L’Italia è celebre per i suoi rossi, ma la partita a livello globale del vino si gioca anche sui bianchi, che stanno attraversando una fase estremamente positiva. Non si tratta più di una moda, ma di un vero e proprio trend che può diventare la chiave per quella grande affermazione del made in Italy enoico, che non ha bisogno dei vitigni autoctoni per dimostrare la sua grandezza in questo campo. 

 Oltre ai vini di regioni classiche del Nord come Friuli e Alto Adige – sempre ben rappresentate quando si parla di etichette preferite, come il Pinot bianco Vial di Kellerei Kaltern – entusiasmano per la critica i Verdicchio, i più premiati d’Italia, prodotti da aziende marchigiane, ormai leader storiche, come Sartarelli e il suo Tralivio (saporito e intenso con un finale lungo e distinto), Colonnara che con il suo Cuprese sa sfidare i decenni in fatto di invecchiamento, per non parlare di campioni del bio come La Distesa di Corrado Dottori, Pievalta e La Marca di San Michele.

Spostandoci nella seconda zona più premiata, arriviamo in Veneto dove incontriamo il Soave, che sta vivendo una seconda giovinezza grazie a una nuova generazione di viticoltori in aziende storiche come Gini, Corte Mainente, ma anche più recenti, come quella della giovanissima Giulia Franchetto, una wonder woman della Garganega.
Del Fiano di Avellino ci siamo già occupati con dovizia di particolari , ma quest’uva è capace di grandi prove anche in Basilicata, come dimostra il Sophia di Basilisco (con un tocco di Traminer a impreziosire). In Toscana il Vermentino è di recente il vitigno che stupisce e conquista di più. Qui si segnalano di continuo nuovi arrivi come il Vermentino di Campo alle Comete 2016, dove Feudi San Gregorio mette al servizio della costa bolgherese il savoir faire costruito in Irpinia, ma ci sono buone interpretazioni anche del Trebbiano, come il Biancolo 2016 da Gagliole a Castellina in Chianti.

Terra di grandi bianchi internazionali prima e autoctoni poi, la Sicilia con Feudo Montoni e il suo Catarratto: del Masso, uva molto diffusa e difficile da lavorare in qualità, che trova anche in Alessandro di Camporeale un grande interprete con il suo Benedè 2016 (frutta gialla e finale ammandorlato). Ma i veri nuovi vitigni bianchi siciliani che fanno impazzire sono il Carricante dell’Etna e, nel resto dell’isola, il Grillo. Sul vulcano si evidenziano le etichette di Pietradolce (note agrumate e sapide), di Cusumano con l’Alta Mora 2015 (floreale e affumicato), di Barone di Villagrande (sapore teso e speziato), e di Graci, da poco entrato in società con Monsù Gaja (gusto di arance e frutta secca).

Nel resto dell’isola sono ottimi i Grillo di Feudo Maccari (frutti e fiori bianchi, macchia mediterranea), di Cantine Settesoli Mandrarossa (fiori gialli, macchia mediterranea e allungo speziato), di Feudo Arancio (erbe officinali ed eleganza), di Fondo Antico (arance, lime e note iodate), e di Donnafugata, con il suo sempre più convincente SurSur 2016 (profumi di fiori e spezie orientaleggianti). Tra i bianchi pugliesi, da gustare nelle vostre prossime vacanze, gli ultimi arrivati – ma già di spessore notevole – sono l’Edda, un Bianco Salento di Cantine San Marzano che non ha paura di esprimere struttura e complessità, il Bolina, prima verdesca imbottigliata in Italia di Rosa del Golfo (Alezio), e il curioso Jalal, Moscato secco in biodinamica di Ognissole, della Tenuta di Cefalicchio.

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