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Tutti a casa. Per sventare la chiusura del Teatro dell’Opera di Roma, il cda ha approvato la procedura di licenziamento collettivo per orchestra e coro, a favore dell’esternalizzazione delle risorse. Una decisione senza precedenti, comunicata dallo stesso sindaco di Roma Ignazio Marino: «In una decisione così drammatica questo procedimento coinvolgerà 182 unità di personale su 460, non riguarda gli altri 278», ha spiegato. «Alla vigilia di Natale del 2013 è stato deliberato l'inizio del risanamento da quel disavanzo disastroso che avevamo trovato al momento del mio insediamento. Poi purtroppo una serie di situazioni hanno determinato una perdita di biglietteria, una fuga degli sponsor che vogliamo invece attrarre. Il doloroso e recente messaggio del maestro Muti ha determinato una frenata degli abbonamenti e una fuga degli sponsor. Ci troviamo con un risanamento avviato ma con differenza di entrate di 4,2 milioni di euro per l'anno prossimo».

IL COSTO DI CORO E ORCHESTRA. La decisione presa dal Cda non avrà però un effetto immediato: per almeno altre tre mesi, i dipendenti percepiranno il proprio stipendio visto che la procedura di licenziamento collettivo prevede prima 45 giorni per le trattative sindacali e altri 30 giorni per la trattativa nei tavoli istituzionali. Solo a questo punto, ossia verso gennaio 2015, si procederà al licenziamento. Il risparmio stimato è di 3,4 milioni. «Una scelta molto dura e sofferta. Pensiamo che questa strada possa sventare le decisione di una chiusura», commenta il sovrintendente del teatro dell’Opera di Roma, Carlo Fuortes. «È un disegno innovativo in Italia ma in Europa molto utilizzato. Non c’era altra soluzione. Coro ed orchestra costano 12 milioni e mezzo l'anno: abbiamo ragionato in termini di funzionalità e di effetto economico, è una decisione indipendente dalle sigle sindacali e non c'è alcuna intenzione ritorsiva, è quasi offensivo pensarlo».

«SITUAZIONE INSOSTENIBILE». Gli fa eco Dario Franceschini, ministro per i Beni e le Attività culturali: «È un passaggio doloroso ma necessario per salvare l’Opera di Roma e ripartire. Del resto non dimentichiamo che la situazione era diventata talmente insostenibile da costringere pochi giorni fa il Maestro Muti ad andarsene platealmente. Non dappertutto è successo questo e, anzi, con le stesse identiche regole altre Fondazioni Lirico Sinfoniche, come Scala e Santa Cecilia, all’opposto dell’Opera di Roma, hanno avuto buoni bilanci e ottime relazioni con i musicisti, crescendo di qualità sino a raggiungere i criteri per l’autonomia del decreto che ho firmato proprio ieri». Di tutt’altro avviso sono, ovviamente, i lavoratori e i sindacalisti, pronti ad appellarsi all’art 18. «Siamo pronti a intraprendere tutte le iniziative, possibilmente unitarie con gli altri sindacati, per respingere questa decisione scellerata», afferma il segretario generale della Slc-Cgil di Roma e Lazio, Alberto Manzini.