Vino rosso Cesanese: la riscossa del Lazio

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Il vino di qualità italiano pareva si fosse dimenticato del Lazio e della nostra capitale, ora invece con il rosso Cesanese questa regione prova a scrivere il proprio nome tra le denominazioni da seguire nel nostro Paese. Antico vitigno autoctono, oggi è coltivato soprattutto nei comuni di Piglio (l’unica a potersi fregiare della Docg), Acuto, Anagni, Paliano, Serrone, Olevano Romano (con Doc propria), Genazzano, Affile (anche qui ha la Doc), Roiate e Arcinazzo, con un proseguimento proprio verso i famosi Castelli Romani. 

Ne traccia un bel ritratto la guida I Luoghi del Cesanese 2020 , curata da Pasquale Pace e Carlo Zucchetti, che aiuta non poco ad orientarsi nella zona. Il suo epicentro storico come coltivazione forse è proprio Affile, all’estremità orientale dei comuni interessati, e il nome “Cesanese” potrebbe derivare da “Cesae”, che in latino vuol dire “luoghi dagli alberi tagliati”, alberi tagliati in queste zone proprio per far posto ai vigneti donati ai veterani romani dopo il servizio militare. In genere è un vino molto scuro e luminoso, con abbondanza di tannino da domare con uso del legno sapiente e accorto, tecniche che nei primi anni 2000 lo hanno reso spesso troppo alcolico, mentre oggi si è riusciti in molti casi a ottenere esiti più eleganti. I profumi sono di frutta rossa di bosco, soprattutto more selvatiche e mirtilli, con una nota selvatica ferrosa ematica che lo distingue da altri rossi molto concentrati.

Vino-Rosso-Cesanese

Da sinistra verso destra: il Collepazzo di Pietro Riccardi e Lorella Reale, tra i fuoriclasse emergenti; il Gaiano di Le Colline di Affile; il Vajoscuro di Giovanni Terenzi, Docg del Piglio; il Cesanese di Omina romana, prodotto sui colli Albani a Velletri; infine, il Cirsium di Damiano Ciolli, una delle cantine da tenere d’occhio a Olevano Romano

Ad Affile troviamo Federico Alimontani con una cooperativa che oggi conta 60 soci e che dal 2004 produce con buona continuità, come dimostrano il Gaiano e Le Cese dell’azienda chiamata appunto Le Colline di Affile, oltre a Raimondo con i suoi Nemora e il più ricco e complesso Terre Vulpis e Formiconi (che produce anche una bella Malvasia). A Piglio (l’antica Pileum) troviamo la zona Docg con aziende ormai ben consolidate come quella di Giovanni Terenzi, con i suoi vini Velobra e Vajoscuro, e La Visciola che lavora in biodinamica: il suo gioiello è Priore Vigna Mozzatta, un vino profondo e persistente, con un modo tutto Cesanese di riempire la bocca fatto di sottobosco e sensazioni pepate. L’azienda più famosa della zona è forse Coletti Conti, con i famosi Romanico e Hernicus, che ne sfruttano la ricchezza e la predilezione per il legno in maniera notevole. C’è anche un’azienda dall’impronta molto femminile, ovvero Pileum, con il diretto e immediato Bolla di Urbano e il ricco e longevo Pilarocca. Segnaliamo, inoltre, l’Agape di Petrucca e Vela e un’azienda storica come Casale della Ioria.

A Olevano Romano, i due fuoriclasse emergenti sono Damiano Ciolli (Cirsium e Silene edizioni 2017 e 2015 sono due capisaldi del Cesanese moderno) e il regista Piero Riccardi, che con la compagna Lorella Reale, produce in regime biodinamico ottimi Cesanese, compresa una versione rifermentata in bottiglia da provare assolutamente. Infine, fuori zona segnaliamo altre interpretazioni che aiutano a capire il vitigno e la sua sensibilità, per esempio CantinAmena a Lanuvio e Omina romana sui colli Albani a Velletri: il grande progetto della famiglia Boerner ha dedicato attenzione e lustro particolare a quest’uva, che i mercati internazionali stanno cominciando a notare.