e messa in pratica: il “Pianeta” che ci lascia, un universo di appunti, fotografie, idee, spunti di riflessione, è una mappa indispensabile per orientare designer e architetti a progettare una contemporaneità sostenibile.


Articolo pubblicato su Business People, ottobre 2017

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