Dal 2008, la manifattura ha perso il 9% di forza lavoro

In 10 anni è cambiato se non tutto, molto. La crisi (unita alla spinta tecnologica) ha ridisegnato il volto della manifattura italiana e non solo. A rivelarlo è l’approfondimento di Prometeia e Intesa Sanpaolo, che fotografa i cambiamenti avvenuti dal 2008 a oggi nel mercato del lavoro nel settore manifatturiero. I dati più clamorosi riguardano i profili e le competenze. Dall’inizio del periodo più buio degli ultimi decenni, infatti, il comparto ha perso il 9% degli operai: un decimo della forza lavoro artigiana e manifatturiera si è “volatilizzata”. Il picco si è registrato nel 2013, quando il calo ha raggiunto la cifra record di -13%. Tuttavia, di contro, è cresciuto il numero dei dirigenti, specialmente in alcuni ambiti. Innanzitutto nell’automotive, dove i “colletti bianchi” sono aumentati del 18,2%, mentre la forza lavoro è diminuita del 20%, ma anche nell’elettronica (+11,7%) e nella produzione dei materiali da costruzione (+4,4%). «Si osserva un riposizionamento della forza lavoro manifatturiera verso mansioni più qualificate nel periodo analizzato, soprattutto di tipo white collar. Sale infatti al 29,2% la percentuale di occupazione di tipo dirigenziale o professionale qualificata, dal 25,6% del 2008» si legge nel rapporto.

La manifattura italiana rimane “ricca” di operai

Tuttavia, c’è un settore che è in controtendenza: è quello alimentare e delle bevande. In questo caso, infatti, dal 2008 a oggi i profili a bassa qualifica sono cresciti del 4,9%, mentre quelli ad alta qualifica sono calati del 4,5%.
Nella manifattura italiana, comunque, la componente preponderante resta quella operaia e artigiana qualificata, che vale il 34,9% dell’intera occupazione manifatturiera italiana: è la percentuale più alta rispetto ai competitor europei.