Assia Grazioli-Venier, fuoriclasse digitale (in bianconero)

A soli 33 anni, è una professionista di Internet business strategy a livello europeo e uno dei suoi clienti, la Juventus, l’ha anche voluta nel proprio Cda. Interviste tramite live chat su Twitter e app di nuova generazione: questi alcuni degli assist sfoderati dalla top manager

Juventus, Radiohead, Spotify. Cos’hanno in comune la Signora del calcio italiano, il gruppo rock inglese e la piattaforma di streaming musicale? «Sono tre brand e tutti e tre fanno entertainment. Hanno follower, creano contenuti, riempiono stadi, lasciano tracce del “marchio emotivo”: hanno cioè bisogno di comunicare i loro valori attraverso il Web». Attorno a tutti e tre, inoltre, ruota la sua professionalità: quella di Assia Grazioli-Venier, top manager 33enne che da un anno siede nel cda della squadra torinese, unica donna insieme all’avvocato Giulia Bongiorno. Spiega Assia: «Andrea Agnelli, con cui ho collaborato al fondo di investimento Lamse, mi ha chiamato anche per dare un contributo di advisor sulla strategia digitale, uno dei miei ambiti di competenza». Nata in Italia, formatasi culturalmente negli Usa, ora Grazioli-Venier è di stanza a Londra, dove ha cominciato a lavorare a 22 anni per una company di produzione televisiva che creava contenuti per la Bbc e oggi, invece, è Ceo di Flypaper, una brand agency di management in campo musicale e consulente per i media on line di società come la stessa Spotify, ma anche del portale YouTube o di venture capital del settore. Nell’ottobre 2012 è avvenuto il suo ingresso nel board del club bianconero.

Assia, quali obiettivi ha raggiunto nel primo anno di collaborazione con la squadra?La strategia digitale è tuttora focalizzata sull’engagement, il coinvolgimento, della nostra fan-base. La pagina Facebook di Juventus è una di quelle che registra più interazioni in Italia (7,4 milioni di fan, ndr). La nostra piattaforma attira fino 15 milioni di persone alla settimana. Puntiamo a internazionalizzare quanto più possibile il brand Juve: tutti i contenuti sono in italiano e in inglese, e a breve saranno creati profili in altre lingue.

Ci sono altre leve digitali su cui state spingendo?Siamo molto attivi nella produzione di “in-house content”: solo nell’ultima stagione sono stati pubblicati quasi 300 video autoprodotti. In poco più di due anni, l’account YouTube del club è diventato il decimo canale sportivo al mondo per numero di subscriber, accanto a colossi come Nba e Nfl (rispettivamente la lega di basket e quella di football a stelle e strisce, ndr). Col team digitale gestito da Federico Palomba stiamo traghettando il marchio Juve verso il futuro. Una dimostrazione pratica? La decisione dell’allenatore Antonio Conte di fare la sua prima intervista con live-chat su Twitter lo scorso novembre. E poi, di recente, abbiamo lanciato Juventus Live (“app second screen” che – sulla scia del modello statunitense – consente l’utilizzo contemporaneo di televisore e device mobile mentre si assiste a un evento o programma in onda, ndr).

In Europa solo il 20-40% dei ricavi di un club calcistico deriva dalle Tv, mentre in Italia spesso si supera il 60% (dati Deloitte Sports Business Group, ndr). All’estero funziona meglio la macchina organizzativa legata a stadi, sponsor, marketing e merchandising?Ci sono quattro squadre europee che, nella capacità di generare e differenziare i ricavi, non hanno eguali. Sono Manchester United, Bayern Monaco, Real Madrid e Barcellona. Ognuna di esse ha saputo sfruttare alcuni aspetti distintivi della lega di appartenenza per avere una crescita molto superiore a quella dei propri competitor domestici. Ritengo, invece, forzati i paragoni con gli sport a stelle e strisce: si tratta di campionati chiusi nell’ambito di franchise, dove l’aspetto sportivo è molto meno importante rispetto all’Europa. Per gli americani andare a un simile evento è come partecipare a una festa: arrivano tre ore prima e si dedicano all’acquisto di merchandising e food&beverage. Da noi, così come in altre parti del Vecchio Continente, la partita in sé viene prima di tutto il resto.

In passato ha dichiarato di soffrire di dislessia. In che modo simili difficoltà possono affinare le doti di leadership?La dislessia fa parte di me, è il mio modo di analizzare e processare i concetti. Oggi posso dire che è uno dei miei asset. Ho lottato per far sì che fosse una qualità e non un ostacolo. Certo, ci sono elementi un po’ scomodi, ma anche vantaggi, come la certezza di pensare fuori dagli schemi. Essere consapevole di questo mi ha aiutato a non sentirmi prigioniera delle mie limitazioni, ma ad affrontarle, imparando a conoscere meglio me stessa e a mantenermi più aperta verso il prossimo.

© Riproduzione riservata