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Tasse, ecco perché il tribunale è una trappola

Il processo tributario non funziona. Perché non esistono magistrati specializzati nelle leggi fiscali le cui cause vanno a ingolfare i processi civili e penali. I tributaristi lo sanno. E avanzano le loro proposte per evitare il girone dantesco delle procure. La radiografia di una giustizia ingiusta (e costosa)

Conoscete qualcuno che alterna le sue mansioni facendo una notte il fornaio e quella successiva il pasticcere? No, è chiaro, anche perché se così fosse sarebbe uno di quei personaggi da intervistare tanto sono rari ed eccezionali. Ebbene, nel cervellotico mondo della giustizia italiana invece ci si trova a dover fare i conti con qualcosa del genere. Ci sono alcune migliaia di signori che al mattino vanno in tribunale, si siedono dietro uno scranno con alle spalle la scritta “la legge è uguale per tutti” e magari interrogano un presunto assassino o un padre di famiglia accusato di pedofilia. Poi fanno la pausa pranzo (se c’è tempo), e al pomeriggio abbandonano il tribunale per andare nelle sedi delle commissioni tributarie a giudicare se questa impresa è in regola col fisco oppure se quel commerciante ha pagato le tasse nei tempi previsti. Nel primo caso, sempre di “mani in pasta” si tratta, così come nel secondo sono due facce della stessa medaglia, quella della giustizia. Ma c’è una bella differenza tra preparare un filone di pane e un cornetto alla crema. E c’è una certa differenza tra il giudicare se un uomo ha violato le regole del codice penale oppure quelle tributarie. Il paragone può sembrare azzardato, ma purtroppo è quanto da anni va ripetendosi in Italia nella galassia del processo tributario, dove la normativa di riferimento ha ormai raggiunto la maggiore età (decreto legislativo 546 del 1992) senza che a nessuno sia mai venuto in mente di sottoporla a una revisione.D’altronde, se nel 2008 – ultimo dato disponibile dal Consiglio di presidenza della giustizia tributaria – nelle commissioni tributarie italiane di primo grado c’erano oltre 530 mila ricorsi pendenti e 93 mila erano quelli irrisolti in secondo grado, qualche problema ci sarà. Ne è convita la Corte di Cassazione che in un comunicato stampa diffuso a inizio ottobre ha messo in luce due problemi sostanziali. Il primo: i giudici di Cassazione devono pronunciarsi su cause di natura tributaria che sono il 30% di quelle totali ma hanno a che fare con una normativa in continua evoluzione. Il secondo: non esistono giudici specializzati in materie tributarie. Fanno, appunto, i fornai una notte e i pasticceri quella dopo.Per dare una risposta a questi problemi l’8 ottobre scorso a Siracusa si sono dati appuntamento da tutta Italia i principali esperti del settore, riuniti dall’Associazione nazionale tributaristi italiani (Anti), per partecipare a un convegno il cui solo titolo era già un programma: “Il giusto processo tributario”. La premessa riguarda il fatto che evidentemente in Italia di “giusto processo tributario” ancora non si può parlare, visto che sostanzialmente non esiste un processo tributario vero e proprio perché i procedimenti sono sempre al confine tra processo civile e processo penale.

