Fondazione Prada, nella torre delle meraviglie

Il museo d’arte contemporanea che Milano non ha mai (o non ha ancora) avuto si trova in Largo Isarco, nel quartiere che ospi­ta il vecchio scalo di Porta Romana, una zona compresa tra Cor­vetto e Ripamonti in agile trasformazione. Il merito è senza dubbio della Fondazione Prada, che vi si è insediata da alcu­ni anni e che adesso completa il museo con una abbagliante torre progettata dall’artistar Rem Koolhass, realizzata per acco­gliere gran parte della collezione privata di arte contempora­nea di Miuccia Prada che – per numeri e qualità – è decisamen­te museale.

L’edificio, 19 mila metri quadrati usati per spazi espositivi, un ci­nema, un teatro, l’archivio Prada, gli uffici amministrativi, è ce­lebre anche per la sua colorazione a foglia d’oro e per il rigore della struttura, costruita su un’alternanza felice di spazi pieni e vuoti, con la chicca del retrò Bar Luce progettato dal visionario regista statunitense Wes Anderson, tra le mete gettonate de­gli aperitivi milanesi. Ora al complesso si è aggiunta la candi­da torre, 60 metri di altezza, aperta a tutti e di per sé un’espe­rienza intrigante per chi ama l’architettura e il design. Tanto per cominciare, la pianta dell’edificio non è di quelle canoniche: si sviluppa per la prima metà dei livelli su una base trapezoidale e poi, con abile mossa ad affetto, diventa rettangolare. Anche l’altezza interna dei soffitti varia: si comincia con i due metri mezzo del livello più basso per arrivare ai vorticosi otto me­tri dell’ultimo piano. Lo stile è sempre quello, pulito e minimal, cui Koolhaas + Prada ci hanno abituato in questi anni: la stessa struttura in cemento e vetro, fin dal progetto iniziale, dichiara di ispirarsi alla celebre galleria White Cube di Londra. Tuttavia, la Fondazione Prada ha l’ardire di stupire, dentro le maglie del rigore. Sono, infatti, spiazzanti gli interni dell’edificio destinati ad ospitare progetti, opere e installazioni.

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«Fin dall’inizio avevamo l’intenzione di combinare spazi nuo­vi e vecchi e questa torre è la conclusione di questa sequen­za», ha spiegato l’architetto Rem Koolhaas, «la scelta di variare l’altezza dei piani risponde all’esigenza di creare un’atmosfe­ra più intima per alcune opere ed un’altra di grandiosità per al­tre». È lo stesso architetto a spiegare nel dettaglio il progetto, su cui ha lavorato a lungo: «La base rettangolare della Torre si sviluppa su una superficie trapezoidale, nell’estremità Nord- Ovest della fondazione. L’edificio è costituito da un’alternanza di volumi trapezoidali e rettangolari che si affacciano sullo spa­zio urbano di Milano. Sul lato Sud una struttura diagonale che si innalza dai vasti ambienti del Deposito contribuisce a man­tenere la Torre in posizione verticale. Al fine di estendere le ti­pologie spaziali incluse nel progetto architettonico della fon­dazione, è stata concepita una serie di variazioni sistematiche: ogni piano è più alto di quello inferiore, piante rettangolari si intervallano ad altre trapezoidali, l’orientamento degli ambien­ti si configura alternativamente come una vista panoramica sul­la città verso Nord, oppure in prospettive più mirate in direzio­ni opposte, sul lato Est o Ovest».

Affascinante, innovativo, da far quasi perdere l’equilibrio per la complessità dei punti di vista presi in considerazione. «L’in­sieme di queste diversità produce un’estrema varietà spaziale all’interno di un volume semplice, in modo che l’interazione tra gli ambienti e i singoli progetti o opere d’arte offra un’infini­ta serie di possibili configurazioni», ha spiegato Rem Koolhaas.

