La sede della Camera dei Deputati, in una foto di Roncoa

Marzo, andiamo, è tempo di votare. D’Annunzio lo direbbe così. Perché molto probabilmente si terranno a marzo le prossime elezioni politiche. La legislatura è ormai entrata nella sua fase finale ed è già tempo di pensare di pensare al nuovo turno elettorale, anche se da noi c’è sempre un turno elettorale a cui pensare, che si tratti di un referendum costituzionale, di uno sulle autonomie o di elezioni amministrative, il termometro politico viene testato di continuo.

Prossime elezioni politiche: al voto, si ma quando?

La data delle prossime elezioni non è stata ancora annunciata. Se all’inizio diverse indiscrezioni lasciavano pensare che si sarebbe votato in una delle prime due settimane di marzo, le ultime voci che filtrano dai palazzi romani lasciano intendere che sarà il 18 di marzo la data prescelta.

E poi cosa succederà? Spiace dirlo ma c’è il rischio che si ripeta lo stallo del 2013, quando le urne decretarono la “non vittoria del Pd”, per citare le parole dell’allora segretario democratico Pier Luigi Bersani, ma anche la non sconfitta del centrodestra e la sorpresa del Movimento 5 Stelle. Cinque anni e tre governi dopo –  quello del sereno Enrico Letta, del comunicatore Matteo Renzi e del reggente Paolo Gentiloni – la confusione sotto il cielo è ancora grande.

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Il Partito democratico: un leader e molti contendenti

I tre poli di allora sono ancora lì e, per di più, si sono ulteriormente frammentati. Renzi si è imposto come l’uomo forte di un partito democratico che però ha perso parecchi rami. Dolorosa, per esempio, è stata la scissione dell’ala sinistra, riformatasi sotto le insegne di Articolo 1 - Movimento democratico e progressista, guidato da Roberto Speranza, Arturo Scotto, Enrico Rossi e lo stesso Bersani, in cui si sono trasferiti altri esponenti illustri del Pd, come Claudio Fava, Guglielmo Epifani e Massimo D’Alema.

Inoltre, per quanto Renzi sia il leader del Partito democratico, la bocciatura del referendum dello scorso 4 dicembre, sul quale aveva scommesso il suo destino politico, ne ha incrinato l’autorevolezza. Inoltre, ha cominciato a brillare la stella di alcuni suoi ministri, come quello dell’Interno, Marco Minniti, che ha mostrato di avere polso nella gestione della questione sbarchi e migranti, o quello dello Sviluppo economico Carlo Calenda, che si è trovato a gestire partite decisive come quella sul destino di Alitalia, la fusione Fincantieri- Stx o Ilva-ArcelorMittal. Infine, lo stesso Gentiloni, descritto da molti giornali come uno scalda sedia del premier dimissionario, ha conquistato quella parte di opinione pubblica stanca del protagonismo renziano e bisognosa di una figura timida ma pacata e rassicurante.

Prossime elezioni politiche: i 5 Stelle cercano la conferma

L’M5S nel 2013 è stato la sorpresa annunciata ma nel 2018 l’effetto novità si sarà già dissolto. Il Movimento è orfano della sua testa più eminente, Gianroberto Casaleggio, ha ottenuto la ribalta con l’elezione di Virginia Raggi sulla poltrona di sindaco di Roma ma l’enorme esposizione che ne è derivata non ha giovato al non-partito, complice anche un sistema mediatico non particolarmente tenero con i grillini, che ora hanno visto scendere anche un esponente di prima fila come Alessandro Di Battista.

Il centrodestra alla prova delle urne: troppi galli nel pollaio?

Pur con tutte queste incognite, la leadership dei 5 Stelle e del Pd è comunque nelle mani di Luigi Di Maio e di Renzi. Nel centrodestra, questa chiarezza non c’è. Il cartello Forza Italia-Lega-Fratelli d’Italia può sfondare tranquillamente quota 30% ma non è ancora capace di risolvere il problema leadership. Il vecchio leone, Silvio Berlusconi, per quanto fiaccato da lunghe ed estenuanti vicende processuali e un po’ anche dal tempo, è ancora in pista e ha ancora un suo seguito. La Lega in versione partito nazionalista, by Matteo Salvini, ha molte ambizioni, come il suo giovane leder. E poi c’è Giorgia Meloni, con un suo profilo, una sua storia, difficilmente inquadrabile nel ruolo di comparsa.

La vera incognita del prossimo turno: il sistema elettorale

L’incognita più grande, però, riguarda il sistema elettorale con cui si andrà a votare. Sgozzato il percellum, il nefasto sistema che aveva un solo obiettivo, ottimamente raggiunto, e cioè quello di generare instabilità  ingovernabilità, il Paese ha fatto la conoscenza prima dell’Italicum e ora del Rosatellum, un sistema bizantino i cui effetti sono ancora tutti da vedere e da testare.

La nuova legge elettorale, approvata definitivamente pochi giorni fa, prevede un 37% di seggi (232 alla Camera e 116 al Senato) assegnati con sistema maggioritario a turno unico con collegi uninominali; c’è poi un 67% di seggi assegnati con criterio proporzionale a coalizioni e liste che abbiano superato la soglia di sbarramento, anzi, le soglie di sbarramento. Un 2% dei seggi è destinato ai rappresentanti degli italiani all’estero. Insomma, per capire cosa accadrà dopo il voto, servirebbero doti divinatorie e poteri sciamanici.