Le homepage di alcune delle case d’aste italiane più importanti e in crescita: la milanese Il Ponte, la fiorentina Pandolfini e la genovese Wannenes

Pacato ma vitale. Il mercato dell’arte in Italia non è fatto di grandi numeri, non sigla quotazioni da capogiro e lotti milionari, eppur si muove. E bene. Dopo un 2015 positivo, specie per le aste di arte moderna e contemporanea, anche i risultati del primo semestre di quest’anno confermano il trend di crescita: il fatturato delle principali case d’asta nostrane fa registrare, nel suo complesso, un +16.6% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.
Unica eccezione: le due “super star” dell’arte che giocano nel nostro campionato, Christie’s e Sotheby’s. Entrambe con quartier generale a Milano, hanno avuto una contrazione nelle vendite nel nostro Paese, ma il loro calo è dovuto a cataloghi più contenuti rispetto all’anno precedente. La colpa è dello scenario politico globale che regola anche i complessi meccanismi degli investimenti nel mondo del collezionismo di alta gamma, quale è quello delle due celeberrime case d’aste: il mercato regge, ma di certo è in una fase non espansiva (fisiologico, dopo il boom degli ultimi anni). Il risultato è un numero sempre crescente di collezionisti – complice l’ascesa della classe media in Asia ed Estremo Oriente – e acquisti più selezionati.
Chi si affaccia sul mondo dell’arte predilige così il contemporaneo e talenti emergenti con quotazioni non troppo alte. Inoltre, la tensione sui mercati e la Brexit di giugno hanno fatto correre più di un brivido lungo la schiena degli addetti ai lavori, ma il crollo globale non c’è stato, solo una lieve flessione.

Il nostro Paese muove solo l’1% del mercato globale dell’arte, eppure esce bene da questo primo semestre. Lo conferma a Business People Nicola Maggi, giornalista, esperto di mercato dell’arte e fondatore della piattaforma collezionedaTiffany.com : «Nel primo semestre dell’anno le 17 case d’asta italiane (escluse quindi Sotheby’s e Christie’s) hanno battuto 90 vendite di arte moderna e contemporanea con un aggiudicato complessivo, diritti inclusi, di 38.272.820 euro facendo registrare un +16.6% sullo stesso periodo del 2015. In aumento anche il tasso di venduto, passato dal 71% dello scorso anno al 74% dei primi sei mesi del 2016. Dati positivi che confermano il trend di crescita anche in un momento in cui lo scenario globale sembra aver archiviato, almeno per un po’, la continua espansione fatta registrare negli ultimi anni».

Gli italiani più venduti nel 2016 

Con 19 opere battute all’asta da gennaio a giugno 2016 e un fatturato di circa 83.4 milioni di dollari, AmedeoModigliani è stato la star italiana del mercato internazionale, posizionandosi al quinto posto della Top 50 (la classifica di ArtPrice che calcola il valore degli artisti). Gli altri italiani? Al 34esimo il seicentesco Orazio Gentileschi (fatturato di 31,3 milioni), poi LucioFontana (28.7 milioni di fatturato, 35esima posizione) e AlbertoBurri (39esimo, 25 milioni di fatturato).

Alcune maison, in particolare, hanno registrato una netta crescita. La genovese Wannenes, per esempio: il suo primo semestre 2016 è stato il migliore nella sua storia lunga quindici anni (+102,2% sul 2015). Anche la milanese Il Ponte ha visto un incremento del fatturato del 21,7% rispetto allo stesso semestre 2015, con una crescita dei dipartimenti di arte contemporanea e di quello dei gioielli. Ha fatto meglio del 2015 anche la fiorentina Pandolfini che ha battuto 13 aste totalizzando oltre 12,1 milioni. «Questi risultati sono stati possibili grazie a una modernizzazione e internazionalizzazione delle maison», spiega Maggi. «Basta dare un’occhiata ai cataloghi: selezione delle opere e packaging curato sono stati il primo passo per crescere, oltre a un uso sempre più efficace dei canali online, diventati indispensabili per competere su scala mondiale. Una prova? Non sono poche le opere bandite in Italia che prendono la via dell’estero: circa il 50% del totale».
Anche la scelta degli artisti da battere in asta fa la differenza: «Il mercato premia un buon lavoro di ricerca e di riscoperta: Il Ponte è capace di costruire a tavolino aste intelligenti attorno a segmenti trascurati dal cosiddetto “grande mercato”, mentre altre case d’aste si sono ritagliate nicchie particolari, come fa Wannanes con le opere di Carol Rama o Minerva di Roma con i lavori di Maria Lai. Sono operazioni che attraggono l’interesse e la curiosità dei collezionisti».

Il collezionismo nostrano, fatto di imprenditori 40/50enni dal discreto portafoglio (in media 15/20 mila euro l’anno di investimenti nel settore), vuole andare a “colpo sicuro”: apprezza gli artisti storicizzati, l’arte astratta contemporanea, la Pop Art italiana. Funzionano per investimenti non ingenti anche firme come Tano Festa, Mimmo Rotella, Fausto Melotti, Gianfranco Baruchello. Previsioni per l’autunno, stagione tradizionalmente feconda per gli investimenti sul mercato? «Si procederà su buona questa direzione», conclude Nicola Maggi, «ma a un patto: la stabilità politica, condizione necessaria per un mercato come quello del nostro collezionismo, fondato sull’economia reale e non sulla speculazione».