La Torre è il “contenitore-magico” perfetto per la quantità e la qualità di opere di arte contemporanea che vi sono esposte. Alle parole dell’archistar fanno infatti eco quelle del critico Ger­mano Celant, che della Fondazione Prada è curatore della mo­stra permanente: «Le opere sono state scelte per essere messe in un forte rapporto con lo spazio, creano un’osmosi tra opera e architettura, secondo la logica di un grande museo». E proprio l’arte regna sovrana in questo primo allestimento della torre di Koolhaas che inaugura il progetto Atlas , nato da un dialogo tra Miuccia Prada e il critico Germano Celant. All’interno dei sei livelli espositivi, si possono infatti ammirare assoli e confron­ti, creati per assonanza o per contrasto, di pezzi pregiati della collezione Prada. Parliamo di una raccolta “global” e museale al tempo stesso, che gareggia con le migliori collezioni al mondo di arte contemporanea per il livello dei lavori, le quotazioni del­le opere e la qualità (sia nei pezzi storici che in quelli di ricerca) degli artisti presenti. Solo per citarne alcuni: Carla Accardi, Ko­ons, Pino Pascali, Damien Hirst, John Baldessari e Carsten Höl­ler. Elenco notevole, vero?

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L’insieme dei lavori esposti, realizzati tra il 1960 e il 2016, rappre­senta una possibile mappatura delle idee e delle visioni che hanno guidato la formazione della collezione Prada e le impor­tanti collaborazioni con alcuni artisti, che hanno contribuito fat­tivamente allo sviluppo delle attività della Fondazione, ben pri­ma che questa avesse la sede fisica che oggi tutti conoscono e apprezzano. Dall’apertura dello spazio in viale Isarco, avvenu­ta nel 2015, la collezione è stata via via presentata attraverso mo­stre tematiche e collettive oppure antologiche o grazie a proget­ti curatoriali firmati dagli artisti stessi: la Torre ora rappresenta lo spazio ideale per esporre alcuni dei pezzi principali in modo permanente. Un primo assaggio si può assaporare già dallo scorso settembre, al sesto piano, occupato dal ristorante Torre, che acco­glie arredi originali del celebre albergo Four Seasons Restaurant di New York progettato da Philip Johnson nel 1958. Fin da subi­to meta prediletta dei gourmand con stile che gravitano attorno a Milano, il locale non si distingue solo per la classe della propo­sta culinaria e per l’ambiente sofisticato. Ospita infatti elementi e opere di artisti internazionali, da Lucio Fontana a Carsten Höl­ler: in particolare, la splendida installazione The Double Club   (2008-2009) di Höller, due ceramiche policrome (Cappa per ca­minetto   e Pilastro ) della fine degli anni ‘40 realizzate da Lucio Fontana, dirimpetto a un suo mosaico a pasta di vetro e cemento dal titolo Testa di Medusa . E poi ancora, una deliziosa selezione di quadri di artisti tra i più quotati del momento, come Jeff Ko­ons, Goshka Macuga, John Wesley, William N. Copley.

Sbagliato però pensare che l’ambiente resti freddo e asettico come spesso accade per i ristoranti dei musei di arte contem­poranea: ispirandosi (con ironia) alla tradizione dei locali ita­liani che amano esporre in foto le proprie pietanze migliori, le pareti del locale presentano veri e propri “piatti d’artista” rea­lizzati ad hoc da John Baldessarri, Thomad Demand, Nathalie Djurberg & Hans Berg e poi ancora Joep Van Lieshout e il “no­stro” Francesco Vezzoli (che proprio la scorsa estate curò negli spazi della Fondazione TV70   una grande e appassionata mostra dedicata all’archivio storico della Rai, con grande apprezzamen­to di pubblico e critica).

Poteva Koolhaas costruire la torre più artsy di Milano senza im­maginarvi un’adeguata terrazza? Ovviamente no, ed ecco infat­ti che anche il tetto del nuovo edificio si trasforma in affascinan­te spazio espositivo, con un altro bar. La chicca: la decorazione optical in bianco e nero del pavimento che, abbinata al rivesti­mento del parapetto in specchi, crea un effetto di riflessione particolare. Con vista a 360 gradi sulla città di Milano – letteral­mente – spettacolare.

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