Mancano pochi giorni all’apertura della 51esima edizione del Salone internazionale del mobile di Milano (al via il 17 aprile), e i grandi brand del design e dell’arredo italiano sono tutti presi dagli ultimi preparativi per la più importante fiera di settore a livello mondiale. La vera novità del 2012? Stando a quello che dicono gli addetti ai lavori non è qualcosa che riguarda le nuove linee su cui saranno puntati i riflettori dei padiglioni. Certo, le aziende aspettano con ansia di poter esporre le collezioni fresche di laboratorio, le forme e i materiali intagliati dalla creatività di designer e architetti. Ma quest’anno serve qualcosa di più. Quest’anno servono le idee, le personalità, le tradizioni e le storie. Serve, per dirla con una parola sola, mentedopera. Il presidente di FederlegnoArredo (l’associazione di categoria a cui fa capo Cosmit, la società che ogni anno dà vita al Salone), Roberto Snaidero, l’ha detto chiaramente lo scorso 9 febbraio, in occasione della conferenza stampa di presentazione dell’evento: quella che verrà raccontata al pubblico del Salone sarà innanzitutto una storia di persone. «Il prodotto oggi non è più sufficiente, il mercato si conquista solo se si ha un’identità, una passione, dei valori, e se si è capaci di trasmetterli. E le persone, ancor più che i prodotti, sono in grado di farlo», conferma Alberto Conficconi, amministratore delegato di Cierre, che da 40 anni produce imbottito alto di gamma a Forlì. «Ecco perché per comunicare la storia dell’azienda è diventato necessario attivare processi interni, per formare il personale in maniera adeguata. E non parlo solo della forza vendita, ma anche e soprattutto di chi si occupa della realizzazione del prodotto finale. Al mobile italiano, in quest’epoca non semplice, più che manodopera serve mentedopera». Anche per Eugenio Perazza, presidente di Magis, storico brand di Torre di Mosto (Ve) specializzato in sedute di design, l’elemento software sembra aver preso il sopravvento su quello hardware, tanto è vero che l’obiettivo dichiarato di Magis per il biennio 2012-2013 è quello di «ridurre il numero dei nuovi progetti per concentrarci su pochi prodotti che sappiano dire qualcosa di veramente nuovo e forte. Non si può più lavorare come prima», ribadisce Perazza. «I margini sono ridotti, non riescono più ad assorbire eventuali errori. Oggi quando vedo un prototipo mi pongo innanzitutto la domanda: cosa c’è di nuovo e di originale in questo progetto? E solo se trovo una risposta a questa domanda, il progetto passa alla fase di realizzazione». Già, ma cos’è il nuovo? «Meglio fare un esempio», risponde il numero uno di Magis. «Quando Starck si è rivolto a noi per avviare una collaborazione, io gli ho chiesto di lasciami del tempo per pensare. Non potevo ingaggiare un designer del calibro di Starck per farmi fare l’ennesima sedia in plastica! Così abbiamo cominciato a lavorare sui materiali, con progetti eco-friendly, sfruttando una plastica che è figlia del mais, e non del petrolio. Il nuovo è anche nella ricerca dei materiali», dice Perazza. «Per me design è un concetto diverso da esercizio di stile: per me design significa buona idea. In un mercato che cala in termini quantitativi, sarà la qualità a crescere».

 

L’obiettivo di Valerio Mazzei, che guida la pisana Edra è quello di dare vita a novità capaci di non invecchiare nel tempo. «Quest’anno l’azienda compie 25 anni, e l’anniversario guida tutte le attività che faremo sia al Salone del mobile, sia nello showroom di Milano in Brera. Mentre per quanto riguarda lo showroom di Perignano, abbiamo dato vita alla mostra Le poltrone di Edra , una collezione che prodotti molto eterogenei tra di loro, alcuni nati 20 anni fa, e ancora molto contemporanei. Sicuramente quella in cui ci troviamo è una situazione che impone di aguzzare ancora di più l’ingegno. La nostra azienda è in crescita, spero che prosegua così. Dal canto nostro noi continueremo a puntare su un’offerta di alta qualità – non mi piace il termine lusso – e i prodotti che presenteremo saranno tutti caratterizzati da una grande attenzione alla qualità. Intendo soprattutto sul piano progettuale».

Non è molto dissimile l’idea di Vittorio Livi di Fiam, che nel panorama del mobile italiano rappresenta una nicchia ancora più esclusiva. Fiam infatti realizza mobili in cristallo a Tavullia (Pu), e ha da poco rimodulato il proprio posizionamento. «In vista del Salone del mobile stiamo dando risalto a tipologie di prodotto che aggiorneranno il nostro catalogo. Siamo stati i primi a fare i mobili in cristallo e a unire il design alla lavorazione del vetro», dice Livi. «Adesso puntiamo a un concetto più vasto, riassunto nel pay off “La cultura del vetro”. E non si tratta di una differenza sottile, ma di una vera nuova strategia per ampliare le nostre possibilità. Grazie alle ultime tecnologie e alla collaborazione con gente del calibro di Magistretti, Boeri, Ron Arad e Starck, il cambiamento di mission ha rivoluzionato la nostra offerta rendendola più interessante sia in termini di qualità che di quantità che di tipologia», assicura Livi. «Lo stile è ancora più internazionale, e il target, che è sempre stato medio-alto, è ulteriormente cresciuto di livello. Pur non trascurando la fascia media, ora abbiamo deciso di promuovere una linea più esclusiva. Siamo convinti che i nuovi ricchi negli 80 Paesi in cui siamo presenti vorranno sempre più cultura del design e meno ostentazione, trasformandosi soprattutto nei mercati emergenti in un pubblico di buon gusto».

