Dolcissime tentazioni

In attesa della primavera, marzo ci regala ancora un clima frizzante. Quale momento migliore per godersi il ricco patrimonio di passiti, muffati e aromatizzati offerti dal Belpaese?

La storia, il clima e le tradizioni italiane hanno dato vita a un’abbondanza di vini dolci, passiti, muffati e aromatizzati con cui nessun altro Paese riesce a competere. Partiamo dal Nord, dove la tipologia più rappresentata è il passito, in grado di sublimare le note profumate delle grandissime uve autoctone come, ad esempio, il celeberrimo Gewürztraminer, che in questa versione rapisce i sensi di chiunque. Esiste addirittura un concorso apposito (Dolcissimo, dedicato ai vini dell’Alto Adige); quest’anno, 30 sfidanti sono stati sottoposti al vaglio di una commissione di assaggio di 20 esperti. Medaglia d’oro meritatissima alla Cantina Andriano per il suo Juvelo 2011, seguita da Cantina Cornaiano e dal suo Pasithea Oro 2011, mentre al terzo posto si è classificata la Cantina Tramin con il Terminum 2011. Sono vini intensi ma croccanti, con note di albicocca e resina, acacia e fior d’arancio, rosa thea e curry, che non risultano pesanti, ma anzi hanno un sorso stimolante e fresco, capace di far la loro figura su tanti tipi di pasticceria italiana. Provateli, per dirne una, su una pastiera napoletana.

Una zona storica, ma meno conosciuta e alla moda per i vini dolci, è quella dei Colli Piacentini, dove esiste una Doc apposita. A Vidiano (Pc) i suoli caratterizzati da arenarie grigie e marne siltose grigio scure rendono la zona particolarmente vocata per la produzione di uve bianche e di vini freschi e profumati, che in versione passita raggiungono livelli di piacevolezza notevoli. Qui la Tenuta Villa Tavernago produce il passito bio “Nanin d’Or” da uve malvasia di Candia e sauvignon a dare un vino che sa di frutta candita, caco maturo, resina e zenzero, legno d’acacia, bocca molto dolce ma schietta e beverina, finale di agrumi e confettura di pesche con tocco iodato. In Piemonte, terra dei famosi Moscato d’Asti e Asti Spumante spunta anche un passito rosso, ottenuto da un vitigno di recente riscoperto e valorizzato, ovvero il Ruchè, grazie all’azienda Montalbera che ne ha fatto la propria bandiera. Il loro passito si chiama Laccento, da vigneti a Montalbera Castagnole Monferrato: le uve di Ruchè sono appassite su graticci in una camera termo-condizionata che preserva freschezza dei profumi intensi del vitigno, forse i più penetranti tra i rossi italiani insieme all’Aleatico dell’Elba. Il vino ha colore quasi granato con naso che spinge su marasca, visciola e marron glacè, bocca felpata con pepe e frutta secca, datteri nocciole e canditi, molto meno dolce di quanto si pensi, da esaltare su formaggi ben stagionati.

In Lombardia i vini dolci, esclusi quelli della Valtellina, non hanno una grande tradizione ed è per questo un piacere trovare in Franciacorta il Sulif de Il Mosnel, apprezzatissima azienda di spumanti, che sa sfruttare umidità e suggestioni dei vigneti sulle coste del fiume Sebino per produrre questo passito di Chardonnay dalle note di miele ed albicocche secche, ravvivato da note sapide e gessose a dare nel palato una morbidezza mai eccessiva o stucchevole.

Nel Veneto la tradizione di vini dolci è particolarmente ricca con i suoi Recioto. Oltre a quello rosso della Valpolicella, in questo momento il più famoso, va ricordato lo storico Recioto di Soave, che vede tra i suoi migliori interpreti l’Acinatum di Suavia, intenso, ricco, con rimandi di zenzero, agrumi canditi e pesca gialla fresca, che trova il suo meglio se abbinato con la pasticceria locale, ad esempio l’Ofella di Perbellini.

Nel Nord-Est dei grandi bianchi impossibile non citare il Collio e il suo maestoso Picolit, celebre ma quasi dimenticato oggi. Eppure ha fatto la storia del-a nostra enologia. Se riuscite a trovarne una bottiglia, provate il ricco e appassionante Cumins di Livon, oppure il piccolo e incredibile Mufis dal Sièt di Marco Sara, un’esplosione di datteri, mango e papaya, con caramello e arancio candito, bocca piccante, equilibrata saporosa e tridimensionale, una sublimazione di frutta e un’esperienza umana incredibile.

In Toscana la scena dei vini dolci (ma non troppo) è ovviamente dominata dal Vin Santo, che in realtà non è propriamente un passito classico, in quanto dopo l’appassimento non viene vinificato in maniera tradizionale con pressa e vasche, ma lasciato per anni dentro le piccole botti denominate “caratello”, dove subisce vari processi di ossidazione, riscaldamento e diverse fermentazioni. Tra i più particolari, quelli della tipologia Occhio di Pernice (ovvero con un 50% minimo di uve Sangiovese, oltre alle classiche Malvasia e Trebbiano), resa famosa da Avignonesi, che ne produce una versione sontuosa e rarissima, sulla quale sempre più produttori del Chianti Classico stanno ricominciando a puntare. Tra gli esempi più fulgidi e appassionanti, quello di Badia a Coltibuono con note di caramello, sandalo, mallo di noce e castagne su un tappeto di frutta di bosco e pasticceria, davvero incantevole e con una bevibilità impressionante dovuta all’apporto dei tannini del Sangiovese. La tradizione storica dei “cannellino”, famosi ai tempi dei romani, è ben viva in Umbria, a Orvieto e dintorni, dove Antinori e il suo Castello della Sala hanno dato vita al sontuoso ed elegante Muffato della Sala, che unisce Sauvignon, Grechetto, Gewürztraminer e Riesling per offrire un piccolo prodigio di note floreali e fruttato, dove spiccano camomilla, rosa e uva spina. Tra le annate migliori il 2008, attualmente in commercio.

Varcando il Tirreno si approda in Sardegna, dove la tradizione di vini dolci è ricchissima e peculiare. Non solo la Malvasia di Bosa, protagonista del film Mondovino come emblema di vini antiglobalizzazione, irripetibile e unica, ma anche tante versioni passite di vitigni locali capaci di imprigionare nel calice note di mare, frutti gialli, agrumi e floreali mediterranee e carnose, il tutto in vini che di dolce hanno solo le suggestioni, risultando quasi secchi e per questo più bevibili di altri. Per esempio Angialis di Argiolas, che nasce da uve Nasco e Malvasia portate a stramaturazione, ideale sui dolci tradizionali sardi a base di mandorle, ma anche sul pecorino con buona stagionatura oppure sul fiore sardo. Sempre da Argiolas vale la pena provare anche il più raro Kent’Annos, una vendemmia tardiva da Cannonau e Malvasia nera, un omaggio in vino ad Antonio Argiolas, fondatore dell’azienda, vissuto (bevendo bene) fino a 102 anni.

Scendendo a Sud passiamo poi in Puglia e ci affacciamo da Tormaresca, la splendida tenuta che produce lo storico vino dolce pugliese Moscato di Trani a partire dal vigneto di Moscato della Tenuta Bocca di Lupo. I profumi sono tipicamente pugliesi e mediterranei con ginestra e tarassaco, le confetture di frutta e i canditi, mandorla tostata, pesca, miele, albicocca e fichi secchi.

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