Barbara Alberti sul ’68: “Noi, gli ultimi giovani con il lusso di sognare”

Nata nel 1943 a Umbertide (Pg), in Umbria, Barbara Alberti si è laureata in Filosofia a Roma, dove vive ancora oggi. Scrittrice e sceneggiatrice, autrice di romanzi, saggi e biografie fantastiche quali Vangelo secondo Maria  o Riprendetevi la faccia  (Mondadori), ha vissuto il ’68 nell’età d’oro tra i 20 e i 30 anni, quella dell’ingresso nell’età adulta e del mondo del lavoro, quella delle grandi passioni, degli ideali e, spesso, delle prime vere delusioni.

Un confronto tra la generazione di allora e quella attuale: chi ne esce vincente?
Noi siamo stati gli ultimi che hanno avuto il diritto di essere giovani. E di poterci permettere il sogno. Eravamo Dreamers , come nel film di Bernardo Bertolucci. La festa dell’utopia e del libero arbitrio. Volevamo rovesciare il mondo, eravamo convinti che il futuro dipendesse da noi, da ogni nostra azione. La conquista delle parolacce! Era per nobilitare il linguaggio, per dare una dignità alle parole, perché “culo” e “luna” avessero la stessa valenza poetica. Ogni volta che ne pronunciavamo una ci sembrava di allargare la percezione, buttando giù le menzogne di un’educazione bigotta. Adesso, quando sento i ragazzini che conoscono 20 parole di cui 12 parolacce, mi viene voglia di tornare a una compostezza vittoriana. E poi il sesso: era anche quello un traguardo, un percorso di iniziazione, mentre oggi è un prodotto, e un obbligo sociale, un obbligo del consumo. 

Le condizioni economiche e culturali erano molto differenti...
C’era lavoro e la vita costava poco. Con 100 mila lire al mese potevamo permetterci un’auto usata, un affitto nel centro di Roma, i libri, il cinema, e i viaggi per il mondo – l’Europa, le Americhe, l’India – con uno zainetto sulle spalle. Non c’erano i gadget. Ci vestivamo ai mercatini e andavamo in giro “in maschera”, giacche militari e sottovesti di raso. I vestiti firmati ci avrebbero fatto schifo: la firma eravamo noi, la nostra invenzione. I maschi erano bellissimi, a torso nudo, coi capelli lunghi, truccati… Eravamo moderni e antichi, in qualche modo “risorgimentali”, pronti a imbarcarci con Garibaldi per la spedizione dei Mille. Eravamo tutti piccoli demiurghi del nostro destino. Leggevamo Sartre, de Beauvoir, Borges, Marquez, ma ci appassionavano anche le gesta dei cavalieri della Tavola Rotonda. Mi fanno terrore i social network, non sono pronta per una ipercomunicazione che è controllo reciproco. Adesso viene allevata con cura una generazione di disadattati che a cinque anni si sentono dire: «Non c’è posto per te».

Hippies in Park '1968

Anche il modo di vestire faceva parte del rifiuto delle regole della moda, figlie di una società considerata bigotta e borghese (© Getty Images)

Quali promesse sono state tradite?
Eravamo in rivolta proprio perché vedevamo che il mondo stava precipitando verso l’abisso. E si è avverato tutto ciò che temevamo. Inquinamento, stragi, ingiustizia sociale… Come in una canzone della guerra civile spagnola: ganaron los capitales/ la guerra contra los hombres . Ha vinto il capitale, la materia è più importante dell’uomo. Stiamo morendo soffocati dalla plastica, da qualcosa che non ci dà neppure gioia.

Com’è cambiata la figura femminile?
La trasformazione delle donne, dalla mia gioventù ai nostri giorni, è straordinaria. Le donne hanno portato una ventata di freschezza e rinnovata energia nei contesti professionali. Sono nuove, non hanno mai esercitato il potere in precedenza. Questo dà loro possibilità mentali infinitamente superiori ai maschi. Quando lavorano insieme, le une hanno a cuore il progetto, ci tengono al risultato. Gli altri sono capaci di buttare all'aria un'impresa pur di affermare il proprio ego. La vera conquista, però, è come sono le donne oggi. È il coraggio spirituale che hanno acquisito.

Alcune differenze cruciali rispetto a 50 anni fa?
Ai miei tempi eravamo delle liberte, delle schiave liberate. Le figlie e le nipoti del '68, invece, sono nate libere. Noi dipendevamo dal padre o dal marito per andare al cinema. Ora le giovani non aspettano più il principe che le salvi, ma sono diventate Principesse azzurre  di loro stesse, per citare l'omonimo libro di Delia Vaccarello. Un altro piccolo esempio, ma per me enorme: nello spettacolo, adesso le comiche hanno il diritto di essere belle: Sabina Guzzanti, Paola Cortellesi, Virginia Raffaele… Prima per far ridere una donna doveva essere brutta o vecchia, meglio se tutte e due. In primis, doveva far ridere di sé: l’ideale era Tina Pica. Franca Valeri, che era graziosa, la imbruttivano apposta. L’unica eccezione era Monica Vitti, ma, come musa di Antonioni, era circondata da grande prestigio intellettuale…