 

Diverse le esigenze di Nicola Palasciano, titolare della Nicoline, uno dei pochi esempi di alto di gamma nel panorama del triangolo del salotto di Altamura, in Puglia. «Qui ci sono soprattutto aziende che lavorano sul prezzo. La Nicoline fa un prodotto diverso, tanto è vero che ho inoltrato una richiesta al Cosmit per spostare il nostro stand al Salone del mobile in un padiglione più consono alla mia offerta», dice Palasciano. «L’anno scorso per esempio avevo grosse novità, e temo di non essere riuscito a raggiungere tutto il pubblico che desideravo. Quest’anno non ho la possibilità di cambiare prodotto, ma spero comunque di fare della buona comunicazione. Voglio dimostrare che la Brianza – tanto di cappello – non è solo a Milano. Il nostro è un prodotto ben rifinito, interamente realizzato ad Altamura e senza l’ausilio di terzisti. È inevitabile: il vero made in Italy comporta che il costo lieviti un po’, e per la Nicoline, che fa il 70% del fatturato in Italia, questo non sempre è un vantaggio. Il mio obiettivo adesso è quello di valorizzare il brand, renderlo riconoscibile fuori dai mercati in cui lo è già. In Calabria e in Sicilia, per esempio, Nicoline è un brand affermato, nel Nord Italia ci stiamo ancora lavorando. Sto investendo molto in comunicazione e nel conseguimento di certificazioni (come quella che attesta la produzione made in Italy e l’Emas, il certificato ambientale europeo), anche per espandermi nei mercati esteri emergenti. Sono questi i miei obiettivi al momento». Come si diceva all’inizio, però, dietro un obiettivo, dietro un progetto, un’idea, che sia di prodotto o di marketing, devono esserci le persone. La mentedopera, per l’appunto. Per molti, però, non ci sono più giovani disposti a lasciarsi appassionare da un lavoro manuale che richiede anche pensiero e spirito. «È vero, è un mestiere che non viene più preso in considerazione dai giovani», ammette Mazzei. «Il perché è difficile capirlo, in quanto il mobile è colonna portante del made in Italy. Ma non parlo solo della forza lavoro in laboratorio. Se penso al fervore degli anni ‘60, alla sana rivalità che c’era anche tra i giovani architetti che poi sono diventati designer, mi rendo conto che oggi questa competizione si è molto affievolita. Forse perché in Italia anche le nuove leve tendono a pensare a progetti non realmente innovativi, ma studiati a tavolino per il mercato. E questo porta all’omologazione. Il mercato già esiste: se si creano cose simili, possono solo essere in ritardo e peggiori». E cosa ne pensa della manodopera e della mentedopera italiana Vittorio Livi? «Non è una situazione semplice in effetti. Durante l’anno vado spesso a parlare nelle scuole in occasione di seminari dedicati al tema. Cerco di far capire quanto sia importante il nostro mestiere, e che non necessariamente una persona deve pensare che lo studio sia tutto. Si può lavorare col frutto della propria testa e delle proprie mani, creando un prodotto finito su cui si imprime una sigla che è anche la propria firma. I nostri operai si sentono responsabili e orgogliosi perché le loro creazioni arredano le case più belle del mondo». Conficconi di Cierre dice che bisogna far innamorare i giovani di questo mestiere, e che per fortuna FederlegnoArredo si sta muovendo in questa direzione: «Se l’anno scorso la Federazione ha deciso di partecipare al Meeting di Rimini con uno stand», sostiene, «è perché ha voluto raccontare come vivono gli operai nelle nostre fabbriche, la qualità del loro lavoro, e la loro passione. In questo c’è totale intesa tra noi imprese e FederlegnoArredo. Dobbiamo tutti insieme restituire dignità sociale a questo lavoro, far capire che l’operaio non è più da considerarsi il burattino della società. Sia chiaro: non possiamo più permetterci il “think in Italy” e “made altrove”». Ancora una volta è il commento di Palasciano a distinguersi da quello degli altri: «Problemi di manodopera non ne ho, ci sono tanti giovani che fanno la fila per entrare in Nicoline. Ad Altamura abbiamo un mucchio di persone, tenute in cassa integrazione da altre aziende, che non vedono l’ora di rimettersi a lavorare. E tutte professionalmente valide». E allora perché, la domanda sorge spontanea, non si sviluppa anche lì un distretto del mobile florido come quello brianzolo? «Avere una Brianza qui da noi?», domanda ironico Palasciano. «Non so se potrebbe mai succedere… i vantaggi che ci sono al Nord, soprattutto rispetto alla logistica, qui ce li possiamo scordare».