Un sistema inadatto

18 anni fa disciplina del processo tributario con il dlgs 546

93 mila processi tributari in Appello

530 mila ricorsi pendenti in Primo grado di materia fiscale

0 magistrati specializzati che si occupano a tempo pieno di processi tributari

30% giudici di Cassazione che si trovano a giudicare la materia

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Due proposte di partenza“Guardi, è inutile che parliamo di giusto processo tributario se prima non si parla di un giusto giudice». Roberto Lunelli è commercialista, vicepresidente nazionale dell’Anti e mastica diritto tributario da qualche decennio. «Non ci si può improvvisare tributarista, e il giudice tributario non può più essere considerato di serie B», avverte. Eppure così accade. «Oggi in Italia disponiamo solo di giudici tributari a tempo parziale, e soprattutto di specialisti non professionalizzati in questo settore. Sono onesti lavoratori, naturalmente; dedicano tempo e fatica alla giustizia tributaria per una remunerazione a volte ridicola, certo, ma resta il fatto che il loro mestiere è un altro. Sono giudici penalisti, civilisti oppure pubblici ministeri. Non sono tributaristi». Però lo fanno, come il fornaio che la sera dopo si mette a preparare la ciambella, col rischio che non venga col buco. Proprio come vanno a finire molti processi in materia fiscale nel nostro Paese. «Se si vuole andare verso un giusto processo tributario», continua Lunelli, «occorre affrontare due aspetti. Prima di tutto serve una revisione della disciplina del processo, ancora ferma al ‘92, dove istituti giuridici come la tutela cautelare e la conciliazione giudiziale vanno perfezionati e previsti anche in Appello, come tra l’altro propone anche l’Agenzia della Entrate. E questo per garantire principi di effettiva parità tra le parti e professionalità dei giudici. Secondo, non basta la revisione della normativa perché serve anche la riforma della figura del giudice tributario dove vanno inseriti professionisti della materia». Cioè, giudici che possano dedicarsi a tempo pieno a quelle cause, che ne abbiano le adeguate competenze e quindi possano esprimersi in scienza e coscienza, mentre invece «spesso ci si trova di fronte a casi in cui i giudici nemmeno leggono tutte le carte del processo tributario. Per questo dico che serve una riforma».Oggi il sistema prevede giudici “onorari” che «si dedicano ai processi tributari quasi per solo amore alla giustizia, guadagnando poche centinaia di euro per un paio di casi al mese che nemmeno riescono ad approfondire. Ma invece di avere tanti giudici con dodici udienze all’anno – propone Lunelli – sarebbe meglio averne pochi che però seguono dodici udienze al mese. Non è possibile che un giudice si debba trovare al mattino a fare del penale e al pomeriggio deve giudicare sul caso di un redditometro del quale magari ne sa poco o nulla».Una situazione del genere rischia di inficiare anche «la prevedibilità del processo tributario, perché chi ha ragione deve presentarsi in udienza tranquillo, la giustizia fiscale non può essere un terno al lotto. Il giudizio tributario ha il compito di accertare se una persona abbia compiuto un’evasione o meno, se l’abbia fatto per negligenza o perché si tratta di un delinquente che ruba soldi al fisco. Ma manca il tempo per approfondire, studiare le carte e i processi e, soprattutto, i giudici non sono preparati». Di questa situazione ne fanno le spese i cittadini e in particolare le aziende, «visto che spesso nei processi tributari si decide della loro sopravvivenza o meno. Quel che conta non è tanto l’ammontare della quantità di tasse da pagare, ma la certezza di quel che si deve pagare, e noi in Italia in queste condizioni non riusciamo sempre a garantirle».

L’ultima ruota del carroIn altre parole Lunelli ha appena detto che se un’azienda viene accusata ingiustamente, non sa se avrà giustizia. Preoccupante. «Non vogliamo buttare via tutto il sistema precedente, ma avviare una riforma che sia in grado di modernizzare il processo tributario, così come avvenuto col civile e col penale» dice l’avvocato Vito Branca, vicepresidente dell’Anti. «L’adozione di un processo fiscale, che parta dalla ridenominazione degli uffici in Tribunali Tributari e Corti d’Appello Tributaria». Anche perché «negli ultimi anni le politiche fiscali sono state caratterizzate dal potenziamento della riscossione». In questa direzione, aggiunge l’avvocato Branca, «va anche la recentissima normativa in tema di riscossione a seguito di accertamento che ha conferito carattere di esecutività, decorsi 60 giorni dalla notifica, agli avvisi di accertamento a partire dal 2007 ed emessi ai fini delle imposte sul reddito e dell’Iva». Di fronte a queste novità «il processo tributario è rimasto lo stesso: continua a svolgersi nell’ambito di una normativa datata, alla quale negli anni sono state apportate numerose ma mai decisive modifiche».E siamo alle proposte. I tributaristi vogliono un giudice unico per le controversie di valore inferiore ai 5 mila euro; assegnare alle commissioni tributarie giudici a tempo pieno e specializzati nella materia, con un trattamento economico uguale ai colleghi del penale e del civile. Proprio in questo momento, in cui lo Stato fa di tutto per abbattere l’evasione e le imprese oneste soffrono il rallentamento dell’attività economica, non ci si possono permettere errori dovuti a scarsa conoscenza della legge. Spesso ne va della sopravvivenza delle aziende. La stessa Corte di Cassazione ritiene utile che ci siano magistrati con «specifica esperienza nella materia tributaria. Ciò richiederà, però un mutamento delle attuali modalità con le quali il Consiglio superiore della magistratura valuta, i magistrati da assegnare alle funzioni di consigliere di Corte di Cassazione».